Oltrepò Pavese – “Il Lele”, nato il 18 Gennaio, come Villeneuve

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è universalmente riconosciuto che il primo rivale di ogni pilota è il compagno di squadra in quanto il fatto di disporre di due mezzi identici non dà la possibilità di addurre scusanti volte a giustificare una prestazione inferiore. Figuriamoci se i due piloti sono a bordo della stessa vettura. Tale aberrante situazione si verificò  al rally Colline dell’Oltrepò 1983 e vide come protagonisti due ragazzotti di belle speranze con i quali negli  anni successivi avrei disputato molte gare, ma oggi l’attenzione è rivolta esclusivamente a uno dei due “stonati” in questione. All’anagrafe viene iscritto nel 1960 come Gabriele Bagnoli, ma per tutti è semplicemente “il Lele”. La data di nascita è già di per sé un programma, 18 Gennaio come Gilles Villeneuve. Abitando a Voghera in via Verdi, a 10 metri di distanza, inevitabile che frequenti il Bar Lerici, sede del Voghera Corse prima e del Rally Club Oltrepò in seguito.

La faccia pulita da bravo ragazzino e i modi educati non lasciano trasparire il sacro furore agonistico che in tale contesto trova il terreno ideale. Non appena in possesso della patente cominciano le malefatte. Col suo amico e coscritto Giorgio, non meglio precisato, cominciano a scorrazzare sulle strade della corsa di casa, il Quattro Regioni, così, per vedere come si fa. Dopo l’asfalto, lo sterrato e in una discesa sulla collina di Genestrello, Lele mette la 127 su di un fianco. In attesa che un carrozziere sistemi la fiancata, per evitare guai domestici la posteggia in cortile col lato incidentato a un millimetro dal muro. Sono anche creativi e concepiscono un rudimentale regolatore di velocità ante litteram: un mattone pieno appoggiato sul pedale dell’acceleratore del Diane. La voglia di correre è tanta, ma mancano i fondi.

Finalmente nel 1983 riescono a mettere insieme una discreta somma, ma basta solo per una macchina e nessuno dei due vuole fare il naviga, per fortuna (n.d.r.). E così partoriscono la scellerata idea di correre con la stessa vettura alternandosi alla guida. Tanto per  semplificare le cose noleggiano una Fiat Abarth 131 gr.4 notoriamente una delle auto più impegnative. Va  da sé che la corsa risulti un disastro. L’anno successivo durante il Quattro Regioni andiamo a vedere insieme alcune prove, sempre con la fida 127 blu. Nel tratto tra Varzi e Casanova Staffora comincio a  pensare che il ragazzo abbia del talento, mi piace come lascia scivolare la macchina sulle quattro ruote, come sfrutta tutto l’asfalto fino al ciglio, per me è pronto. A settembre c’è la nona edizione dell’altra corsa di casa, il rally Colline dell’Oltrepò, può essere l’occasione per fare qualcosa di buono.

Circostanze fortunate fanno sì che l’amico Pierangelo Furini ci metta a disposizione la sua Opel Kadett che normalmente usa come muletto. La preparazione era di gruppo 1, ma l’iscrizione viene fatta in gruppo 2 in quanto non era più omologato lo storico cambio ZF. Le ricognizioni durano almeno venti giorni, arriviamo alla gara certi di fare  una discreta figura.

