OLTREPÒ PAVESE – “IL BORGIA DI MONTÙ”

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Estate 1967. Siamo in pieno boom economico e le strade oltrepadane sono frequentate da milanesi che in lunghissime file si dirigono con le loro automobili per acquistare vino o per trascorrere alcuni giorni di vacanza. Arroccato su queste colline c’è Montù Beccaria, un pittoresco comune di campagna dove la vita scorre tranquilla, come in tutta la vallata. Ma gli abitanti di questo piccolo paese non sanno che quest’estate verrà ricordata per diversi anni per una serie di omicidi, avvelenamenti e colpi di scena che scateneranno l’interesse della stampa nazionale. Se questi eventi si fossero verificati oggi, la Valversa sarebbe stata invasa da troupe televisive, con dirette, approfondimenti, ospiti in studio da Barbara D’Urso e, perché no, uno sceneggiato di Rai Uno con protagonista Beppe Fiorello o magari una puntata su History Channel. Ma questa storia si è svolta più di cinquant’anni fa e in molti forse non la ricordano più così bene… Ricostruiamo i fatti.

Montù Beccaria, domenica 18 giugno 1967. Giuseppe Scabini, è un agricoltore di cinquantun anni, una persona perbene e inquadrata, talmente legato al suo lavoro e alla sua terra da aver rifiutato una generosa offerta di Angelo Moratti interessato ad edificare sulle sue proprietà il centro sportivo dell’Inter (poi costruito ad Appiano Gentile). Come da consuetudine, dopo una giornata passata nei campi, Giuseppe si ferma al bar del paese, quattro chiacchiere e saluta gli amici. Arrivato a casa è pallido, sudato e accusa diversi dolori al torace e con difficoltà alle vie respiratorie. Le sue condizioni risultano subito gravi e, in poco tempo, perde i sensi. La moglie Linda e la figlia Ivana chiamano immediatamente il Dott. Dardano, il medico del paese, che tenta invano la rianimazione. Scabini è cianotico, con i pugni chiusi: non c’è dubbio, si tratta di un malore, presumibilmente un infarto. Una fatalità come tante, che non sembrava destare nessun allarmismo su quello che si stava per imbattere sul il piccolo comune oltrepadano.

Pochi giorni dopo, il 25 giugno, Giuseppe Scovenna, insieme alla moglie e la figlia Milena di quattro anni, fa visita alla famiglia Scabini per porre le condoglianze alla vedova del cugino scomparso. La bambina dopo aver giocato e corso in cortile rientra in casa per bere un bicchiere d’acqua prima di tornare a casa con i genitori. Poche curve e la piccola Milena si sente male, non riesce a respirare: muore improvvisamente appena arrivata all’ospedale di Stradella. I sintomi sono gli stessi di Scabini: dolori improvvisi, perdita dei sensi e decesso. Una fatale coincidenza… Passano alcune settimane dalla morte di Giuseppe e la famiglia Scabini viene colpita da un altro lutto: il 9 agosto la madre Anna muore improvvisamente. La donna non si era più ripresa dalla morte del figlio, trascorreva le intere giornate in campagna, denutrita e “desiderosa di morire come il suo Giuseppe”. Si pensa ad una morte naturale, causata da crepacuore o dai dispiaceri che da quel giorno la logoravano. Ma tra gli abitanti di Montù Beccaria iniziano a sorgere i primi dubbi: quelle morti non sarebbero fatali coincidenze, tantomeno per cause naturali. Nascono le prime teorie, con i primi sospettati: addirittura c’è chi fantastica affermando che la casa degli Scabini sia colpita da una maledizione. Questa tesi prende ancor più piede pochi giorni dopo, a Ferragosto, quando la diciannovenne Giuseppina Vercesi e la trentaduenne Mariuccia Perduca, la cugina e l’amica di Ivana, si sentono male appena uscite dalla casa incriminata.

