OLTREPÒ PAVESE – «IL POST-COVID, OCCASIONE DI RISCATTO PER LE AREE INTERNE»

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A livello delle amministrazioni locali, durante la fase di pandemia si è pensato soprattutto ad affrontare l’emergenza quotidiana. Sono pochi i casi in cui si è iniziato a ragionare in termini di futuro; e sarebbe ora di iniziare a farlo. Soprattutto a livello dei territori più periferici. Perché se è vero che la pandemia ha portato con sé la tragedia sanitaria, è poi evidente che le misure per contenerla hanno portato una crisi economica e sociale. E ogni crisi è soprattutto un’opportunità, come diceva Einstein. Del resto la parola “crisi” deriva dal greco “krisis”, che significa “scelta”. Questo più di ogni altri è il momento di fare delle scelte, anche e soprattutto a livello di territorio. Quali sono i punti di partenza per affrontare queste scelte? Come sta cambiando il paradigma del territorio nel contesto della pandemia? Ne abbiamo parlato con Giovanni Andrini, membro del Consiglio Direttivo di ANCI Lombardia, invitato permanente nei Dipartimenti Europa e cooperazione internazionale e Piccoli Comuni, montagna e aree interne e già a lungo sindaco di Valverde (comune confluito due anni fa in quello neonato di Colli Verdi). «Spero si apra un confronto, al più presto, sul futuro del nostro territorio con l’obiettivo di cogliere le nuove e possibili opportunità di questo momento pensando ad un progetto ambizioso post pandemia. Dimostriamo di essere resilienti anche noi e io sarò pronto a dare il mio contributo».

Andrini, lei è un amministratore di esperienza. Nel corso degli anni ha visto questo territorio sviluppare importanti cambiamenti, il più delle volte non positivi. Lo spopolamento, la fatica nel mantenere i servizi essenziali. Il continuo rincorrere i problemi cercando di mettere una pezza dove si può, da parte delle amministrazioni locali. Come potrebbe cambiare questo copione nel prossimo periodo? «Partiamo da un assunto. In questo momento stiamo vivendo una grave pandemia. La supereremo, e quindi è necessario chiedersi cosa succederà dopo. Quali saranno le criticità che avremo di fronte, e quali invece le opportunità? La nostra analisi deve partire dall’osservazione della realtà, di quello che sta già succedendo, e che quindi ci indica la via. Secondo me ci sono tre punti fondamentali che non possiamo ignorare. Il primo è il tema dello smart working. Il nostro Paese era indietro anni luce, ora abbiamo recuperato, proprio perché costretti dalla situazione. Il secondo tema è la “didattica a distanza”. E poi la telemedicina.»

Bene, ma questi tre aspetti sono diventati parte della vita quotidiana di milioni di Italiani e non solo. Perché diventano particolarmente strategici per i territori periferici? «Se vogliamo avere una visione, deve cambiare il nostro approccio. Le cose non succedono da sole: a volte bisogna farle succedere. Io credo che in seguito alla pandemia tutte le periferie abbiano un’occasione di crescita e di riscatto. Fino a ieri, infatti, le persone andavano dove c’era il lavoro. Si spostavano di casa, per questo. Noi lo sappiamo molto bene: basta guardare quello che è successo e succede sulle nostre colline, ma in realtà in tutte le zone periferiche d’Italia. Lo smart working cambia le carte in tavola.»

Le ha cambiate fino a questo momento. Bisognerà vedere se le aziende avranno il coraggio di andare decise su questa strada per il futuro…«Non dico che quella telematica diventerà l’unica modalità di lavoro in futuro, ovviamente; ma è evidente che molte persone possano svolgere le loro mansioni tranquillamente lavorando da casa, e ce ne siamo resi conto proprio durante la pandemia. Se questo è vero, allora cambia un paradigma: uno non va più ad abitare dove c’è il lavoro, ma è il lavoro che può andare a casa sua. Si può scegliere di vivere dove si vuole. Un concetto facile da sposare; ma è chiaro che per attrarre persone bisogna mettere in campo le politiche necessarie.»

A cosa si riferisce? «Potremmo ridefinire in maniera importante i rapporti fra i medi/grandi centri urbani e le periferie; ma ancora più in generale: fra montagna e pianura. In un’ottica di reciprocità. Adesso bisognerebbe rimboccarsi le maniche e iniziare a lavorare.»

