OLTREPÒ PAVESE – IL “CORONAVIRUS” POTREBBE ESSERE UN’OPPORTUNITÀ PER RIPOPOLARE I PICCOLI COMUNI DELL’OLTREPÒ

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Anche in Oltrepò Pavese il coronavirus ha “picchiato secco” colpendo, oltre che la sfera degli affetti, causando malattie e lutti, l’economia, un’economia quella dell’Oltrepò già per molti versi affetta da “coronavirus”. Ora, in un modo o nell’altro sarà necessario ripartire e, dato per assodato che il Covid è stato un duro colpo, è altrettanto assodato che il mondo non si ferma.

Stanno arrivando, hanno promesso, arriveranno… comunque dei soldi dalla Regione e dallo Stato centrale. Quando e quanti ne arriveranno certamente è difficile dirlo e soprattutto non bisogna dare credito, per amare esperienze precedenti… agli annunci dei vari politici locali che si attribuiscono spesso la paternità di qualunque denaro pubblico arrivi in Oltrepò.

Pochi o tanti che siano, arriveranno in tutta Italia e quindi anche in Oltrepò… per forza perché diversamente si rischia una mezza catastrofe economica ma, ed il passato dovrebbe aver insegnato… dovrebbe…, non rischiamo di commettere sempre lo stesso errore: “abusare” di questi soldi spendendoli in modo sciagurato e fine a se stesso. Perché il punto è proprio questo, questi soldi non andrebbero spesi, ma investiti per creare opportunità.

Quale potrebbe essere un’opportunità, concreta e possibile, per il nostro Oltrepò?

Una buona fetta dell’Oltrepò soffre di spopolamento, soprattutto l’Oltrepò collinare e montano, uno spopolamento che lo inaridisce sia dal punto di vista sociale che economico.

Qualche amministrazione comunale negli anni scorsi ha provato ad invertire la tendenza, offrendo facilitazioni, anche se non di grande portata, a chi si fosse trasferito nel proprio comune, facilitazioni che normalmente consistevano in: taglio o abbassamento delle tasse comunali e/o taglio o abbassamento degli oneri edilizi.

L’intento generale era comunque quello di portare nel proprio territorio giovani o nuclei familiari con figli, che, oltre a vivere nel comune, iniziassero a lavorare direttamente o indirettamente nel comune stesso.

I risultati sono stati modestissimi, al limite dello zero. L’errore di fondo, a mio giudizio, è stato quello di voler “parlare” ai giovani con la speranza che questi, con la valigia in mano, venissero a vivere ed a lavorare in Oltrepò. Questa esperienza, che ha ottenuto numeri bassissimi, ha insegnato che non sono i giovani i possibili e papabili “candidati” a diventare i nuovi residenti dell’Oltrepò… Pertanto la mia domanda è: paradossalmente questo virus, che ci ha messo in ginocchio, potrebbe trasformarsi in un’opportunità per ripopolare i nostri comuni?

Io penso di sì, potrebbe, non solo in Italia ma anche in Francia e Spagna dove c’è stata da parte di molti, al momento della pandemia, una vera e propria fuga dalla grande città. In Oltrepò questo non è avvenuto in modo significativo, non ci sono state molte famiglie oltrepadane trapiantate nei centri urbani o nelle metropoli che sono tornate al paese d’origine. Mi metto però nei panni di una qualsiasi persona originaria di uno dei nostri paesi che ad esempio vive a Milano per lavoro e ora, raggiunta l’età della pensione, si trova oramai da diverse settimane chiusa in un appartamento con un balcone di 10 metri quadrati… a esser fortunati…

Forse questo pensionato in queste settimane di clausura avrà pensato con nostalgia alla sua casa in collina dove è nato ed ha anche accarezzato l’idea che forse sarebbe stato meglio passare la quarantena lì piuttosto che in un condominio a Milano, con tutti gli annessi e connessi.

Tante sono le seconde case in molti comuni dell’Oltrepò, abitate per pochi giorni o poche settimane nel periodo estivo da oltrepadani d’origine, emigrati per lavoro in città, e molti di questi oramai sono in pensione e rimangono in città, o perché sono abituati a quella vita o perché lì, hanno figli e nipoti… In questo momento però il “nostro” pensionato oltrepadano trapiantato a Milano, potrebbe aver rivalutato l’idea di ritornare in Oltrepò…Ecco il punto: cercare di far ritornare in Oltrepò i pensionati. Penso siano loro gli interlocutori possibili da convincere e non i giovani, certamente non con l’intento di trasformare l’Oltrepò in una grande casa di riposo, ma con l’intento di convincere il maggior numero di persone, anche in età avanzata, a ripopolare i nostri comuni.

Può essere che, arrivando i nonni ad abitare qui, i figli possano x o x+y volte al mese venire a trovarli ed i nipoti poi, magari nei periodi di sosta scolastica, potrebbero rimanere in vacanza dai nonni. Queste persone, oltre ad incrementare in termini numerici il tessuto sociale, incrementerebbero anche l’economia locale, perché comunque tutti farebbero la spesa, chi più o chi meno userebbe l’autovettura, chi più o chi meno per ingannare il tempo coltiverebbe un orto o andrebbe al bar… Parlare oggi di feste paesane è sicuramente fuori luogo, ma si ritornerà prima o poi e magari in modo diverso ad una vita “normale” per cui queste persone socializzeranno, porteranno idee, avranno voglia di fare ed organizzare cose.