Giuseppina muore poco dopo, mentre Mariuccia, grazie al tempestivo intervento del Dott. Dardano, si riprenderà dopo venti giorni di coma: entrambe le amiche avevano manifestato gli stessi identici sintomi dei casi precedenti. Questo spazza via qualsiasi dubbio su possibili coincidenze, ma quale può essere il filo conduttore di questa vicenda? Perché chi entra in contatto con questa famiglia muore con le stesse identiche modalità? Può trattarsi veramente di una maledizione? Per dare una prima risposta concreta a queste domande, viene disposta l’autopsia sul corpo della diciannovenne. L’esito lascia gli inquirenti e la popolazione sconcertata: nel sangue della ragazza vengono trovate tracce di E605, un anticrittogamico noto in agricoltura con il nome di “parathion”. Questo veleno può essere letale sia se ingerito che inalato, ma può causare gravi intossicazioni anche al semplice contatto cutaneo. Le autorità dispongono la riesumazione e l’autopsia di Giuseppe e Anna Scabini (per la piccola Milena i genitori, ancora provati, non danno il consenso), ottenendo lo stesso medesimo referto. Sfatata la fantasiosa ipotesi della “maledizione”, ora non ci sono più dubbi: si tratta di avvelenamento. La popolazione di Montù Beccaria è sconcertata venendo a conoscenza dell’esistenza di un assassino nascosto nella loro comunità. Di chi si tratta? E per quale motivo ha preso di mira la famiglia Scabini?

Sia gli inquirenti che le voci di paese indicano come principale indiziato Alberto Scabini, figlio di Anna e fratello di Giuseppe. Alberto è completamento l’opposto del fratello. Estroso, spendaccione, da poco tempo ha aperto un’attività di commercio di pali e si trova in parecchie difficoltà, sommerso dai debiti. Queste difficoltà sono aggravate dalla scoperta che la madre avrebbe indicato come unico erede testamentario il fratello. Da qui inizia la pista sul primo sospettato degli avvenimenti che hanno portato alla tragica morte di quattro persone o forse, come si scoprirà in seguito, anche di più. Trovato il possibile movente manca solo l’arma del delitto. Certo, è ormai noto che si tratta di avvelenamento da parathion, ma non è ancora chiaro di come possa essere stato somministrato alle ingenue vittime senza destare alcun sospetto. La svolta nelle indagini avviene il giorno in cui Linda Quaroni, la vedova di Giuseppe e cognata di Alberto, si reca alla caserma dei Carabinieri manifestando parecchi dubbi e scaricando accuse sul cognato. Le perplessità della Quaroni sono nate quando è venuta a conoscenza che la suocera sarebbe morta dopo aver mangiato una brioche avvelenata aggiungendo, inoltre, che il cognato le avrebbe chiesto di seppellire le altre, rimaste in casa della madre, «per evitare guai».

Tra i cognati inizia un susseguirsi di accuse reciproche, da non convincere gli inquirenti e far scattare l’arresto per entrambi. Linda Quaroni viene scarcerata tre settimane dopo, quando gli indizi portano ad un unico accusato: Alberto Scabini, il quale rimase in carcere per altri 17 mesi. La ricostruzione degli eventi fu piuttosto complessa, dato che più proseguivano le indagini, più emergevano particolari che permettevano agli inquirenti di collegare ogni caso. A fare da filo conduttore di tutta questa tragica storia risulteranno essere dei dolci, ampiamente diffusi nei bar di quel periodo: i boeri. Secondo gli inquirenti Alberto Scabini avrebbe tentato di uccidere parte della famiglia per potersi garantire l’intera eredità della madre, altrimenti destinata al fratello, offrendo brioches e boeri avvelenati. Ma Alberto non poteva immaginare che la situazione gli sarebbe scappata di mano, causando la morte e l’avvelenamento di persone estranee ai fatti. Ed ecco la ricostruzione degli eventi. Il 18 giugno Giuseppe Scabini incontra il fratello Alberto e un amico al Bar Commercio di Montù Beccaria. Giuseppe saluta, mangia un boero offertogli dal fratello, e si incammina verso casa: poche ore dopo viene trovato morto a letto dalla moglie Linda. La settimana dopo la piccola Milena Scovenna mangia un dolce mentre era in visita con i genitori presso gli Scabini, per poi morire poco dopo.

