OLTREPÒ PAVESE – “IL PROFESSORE” E LA GOVERNANTE MASSACRATI IN VILLA

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Monrico Losana, notte tra lunedì 1 e martedì 2 giugno 1960. Luigina Perotti, una ragazza che abita nelle vicinanze di Villa Sassone, viene improvvisamente svegliata nella notte da un urlo di donna. In accurato silenzio controlla all’esterno della sua abitazione, senza però vedere o udire nulla di preoccupante. Convinta che si tratti di un semplice incubo ritorna a dormire. I due giorni successivi la vita a Mornico scorre normale fino a giovedì 4 agosto, quando Giovanni Perotti, il padre di Luigina, nota qualcosa di strano: da due notti Villa Sassone è buia e silenziosa, nessun segnale di vita. Eppure, la Fiat 600 del professor Carrera è parcheggiata al solito posto, e da lunedì non si è mossa di un millimetro. Il giorno prima il postino aveva recapitato una busta sotto la porta della villa, senza suonare, pensando che la domestica fosse andata in paese e sapendo che Carrera leggeva e scriveva nel corso della notte, non voleva eventualmente disturbarlo mentre riposava. Assalito dai dubbi sempre più persistenti Perotti avverte i Carabinieri, i quali immediatamente non rilevano nulla di particolarmente strano. La casa è completamente chiusa dall’interno, se non per una vetrata del salone principale. Poco dopo notano una finestra aperta sul retro, che si affaccia verso il bosco, con tracce di sangue. Prontamente entrano nell’abitazione scoprono quello che verrà mediaticamente conosciuto come “L’Omicidio di Casteggio”. Villa Sassone è una abitazione in stile anni Trenta, circondata da vigneti e da un bosco, a pochi chilometri dalla vicina Casteggio. Venne acquistata da Mario Ismaele Carrera, noto editore varesino ma di origini pugliesi, qualche anno prima.

Nato a Laternza (Taranto) nel 1894, dopo essersi diplomato come maestro, pieno di sogni e ambizioni, Carrera lascia la sua terra natale nel 1917 per trovar fortuna al nord. Era un giovane colto, discuteva spesso di sociologia, arte e politica, con aperti sentimenti mazziniani e simpatizzante di un socialismo moderato. Si trasferì a Milano, dove non rimase per molto perché il provveditorato lo trasferì presto a Mornico, dove si era appena liberata la cattedra per l’insegnamento delle classi quarta e quinta. Qui conobbe Ida Marchetti, la maestrina della prima, seconda e terza classe, della quale si innamorò e successivamente convolò a nozze. Dal loro matrimonio nacque la figlia Matelda e la famiglia decise di lasciare Mornico trasferendosi a Varese, dove Carrera venne assunto dal direttore della “Cronaca Prealpina” come un vero e proprio tuttofare di redazione: grazie alle sue abilità, in breve tempo diventò l’uomo di punta del giornale. Il “professore” iniziò a scrivere diverse pubblicazioni didattiche per ragazzi che gli valsero numerosi apprezzamenti dalla critica e dagli educatori. Intraprese così la strada dell’editoria, in cui investì tutte le sue energie e risorse economiche fondando la casa editrice “Nuova Italia”. Fu la scelta giusta: in pochi anni arrivarono i primi risultati economici e “il professore” decise di investire i suoi utili in campo immobiliare. Acquistò Villa Sassone a Mornico, località in cui aveva conosciuto l’amore e a cui era rimasto particolarmente legato, e due villini ad Arma di Taggia da destinare ai nipoti. Sì, perché nel frattempo la figlia Matelda si era sposata con il dott. Douglas Sapio Verdirame, noto e stimato dentista di Varese, con il quale aveva già avuto una figlia. Ma la vita del “professore” venne sconvolta dalla malattia della moglie che, dopo un lungo soffrire, si spense proprio nelle stanze di Villa Sassone nel 1953.