Declinare questa realtà in una prospettiva futura significa però anche affrontare dei problemi. Seguo il filo del ragionamento: se migliorassero le prospettive per le periferie, peggiorerebbero quelle per i grandi centri urbani. «Qualche giorno fa ho visto in televisione un servizio che mi ha toccato. Parlava della Silicon Valley, la sede dei grandi colossi del digitale americani. Google ha una struttura pazzesca che in questo periodo di pandemia è rimasta completamente vuota: le migliaia e migliaia di dipendenti lavorano tutti da casa. Certamente questo porta anche un grosso problema, perché occorre ridisegnare un’intera società. Attorno a Google c’erano bar, mense, negozi… tutto il famoso indotto. Se Google lascia a casa i dipendenti, tutta l’economia che lo circonda chiude. Questo naturalmente vale anche per le multinazionali e alle grandi aziende delle nostre città e penso alla città più vicina che è Milano.»

Cambia anche la programmazione urbanistica, «Certo: cambiano i Piani di Governo del Territorio comunali, non solo quelli provinciali. Il sindaco di Milano, Beppe Sala, sta lavorando su un disegno della sua città proiettata nel futuro. Noi dovremmo fare lo stesso, nelle nostre realtà. Aprire una discussione, prima di tutto. Le due osservazioni che abbiamo fatto prima, relativamente allo smart working e alla didattica a distanza, ci fanno capire anche che gli spazi abitativi diventeranno diversi in futuro.»

Cambiando le esigenze, cambieranno anche gli spazi, certamente. “La casa”, diceva Le Corbusier, “è una macchina per abitare”. Cioè: deve essere fatta in modo da assolvere alle sue funzioni. Come si risponde a questa esigenza? «In generale, i luoghi dove noi abitiamo non sono pensati per lavorare. Per molti la casa è stata, fino a poco tempo fa, il luogo dove mangiare la sera e poi andare a dormire. Al mattino successivo, quelle stesse persone andavano a lavorare, portavano i bambini a scuola… È chiaro che se da oggi in poi uno o due membri del nucleo famigliare, magari non sempre, ma almeno uno o due giorni a settimana dovranno lavorare da casa; e magari nella stessa famiglia ci saranno anche dei ragazzi che assistono alla didattica a distanza… allora si renderanno necessari spazi diversi.»

Sulla didattica a distanza, in particolare, ci sono state grandissime polemiche in questi mesi. Si dice che non potrà mai sostituire la didattica in presenza. Quindi, almeno sotto questo punto di vista, è lecito aspettarsi che prima o poi le cose tornino come prima. «Certo, anche io sono convinto che la didattica sia meglio quando effettuata in presenza, ma anche qui bisogna analizzare tutto il contesto. Perché se io penso a un ragazzo che abita a Romagnese e per andare al liceo o all’università deve fare 3 ore di autobus fra andata e ritorno, mi viene da dire: alt, fermiamoci un attimo e facciamo valutazioni adeguate. Quel ragazzo va messo quantomeno nelle condizioni di scegliere un piano adatto alle sue esigenze. E non è detto che partire ogni mattina da Zavattarello per andare a Voghera o a Pavia, con tutto quello che ne consegue, assolva nel migliore dei modi alle sue necessità, anche didattiche.»

Insomma: servono case più grandi, evidentemente. È impensabile che queste nuove esigenze si possano sostanziare in un appartamento di 50 metri quadri. E quindi, se ho ben capito, lei vuole suggerire che le zone periferiche e rurali possano avere voce in capitolo in questo senso. «Noi abbiamo moltissime case abbandonate, e in più abbiamo un sacco di spazio dove si potrebbe anche costruire, volendo. Però abbiamo un problema: la mancanza di un’infrastruttura adeguata, a cominciare da quella digitale. Poi le strade vanno sistemate una volta per tutte. Almeno le principali. E in questo bisogna fare delle scelte: per esempio, molte strade provinciali sono ormai o sono sempre state di interesse prettamente locale. Bisogna mettere la Provincia nelle condizioni di occuparsi con dignità almeno delle direttrici principali.»