Nei giorni successivi Alberto si trasferisce a casa della cognata Linda per aiutarla con i lavori nei vigneti, ma proprio in questo periodo il rapporto tra i due si inasprisce. L’8 agosto su una zappatrice posta sotto un portico compare un sacchetto contenente tre brioches, alcuni boeri e caramelle. Alberto invita la cognata ad andare dagli suoceri e portargli i dolci: tra quelli c’era la brioche che il giorno successivo Anna Scabini mangerà poco prima di stramazzare al suolo e che ha fatto scattare i primi sulla colpevolezza di Alberto. Ed ora veniamo al tragico Ferragosto. A casa di Linda Quaroni, Giuseppina e Mariuccia mangiano entrambe due boeri offertegli inconsapevolmente dalla donna, certamente provenienti da quel misterioso sacchetto comparso sulla zappatrice poche settimane prima. La ricostruzione dei fatti è completata e Alberto Scabini viene formalmente indagato e processato.

La notizia fa il giro di tutte le principali testate giornalistiche dell’epoca e l’indagine prende il nome de “Il Caso dei Boeri di Montù” e Scabini viene apostrofato dalla stampa come “Il Borgia di Montù”. Durante il processo Alberto risulta freddo, ammettendo fatti che potrebbero facilmente incriminarlo, ma dichiarandosi completamente innocente, rigettando le accuse della cognata Linda. «Un contadino taciturno, chiuso, lucido, estremamente duro di fondo. Parlava pochissimo, in carcere era diventato ancora più silenzioso. Mi pareva indifferente a quanto gli stava capitando» dice successivamente l’avvocato Vladimiro Sarno, difensore di Scabini. I dubbi dei giudici non vengono chiariti e il 26 marzo 1969 la Corte d’Assise di Pavia lo assolve per insufficienza di prove per l’omicidio dei tre adulti. Per il caso della piccola Milena, invece, viene assolto con formula piena, a fronte del fatto che non vi era stata alcuna autopsia e non si poteva nemmeno provare l’avvelenamento.

Per la giustizia italiana Scabini non è “Il Borgia di Montù”: è innocente, o per lo meno non vi sono prove per ritenerlo diversamente. La procura generale di Milano, certa della colpevolezza, presenta ricorso, il quale viene fissato per il 23 maggio 1970. Ma la mattina del 27 febbraio 1970 un ennesimo, inaspettato e shoccante colpo di scena scuote per l’ennesima volta il paese oltrepadano. Alberto Scabini viene ritrovato privo di vita dalla moglie, a letto, come il fratello Giuseppe pochi anni prima. In casa non ci sono tracce di veleni o pesticidi, tanto da poter escludere il suicidio: ipotesi confermata sia dalla moglie che dal figlio. Gli inquirenti, come tre anni prima, ricostruiscono le ultime ore di questa inaspettata vittima. La sera prima Scabini rincasa per le dieci e trenta, dopo essere stato al Bar Sport e Bar Commercio, mangia insieme alla nipotina, beve una camomilla e si corica a letto con la moglie per le undici e trenta. Alle tre e mezzo di notte si rialza per andare in bagno e si rimette a letto. La moglie si sveglia alle sei e mezzo, ma preferisce non svegliarlo, finché alle sette vede il braccio a penzoloni, freddo. Tre testimoni affermano che il giorno precedente alla sua morte, Scabini si era più volte lamentato di forti dolori ai reni, sentendosi inoltre la testa pesante.