Rimasto vedovo, Carrera si trasferì per poco tempo dalla figlia, per poi ritornare a Mornico. Villa Sassone era molto impegnativa per essere gestita da una sola persona, serviva l’aiuto di una donna nell’amministrazione domestica e nelle ordinarie pulizie. Alcuni parenti della defunta moglie gli consigliarono di assumere una giovane del posto, Eva Martinotti, che lavorava presso una fabbrica di bambole a Santa Giuletta. Una ragazza energica e piena di vita, che fu subito simpatica al “professore”, tanto da essere immediatamente assunta. In poco tempo Eva diventò l’anima della villa: Carrera, in piena fiducia, le aveva lasciato intera carta bianca. Trascorrevano sempre più tempo insieme e tra loro si creò un legame sempre più forte, tanto da alimentare numerosi e incontrollati pettegolezzi tra le donne del paese. Ma nulla fu ma ufficialmente confermato. Ma torniamo alla mattina del 4 agosto 1960. I Carabinieri della stazione locale entrano in Villa Sassone. Al pian terreno nulla è fuori posto: nessun’impronta o anomalia. Ma subito dopo, sul pianerottolo delle scale, viene rinvenuto il corpo di Carrera: indossava una canottiera, probabilmente si era svegliato sentendo qualche rumore. Forse proprio quell’urlo udito dalla giovane Luigina Perotti pochi giorni prima. Una scena macabra: è stato massacrato con numerosi colpi alla testa, strangolato con le sue bretelle e soffocato con un paio di mutande. La gola è squarciata, la dentiera a terra in mille pezzi. Sangue ovunque, perfino sui muri e sui quadri. Poco distante, il corpo della governante: indossa un pigiama a righe, con la testa fracassata e gettata ad annegare nella vasca da bagno. Tanto basta da renderla irriconoscibile.

Arrivano immediatamente sul posto i Carabinieri del Nucleo Investigativo di Milano: dai primi rilievi della scientifica si intuisce che l’omicida ha colpito da solo, con una “furia selvaggia” e vengono prelevate le prime impronte dal pavimento e dai muri. Iniziano le indagini e i primi interrogatori in paese per conoscere gli ultimi attimi di vita dell’editore e della sua amata governante. Da una prima ricostruzione Carrera arriva a Mornico il 25 luglio, preceduto alcuni giorni prima dalla sua governante, che rimane a Villa Sassone alcuni giorni da sola in compagnia del suo gatto. Alcuni testimoni affermarono di aver visto in quel periodo una macchina color crema, spesso parcheggiata davanti alla villa in assenza di Carrera. Altri, dichiarano che la ragazza avrebbe confessato ad alcuni conoscenti di non voler più andare a Villa Sassone perché non si sentiva più sicura. La notte del massacro Carrera si trovava da solo nella sua abitazione a leggere, come di sua consuetudine, mentre la governante si era recata al cinema di Casteggio a vedere “La stirpe dei vampiri”. Secondo alcune testimonianze avrebbe lasciato, agitata, la sala in anticipo. Tornata a casa, indossa il pigiama e si mette a letto. Carrera rimane nella sua stanza a leggere il giornale quando, secondo gli inquirenti, si sarebbe alzato di colpo dal letto per correre in soccorso della governante, dopo averla sentita urlare. Ed è qui che “il professore” viene aggredito dal suo carnefice, con un fermaporte di marmo ritrovato insanguinato sulla scena del crimine. Ma come avrebbe fatto l’assassino ad entrare indisturbato? Sicuramente è uscito dalla finestra sul retro, come dimostrano le orme insanguinate e da lì potrebbe anche essere entrato. Perché Eva lasciava sempre aperta quella finestra, per dare al suo gatto la possibilità di uscire in giardino.

Ricostruite le ultime ore del “professore” e della sua governante, agli inquirenti non resta che capire il movente e scoprire il carnefice. Dalle impronte risulta che l’assassino ha agito da solo e che conosceva bene Villa Sassone dato che le luci sono state spente attraverso l’interruttore generale, non facilmente trovabile. Inoltre, sarebbe entrato disarmato, tanto che avrebbe utilizzato un fermaporte di marmo della villa per commettere l’omicidio. Passano le settimane e le indagini si fanno complicate e confusionali. Si ipotizza un omicidio passionale commesso da qualche spasimante della Martinotti e in paese c’è chi punta il dito contro un ragazzo di Calvignano, che anni priva aveva ucciso una ragazza di Milano per amore. Ma non c’è nulla di fondato e le accuse crollano ancora prima di essere formulate. Spunta addirittura un figlio naturale del “professore”, residente ad Ancona, che riesce subito a dimostrare in modo inconfutabile la sua innocenza. Le indagini si concentrano sulla famiglia di Carrera, nello specifico sul genero Douglas Sapio Verdirame. Alcuni testimoni riconoscono la Fiat 1100 del dentista, come quella vettura verde-blu targata Varese vista più volte davanti a Villa Sassone in assenza del “professore”. Si scopre che Eva aveva iniziato a gestire parte del patrimonio di Carrera, il quale fiducioso l’assecondava, creando non pochi problemi con la figlia e il genero.