Costruire infrastrutture e manutenerle richiede denaro. Sarò brutale: lo abbiamo questo denaro? «Personalmente ho occasione di seguire da vicino questi aspetti, anche grazie alla finestra che mi offre ANCI. Innanzi tutto, oltre alle risorse che arriveranno dal Next Generation Eu ci stiamo avvicinando alla definizione dei fondi strutturali 2021-2027: ci sono in ballo un sacco di soldi, adesso è il momento di pensare a cosa vogliamo fare e portare le nostre idee in Europa. Se vogliamo avere poi la possibilità di fare cose concrete. Altrimenti riceviamo un sacco di soldi senza sapere come utilizzarli, oppure utilizzandoli in ambiti non fondamentali. Un problema che abbiamo da anni è quello di non essere bravi a raccordarci con le politiche europee. Il tema non è solo quello di avere dei soldi da spendere, ma di quali soldi e di come poterli spendere.»

Bisognerebbe anche vedere come sono stati spesi i soldi ottenuti in passato… altri finanziamenti che potevano essere decisivi, e invece hanno spesso lasciato l’impressione delle classiche occasioni perse. Le aree interne, che il più delle volte partivano svantaggiate, sono rimaste svantaggiate. «Le aree interne non possono essere trattate come le altre. Se oggi si trovano indietro, i motivi sono tanti e diversi. A cominciare dalla morfologia del territorio, che è una condizione a priori. Per questo il contesto di norme in cui ci si muove deve essere differenziato. Non ci sono santi. Ci deve essere una fiscalità differenziata, altrimenti non ne veniamo fuori. È anche un principio di giustizia: soggetti diversi devono essere trattati in maniera diversa. Quanto ai finanziamenti passati, dobbiamo rilevare che sono sempre arrivati con una serie di vincoli. Non sempre le colpe sono dei territori che spendono male, oppure in investimenti non così necessari. In molti casi dipende dai paletti che vengono posti a monte di quel finanziamento.»

Paletti posti in modo piuttosto aleatorio. Lontano dalle esigenze dei territori periferici, che faticano a far sentire la propria voce nelle stanze dei bottoni. «Il tema è questo: non bisogna aspettare ci sia la programmazione europea già definita e approvata per pensare a cosa fare. I progetti devono partire dal basso per poi andare in Europa ed essere recepiti. Se non portiamo in Europa le esigenze specifiche del territorio, la programmazione verrà effettuata sulla base di elementi generali, generiche, che non è detto si adattino a tutte le periferie nello stesso modo. Bisogna anche qui invertire la rotta. La possibilità di andare in Europa a monte della programmazione c’è. Bisogna approfittarne e fare in modo che la determinata esigenza di un’area venga inserita nella programmazione. Certo tutto questo iter deve essere gestito passo passo. Non a caso si stanno diffondendo le figure degli europrogettisti locali; o meglio: dei “coach” delle politiche europee che lavorano sui territori. Fra l’altro ci sono dei percorsi di formazione ora in corso promossi da Regione Lombardia e ANCI, ma da Pavia silenzio o partecipazione marginale non consapevole».

Una figura, quella dell’addetto ai bandi europei, presente a vario titolo in tutti i programmi elettorali delle principali località dei nostri territori. Giusto lì. «Le politiche europee hanno un contesto di norme che richiedono esperienza. C’è bisogno di elementi capaci di parlare lo stesso linguaggio della burocrazia continentale. Certo i comuni piccoli non hanno il personale da mandare a fare questi corsi, e poi per occuparsi stabilmente di tali questioni. Ma allora mi chiedo: se singolarmente non abbiamo le risorse interne da dedicare, individuiamo qualcuno che possa farlo per una determinata zona, lo paghiamo ciascuno per la sua parte e costui si occuperà di esercitare nel migliore dei modi questa necessaria funzione per conto di tutto il territorio. Si potrebbe anche pensare a uno dei comuni più grandi che si faccia carico di un progetto pensato per un’area vasta e si porti quindi appresso i comuni più piccoli, mettendo a disposizione le risorse umane di cui dispone.»