Come dicevo prima, non è che l’Oltrepò debba diventare una grande casa di riposo, ma “sfruttando” la possibilità che tanti “pensionati” ripopolino i loro paesi d’origine, per molti dei nostri comuni, potrebbe essere un modo per rilanciare il proprio tessuto socio economico. Potrebbe anche essere un modo per dimostrare ai figli di queste persone che comunque, trasferirsi in Oltrepò non è poi così male e magari pensandoci bene, magari con qualche sacrificio logistico, è meglio vivere in Oltrepò che in un condominio in una città.

Vivere in Oltrepò è anche più conveniente, perché è pur vero che c’è meno scelta rispetto all’offerta di una città, ma è altrettanto vero che è meno dispendioso in termini economici e di stress, vivere in una zona rurale piuttosto che in una metropoli: i costi sono inferiori ed in questo momento in cui il coronavirus ha colpito l’economia di tante famiglie, risparmiare in tasse comunali ed economizzare nelle spese familiari generali, è una cosa che molti potrebbero considerare.

Questo però a mio giudizio non basta. In molte nazioni del mondo, visto che lo spopolamento delle aree rurali è un problema planetario, molte piccole località con lo slogan “ti paghiamo se vieni a vivere qui”, hanno ottenuto successo. Allora è chiaro che ci sono vincoli legislativi ed amministrativi di vario tipo, dalla legge di bilancio al patto di stabilità… etc. etc. etc.che frenano questa iniziativa, ma se con i soldi che arriveranno, per affrontare e per cercare di attenuare l’impatto socio economico del post coronavirus, qualche amministratore comunale decidesse di dare tutte le facilitazioni possibili e concedibili dalla legge per un determinato periodo ai pensionati che si trasferiranno nel proprio comune e oltre a questo prendesse l’iniziativa ad esempio di erogare buoni spesa (200€ mensili) per ogni nucleo familiare di pensionati, ecco, farebbe un investimento e non spenderebbe soldi pubblici nel nulla!

Ci saranno poi i dettagli da affinare: i buoni spesa in via prioritaria potranno essere spesi per i prodotti alimentari ma, ed ogni comune deciderà in base alle proprie attività economiche, dovranno essere spesi all’interno del territorio comunale. Qui qualcuno potrebbe obbiettare che in molti comuni dell’Oltrepò non sono rimaste attività commerciali… Vero, ma è altrettanto vero che se il piccolo comune non ha attività commerciali, può accordarsi con i comuni limitrofi ed indirizzare la spendibilità dei buoni lì.

Con la speranza che se un comune non ha ad oggi più alcuna attività commerciale, aumentando il numero dei residenti, forse e speriamo, qualcuno potrà considerare l’idea di riaprire un negozio. Questo potrebbe essere un modo concreto e tangibile per incentivare le persone a ritornare ad abitare in Oltrepò. Chiaramente si dovranno mettere dei “paletti”, il primo che mi sovviene è: “noi ti diamo i buoni spesa per un  anno, ti riduciamo le tasse comunali ma tu ti impegni per almeno tre anni a risiedere nel nostro comune”. Le misure fino ad ora accordate dai comuni oltrepadani, che hanno proposto facilitazioni in tal senso e per questo scopo erano quantificate in 400/500 € annui ed è chiaro che un pensionato di Milano per quella cifra, difficilmente si convincerà a “far su ran e baran”, ma se oltre a quello gli viene garantito un contributo di 2mila/3mila € per il primo anno di residenza a cui va aggiunto un costo della vita inferiore ed una qualità della vita superiore, magari si convincerà e magari senza pensarci troppo. Rimane il problema di come far conoscere l’iniziativa ai tanti pensionati che vivono nelle città metropolitane ma che sono originari dell’Oltrepò: scriverlo sui giornali e sui social non basta, ogni comune può rintracciare, grazie all’ufficio anagrafe, una grande fetta di queste persone che vivono in città e a queste persone va scritto chiaramente quelli che sono i vantaggi economici se trasforma la sua seconda casa nella sua residenza primaria, abituale e continuativa, oppure se decide, invece di pagare l’affitto a Milano, di prendere in affitto, spendendo meno, una casa in Oltrepò.

L’idea non è di difficile applicazione ed inoltre i contributi erogati a questi nuovi possibili residenti rimarrebbero sul territorio, aiuterebbero le attività locali, rifarebbero partire una parte dell’economia. L’Oltrepò, ed è inutile raccontare balle, non ha le infrastrutture idonee oper essere attrattivo e per far sì che nuove imprese si trasferiscano qui, ed è difficilmente e non immediatamente attrattivo neppure per i giovani, ma a mio giudizio potrebbe esserlo per i pensionati. È inutile inseguire chimere di rilancio, in questo momento di grande crisi è meglio partire dalla base, dalle cose più semplici e dalle strade più perseguibili, invece di spendere per l’ennesima volta fondi per fare parchi giochi dove non ci sono bambini, piccoli centri sportivi dove non c’è nessuno sportivo, o nuovi musei della zappa piuttosto che del salamino cotto, là dove non c’è alcun visitatore.… Forse destinare i soldi che arriveranno, pochi o tanti che siano, per rendere attrattivo l’Oltrepò agli occhi di chi potrebbe venirci a vivere… potrebbe essere una grande opportunità, forse l’unica. Se non funziona, rimarrebbero nelle casse dei comuni i soldi dei contributi che si spera arriveranno dalla Regione e dallo Stato, per fare altro…