E invece la partenza della prima speciale non giustifica l’ottimismo che avevo riposto nel ragazzo, rilascia la frizione in modo corretto ma poi comincia a litigare con le marce, la seconda per lui non esiste, inserisce quarta, poi terza, poi ancora quarta e intanto il tempo passa e noi restiamo lì a farci sbeffeggiare dagli spettatori. Una volta trovato un rapporto del cambio di suo gradimento torna ad essere  un pilota e il tempo finale è decisamente buono, considerando le difficoltà iniziali. Nelle speciali successive va ancora più forte di quanto avessi sperato, ma quel che più mi colpisce è la sicurezza con cui guida, non sembra un esordiente. E i tempi vengono, cominciamo a scalare posizioni in classifica, in breve ci portiamo in testa al gruppo 2 e nella top ten della generale. Alla fine di una prova in cui abbiamo raggiunto e superato il Kadett che ci partiva davanti, il malcapitato pilota viene a farci i complimenti e a scusarsi per averci tenuto dietro per troppe curve. Al che Lele nel maldestro tentativo di non metterlo in ulteriore imbarazzo si schernisce adducendo la motivazione di abitare a Voghera e come tutti i piloti locali di avere un’ottima conoscenza del percorso. Lapidaria e sconfortata risposta “pensa che io sono di Broni!” La classifica generale vede al primo posto Beretta con la Lancia 037 e poi un gran numero di vetture che non ci  sognavamo neanche di poter impensierire e invece un po’ per merito e un po’ grazie alla sfortuna altrui a due terzi di gara ci troviamo secondi. Impensabile. Preferirei che non lo sapesse, per non turbare il suo  equilibrio di pilota, notoriamente fragile, ma dagli amici cominciano ad arrivare i complimenti e le inevitabili raccomandazioni a rallentare per non compromettere un risultato del genere. Ma non sanno che pochi secondi ci separano da un altro velocissimo ragazzo locale, Vittorio Brambilla alla guida di una Ritmo gr.2 del River Team. Intuisco che Lele si aspetterebbe di ricevere anche da me l’invito alla prudenza ma evito di affrontare l’argomento, sta guidando benissimo, inutile complicare la situazione.

E infatti tutto fila liscio, secondo assoluto, non male per la prima vera gara. Ma l’episodio più divertente di questo rally ha avuto come protagonista un amico, pure lui esordiente, pure lui su Kadett, del quale non farò il cognome ma solo il nome, Francesco. Al primo parco assistenza ci viene incontro visibilmente abbattuto e racconta che alla fine di un allungo frenando sulla ghiaia è andato dritto contro un cancello con grave alterazione del cofano. Lele  inorridito gli spiega che assolutamente deve evitare di bloccare le ruote su sabbia e ghiaia, piuttosto rallenta un po’ prima. Rinfrancato, Francesco ci ringrazia per la dritta. Dopo qualche ora lo ritroviamo  ancora più abbacchiato ma anche inviperito “bravi voi, mi avete dato proprio un bel consiglio! Nella ripetizione di quella prova sono arrivato nello stesso punto, c’era ancora più ghiaia ed io vi ho dato retta, non ho neanche sfiorato il pedale del freno. Peccato che così sono andato ancora contro il cancello ma ad una velocità maggiore”. L’ottimo risultato conseguito fa sì che papà Ferdinando si appassioni e, abilmente circuito, si trasformi in munifico sponsor permettendo l’anno successivo l’acquisto di una quasi bellissima  Opel Manta in società con l’amico Furini. L’appuntamento è sempre per il Colline. è passato un anno ma la storia si ripete, vinciamo a mani basse il gruppo A pur tra molti problemi meccanici, davanti a noi solo quattro vetture di gruppo B, i mostri. Incautamente decidiamo di iscriverci al rally di Como. Un improvviso guasto all’impianto frenante provoca una disastrosa uscita di strada in un punto dove sono assiepati alcuni spettatori all’esterno della curva. Finiamo in un campo sotto il livello stradale e mentre usciamo dalla  macchina, nel buio tra le tante grida isteriche sentiamo un tipo che sostiene che una persona è rimasta schiacciata sotto il Manta. Sempre al buio, a tentoni, sento che qualcosa di rotondo e duro sporge sotto la minigonna dal mio lato. Subito panico, poi un liberatorio vaff… è una zucca, siamo finiti in un orto.