La Fondazione per lo Sviluppo dell’Oltrepò Pavese potrebbe assolvere questa funzione? «Potrebbe diventare il soggetto operativo a disposizione dei comuni. Sarebbero i comuni a dover conferire alla Fondazione questo incarico, secondo me comunque avrebbe tutte le carte in regola.»

Del resto la Fondazione ha maturato una grande esperienza. E in dispone anche di un capitale umano decisamente adatto a questo tipo di mansioni; certo a quel capitale umano bisogna anche offrire una prospettiva… «Per come la conosco io – e sono stato per diversi anni membro del consiglio Direttivo – e per le competenze che ha, potrebbe essere un soggetto adatto e già esistente, senza inventarsi niente di nuovo. Altrimenti il Comune di Voghera o quello di Godiasco o quello di Varzi potrebbero fare da capofila e assumere con il concorso degli altri comuni della zona una o due persone capaci di lavorare su questo ambito, per concentrarsi sul futuro dell’area interna, sugli aspetti legati al Recovery Plan, sulla la nuova programmazione 2021-2027. L’obiettivo deve essere quello di impostare un progetto di territorio e portare a casa le risorse per poterlo realizzare. Questo progetto si deve basare sul momento che stiamo attraversando e sulla visione che vogliamo dare al futuro per questo nostro territorio.»

Cosa intende quando parla di “visione”? «Se vogliamo ripopolare le nostre montagne dobbiamo attirare nuovi abitanti. Se vogliamo attirare nuovi abitanti dobbiamo approfittare delle opportunità che la crisi ci offre. Non basta certo la disponibilità di spazi abitativi. A quelle persone noi dobbiamo essere in grado di dire: tu hai un bambino? Noi ti offriamo un asilo nido. Non possiamo pensare di attivare un asilo nido quando saranno venuti ad abitare qui dieci famiglie milanesi. Perché le dieci famiglie milanesi non verranno mai ad abitare in un posto dove non si siano servizi adatti alle loro esigenze e anche alle loro abitudini. Noi dobbiamo ribaltare la prospettiva: prima creare un’offerta di servizi, poi accogliere chi potrebbe essere interessato a quei servizi. L’asilo nido ovviamente è solo un esempio, ma pensiamo a quante cose potremmo mettere in campo per recuperare il divario in termini di qualità della vita con i centri urbani più sviluppati.»

E se l’asilo nido avrà solo tre bambini? «Vorrà dire che se non arriveranno i risultati attesi, se il progetto che avevamo definito non avrà portato dei numeri compatibili con una logica di sostenibilità dal punto di vista del sistema, allora lo andremo a ripensare. Del resto non possiamo pensare di attrarre persone in un territorio che non offre dei servizi. Senza mettere in campo niente di più dei quello che c’è già. È ovvio che non possiamo ragionare in termini di numeri che non abbiamo: i numeri verranno. Prima offriamo i servizi, poi arriveranno i numeri. Se continuiamo a ragionare come abbiamo sempre fatto, andrà sempre peggio, perché i numeri dei residenti continueranno a calare, e con essi caleranno anche i già pochi servizi che si riescono ad assicurare. Viceversa, se invertiamo la tendenza e crescono le famiglie che decidono di venire a vivere da noi, automaticamente si rivitalizza anche la microeconomia. Si creano le condizioni di aprire ancora il negozio che aveva chiuso.»

Chiudiamo tornando sull’infrastruttura che sta alla base della maggior parte dei servizi: quella digitale. In questa pandemia la sua assenza si è sentita molto, soprattutto nei territori di montagna. Dopo l’ennesimo ritardo nella posa della banda ultralarga, posticipata nella maggior parte dei comuni al 2023, quali sono le prospettive? «Il nostro territorio, come molti altri non interessati dai grandi operatori, rientra nel quarto cluster di interventi. I comuni avevano stipulato una convenzione con Infratel Italia e Open Fiber deve effettuare i lavori. Siamo parecchio in ritardo sui tempi e nessuno dice niente oltre a mettere a rischio il progetto di telemedicina finanziato con l’Area Interna. Bisognava alzare la voce nel momento del primo lockdown e costringere chi di dovere a darsi una mossa. Comunque ora diventa ancora più fondamentale che l’infrastruttura digitale venga migliorata e nei tempi più rapidi possibili.»

di Pier Luigi Feltri