Il referto delle analisi volute dagli inquirenti non lascia spazio alle interpretazioni: la morte è avvenuta per avvelenamento da partathion, come accaduto agli involontari protagonisti della tragica estate del 1967. Esclusa (ancora una volta) la morte naturale, rimangono aperti diversi interrogativi: si è suicidato o è stato ucciso? E in questo caso, chi è l’assassino? Lo stesso dell’estate del 1967 o qualcuno in cerca di giustizia? Ed ecco che entra in scena il testimone. Pochi giorni prima di morire Alberto aveva incontrato in paese una persona che il 18 giugno 1967 si trovava al Bar Commercio con lui e il fratello Giuseppe: era il testimone che al processo aveva confermato che Giuseppe mangiò un boero offertogli dal fratello. «In Assise hai detto delle bugie sulla faccenda dei boeri. Posso denunciarti per falsa testimonianza. Ho bisogno di un milione e mezzo. Se me lo dai sto zitto, altrimenti ti denuncio». Dal racconto di questo testimone emerge che lo Scabini è una persona sconvolta e ricoperta dai debiti, al quale si aggiungono le voci di paese che lo dipingono come tormentato e preoccupato per l’udienza d’appello. Le indagini vengono archiviate come suicidio. Che abbia voluto uccidersi con lo stesso metodo con il quale avrebbe ucciso le sue vittime, come tentativo estremo di essere ricordato come una delle tante vittime di un assassino mai trovato? E se invece si trattasse di un ennesimo omicidio de “Il Borgia di Montù” rimasto in libertà per anni, o forse decenni? Questo a distanza di più di cinquant’anni non potremo mai saperlo.

Ma la storia poteva finire qui? No di certo, perché durante le indagini del 1967 gli investigatori scavano a fondo, andando ad analizzare altri tre eventi verificatisi alcuni anni prima, apparentemente estranei, ma con elementi che riconducono ancora una volta alla persona di Alberto Scabini. E con un flashback degno della miglior serie Netflix gli inquirenti ci portano indietro nel tempo, esattamente quattro anni prima degli eventi del 1967… Milano, 7 ottobre 1963. La venticinquenne Fiorenza Ironi è nella propria abitazione con il marito Carlo, sposato sole due settimane prima. Sta pranzando, e ha davanti a sé un piatto di insalata. Sbianca improvvisamente, perde i sensi e muore. Non viene richiesta alcuna autopsia, in quanto da subito si ipotizza un decesso per malore. E cosa collega questa morte, avvenuta a Milano nel 1963, con gli omicidi del “Borgia di Montù”? Il marito di Fiorenza Ironi è Carlo Scabini, il figlio di Alberto. Per questo motivo durante le indagini del 1967 a Carlo viene chiesto più volte se nell’appartamento di Milano, all’epoca dei fatti, fosse stato presente anche il padre. Si susseguono diversi “Non so”, “Non ricordo, è passato troppo tempo” ma, non essendoci prove dell’avvelenamento e non un movente, Scabini non può essere accusato a distanza di anni anche di quell’omicidio. Tornando a Montù Beccaria, il 9 novembre 1965 (due anni dopo i fatti di Milano), Luigi Bernini, ragioniere di trentaquattro anni, prende una caramella al bancone del Bar Commercio, la mette in bocca e sulla porta esclama «Che schifo! Cosa mi ha dato, del veleno?». Pochi passi verso casa, cade a terra e muore: infarto, dice il medico. Una fatalità, per un giovane trentaquattrenne… Ma non è tutto. Il 22 dicembre dello stesso anno, la moglie del proprietario del Bar Commercio, Alba Della Valle, come tutte le mattine si sveglia presto per aprire il locale. Poche ore dopo, il marito la ritroverà riversa a terra, morta per un malore. Ma la Della Valle era una donna sana, che in cinquantaquattro anni non aveva mai avuto bisogno del medico. Poco dopo i funerali, il marito riceverà una lettera anonima, contenente poche chiare parole: “NON VENDERE PIU’ BOERI SFUSI”…

di Manuele Riccardi

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