Questo incidente in casa Bagnoli segna la fine del tempo delle mele, ci si rende conto che i rally possono essere pericolosi e per me segna l’insorgere di un problema che non avevo prima e non avrei in seguito dovuto affrontare. Essendo di nove anni più grande venivo visto come più responsabile del loro “scapestrato” bambino e allora a turno papà, mamma Amalia, la sorella Chicca mi prendevano in disparte e il tenore del discorso era sempre lo stesso “mi raccomando, Lele è un ragazzo, tu hai più buon senso, sta attento che non esageri, non deve succedere niente, conto su di te”. Dette così possono sembrare parole di circostanza, ma ho vissuto questa situazione come se mi fossi preso un impegno. Nel 1986 decidiamo di allargare i nostri orizzonti partecipando ad alcune gare del campionato italiano. Si comincia col rally di Modena e qui Lele si laurea ufficialmente pilota col massimo dei voti dando libero sfogo alle psicosi finora represse. Durante la giornata il tempo è stato incerto ma per la notte si attende l’acqua che puntuale arriva a metà di una speciale. Lungo il trasferimento successivo i nostri meccanici ci fanno trovare la manna, un treno di gomme da pioggia. Mentre cominciano ad alzare la macchina sento una voce familiare che dice “non voglio le pioggia, continuiamo con le slick”.

Sta scherzando, penso, e anche in modo piuttosto insulso. E invece no, vuole davvero continuare sotto l’acquazzone con le gomme lisce. Tra le tre possibilità che mi si presentano scarto la discussione perché so che quando il pilota entra in modalità mononeuronale il dialogo e la logica sono assolutamente inutili, scarto per ovvi motivi la voglia di mettergli le mani addosso, per cui mi limito a chiedergli a denti stretti: perché? La sorprendente e aberrante risposta “nell’ultima prova sul bagnato ho fatto fatica a restare in strada, ma sono stato attento e non è successo niente, se ora montiamo le rain so già che mi farò prendere la mano vista la tenuta che hanno sull’acqua e le possibilità di combinare  un guaio aumenteranno, invece così so di dover essere cauto”. Laureato con lode e abbraccio accademico. Allo start della successiva speciale un pilota che si era ritirato vede le gomme e commenta “capisco, saltata l’assistenza”. Risposta “no, saltato il cervello”. Nel corso di quell’annata disputammo altri rally, senza infamia e senza lode, a nostra discolpa il fatto che il Manta era ormai assolutamente inadeguato a reggere il confronto con le nuove vetture di gruppo A.

di Mario Perduca

Lo sbaglio più grave fu di rinunciare a quella che sarebbe stata l’ultima edizione del Quattro Regioni per disputare la domenica precedente il rally della Lanterna. Di interessante nei due anni successivi la partecipazione all’ ADAC Rally che aveva come sede la cittadina di Adenau a pochi chilometri dal circuito del Nürburgring, con prove veramente segrete, in quanto il radar veniva consegnato sulla pedana di partenza. Una di queste prove consisteva in un giro della famosa pista ma in senso contrario. Esperienza indimenticabile nonostante il mezzo assolutamente inadeguato, una Fiat Uno 70 trofeo. La curva più famosa è il Karussell, curva di circa 180°, che nel senso normale di marcia si affronta in salita e gira a sinistra. è un curva soprelevata ma a differenza di Monza la parte ripida è in basso. Orbene percorrendo la pista in senso orario ti sorprende in quanto appare all’improvviso dopo un grande dosso seguito da un breve rettilineo in discesa ripida. Ritengo che sia stato il capolavoro di guida di Lele, riuscire a fare l’unica manovra possibile e cioè inserirla d’istinto nei pochi metri in cemento. L’anno successivo abbiamo ripetuto l’esperienza tedesca ma in modo più traumatico per la carrozzeria del Manta. L’ultima gara insieme in realtà non riuscimmo neppure ad iniziarla in quanto un gancio poco ferma-cofano causò la rottura del parabrezza ancora prima della pedana di partenza. Poi la fiamma del sacro furore di Lele si spense (momentaneamente) ma sotto le ceneri restò latente per tornare a brillare alcuni anni dopo. Ma questa è tutta un’altra storia.

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