Oltrepò Pavese – Il Conte Carlo Giorgi Vimercati di Vistarino: con lui quando era «Sì» era sì, quando era «No» era no

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Il conte Carlo Giorgi Vimercati di Vistarino si è spento nei mesi scorsi all’età di 91 anni. Purtroppo nemmeno lui è riuscito a vedere l’Oltrepò Pavese della vite e del vino cambiare e valorizzarsi. Il discendente della nobile famiglia, proprietaria dalla metà del XV secolo della più grande realtà vitivinicola privata dell’Oltrepò Pavese per numero di ettari, l’azienda Conte Vistarino, con i suoi 826 ettari, dei quali 200 a vite e gli altri coltivati a bosco e con all’interno una riserva di caccia, lascia al territorio oltrepadano un importante testamento: dare valore al vino di un Oltrepò che ha scritto importanti pagine di storia dell’enologia italiana ma che oggi arranca tra scandali, prezzi sbragati in grande distribuzione, valore delle uve e degli sfusi ai minimi storici e terreni che non vengono pagati dal mercato ciò che meriterebbero. Nel 1865 il nonno del compianto conte Carlo, il conte Augusto Giorgi di Vistarino, piantò per primo il Pinot nero in Oltrepò, importando le barbatelle direttamente dalla Francia dando così origine insieme alla famiglia Gancia alla grande tradizione spumantistica del territorio, che è ancora oggi una delle zone più vocate al mondo per la produzione a base di uve Pinot nero. Una storia divenuta poi tradizione grazie al padre di Carlo, Ottaviano, dal conte stesso e, ora, dalla figlia Ottavia, imprenditrice vitale, vicepresidente del Consorzio Tutela Vini Oltrepò Pavese e attuale titolare della cantina Conte Vistarino. Il compianto conte Carlo non era un uomo facile: tutto d’un pezzo, deciso e caparbio, sapeva essere sempre di polso e non tutti lo capivano fino in fondo. Con lui gli accordi e i contratti si facevano sulla parola o al massimo con una stretta di mano. Con lui quando era «sì» era sì e quando era «no» era no. Resta il fatto che scelse, occupandosene direttamente ogni giorno per tanti anni, di trasformare la sua azienda in una sorta di cantina sociale privata nel dialogo con i produttori di uva del territorio. La storia moderna della cantina Conte Vistarino è partita con lui per poi evolvere nella visione e nelle capacità della figlia Ottavia che ora si sta occupando di portare l’azienda nel futuro, con le sue capacità di donna del vino e del marketing. La nuova cantina voluta da Ottavia, la valorizzazione di Villa Fornace a vantaggio dell’intero territorio, l’approccio a un enoturismo selettivo e di cultura sono le fondamenta del futuro aziendale. A ciò si aggiunge la costante ricerca della qualità che è la stella polare di Ottavia e del team agronomico ed enologico che ha direttamente selezionato e messo insieme. All’Oltrepò manca ancora, al di là delle belle parole, il senso di agire come squadra. Gli ultimi dati statistici pubblicati mostrano una curva dei prezzi di mercato dei vini sfusi in caduta libera. Non si comprende ancora che per valorizzare uve e terreni si deve partire dal valorizzare il vino con politiche produttive coerenti e scelte di mercato ponderate. Sono molti a sperare che il defunto conte possa osservare da lassù un Oltrepò capace di passare dal «tanto» al «buono» e soprattutto dalle parole ai fatti. Per fare in modo che questo accada è indispensabile mettere da parte fame di potere e vanagloria, che sin qui hanno prodotto solo la sostituzione di figure di vertice di un sistema che era e resta malato. Si vive di segnali, di scelte e di strategie che al momento mancano. Molti confidano che Gian Marco Centinaio possa fare da sottosegretario quello che non è riuscito a fare nel poco tempo che è stato ministro: guidare l’Oltrepò Pavese verso un futuro di condivisione e visione comune. Tutto ciò sperando che non emergano nuovi scandali per incapacità di gestione industriale e per l’abitudine a ringhiare anziché chiedere scusa e aprirsi al dialogo. L’Oltrepò non deve scambiare per persecuzione la sua incapacità. Deve darsi una nuova classe dirigente, con la mente aperta dei Vistarino e la necessaria voglia di sfidare il futuro, caratteristica che contraddistingue chi fa impresa da chi sopravvive… e magari non ce la fa.

di Cyrano de Bergerac

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