Sapio Verdirame cerca da subito di far crollare le accuse su di lui, con numerose tesi a suo favore e affermando che l’eredità dell’editore era si cospicua, ma non da far rischiare un ergastolo. Secondo il dentista l’assassino poteva essere un operaio che aveva fatto i lavori nella villa o un amico di Eva, magari invaghitosi di lei. Vengono ricostruiti gli spostamenti del genero la notte dell’omicidio. Alle 19:00 di lunedì primo agosto parte da Arma di Taggia, a bordo della sua Fiat 1100. Il viaggio dura molto, con diverse soste ad Imperia, Savona e Acqui, località dalle quali invia tre cartoline alla famiglia. Prosegue il suo viaggio passando per Alessandria, Novara, Oleggio e Gallarate, arrivando a Varese alle 4:30 del mattino. Ma nessuno poteva confermare la sua tesi. Secondo la polizia, all’altezza di Tortona, il dentista avrebbe potuto deviare verso Casteggio per raggiungere velocemente Mornico e commettere il crimine.

A ulteriore sfavore di Sapio Verdirame compare la testimonianza di un benzinaio di Varese: costui afferma che nei primi di agosto un signore elegante gli aveva portato a lavare la sua Fiat 1100 verde-blu e che gli aveva raccontato di “un ferito raccolto per strada” per giustificare le macchie di sangue presenti all’interno della vettura. Questo basta per arrestare il dentista di Varese: il 20 agosto 1960 viene rinchiuso presso il carcere di Voghera e qui vi rimane fino al 31 ottobre, giorno della scarcerazione in libertà provvisoria. Sapio Verdirame riesce nel frattempo a costruirsi una difesa inattaccabile: durante un confronto, il benzinaio di Varese ritorna sui suoi passi e dichiara di non riconoscere né l’automobile, né il cliente. Gli esperti contattati dalla difesa dimostrarono che non è possibile stabilire che entrambi gli omicidi fossero stati compiuti quella notte, che il movente non poteva reggere e che gli omicidi sono stati compiuti in maniera impulsiva, non premeditata. Inoltre, mentre l’accusato si trova in carcere, qualcuno riesce a forzare i sigilli e ad entrare in Villa Sassone, probabilmente per manomettere alcune prove.

Sempre secondo la difesa, i due decessi sarebbero stati commessi in orari differenti, perché le tracce dei piedi della ragazza sono state rinvenute sparse un po’ ovunque. Prende così ipotesi del delitto passionale, con una nuova ricostruzione dei fatti, basata sulle “molte avventure” attribuite alla giovane governante. Secondo una nuova ricostruzione Eva, al suo rientro da Casteggio, non sarebbe andata a dormire, ma sarebbe rimasta alzata, dato che il letto si trovava ancora intatto, per incontrarsi con un ospite. Una volta giunto quest’ultimo, sarebbe iniziata un’accesa discussione. Sentite le urla della ragazza Carrera avrebbe scoperto l’aggressore, il quale lo avrebbe colpito con un pugno facendolo rotolare dalle scale, per poi raggiungerlo e finirlo. In un secondo momento avrebbe obbligato la governante a pulire alcune tracce, per poi ucciderla col fermaporta di marmo. La morte a distanza dei due sarebbe confermata anche dagli esiti delle autopsie: nello stomaco di Carrera erano ancora presenti tracce della cena, in quello della governante no. Sulla base di queste affermazioni, nel novembre 1962 il tribunale di Pavia assolve Douglas Sapio Verdirame per insufficienza di prove. A distanza di sessant’anni il mistero di Villa Sassone aleggia ancora sopra Mornico. Molti sono gli interrogativi ancora aperti: chi ha ucciso il sessantaseienne Mario Ismaele Carrera e la ventinovenne Eva Martinotti? Con quale movente? Ma soprattutto, chi ha infranto i sigilli della villa e per quale motivo? Domande a cui forse non avremo mai una risposta.

di Manuele Riccardi