Oltrepò Pavese – Il ritratto realistico e scanzonato del pilota-personaggio Massimo Brega. Di Mario Perduca

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“Rem tene, verba sequentur”, diceva Marco Porcio Catone tanto tempo fa. Comincia a essere padrone della materia, le parole verranno da sole. Di sicuro l’argomento, ossia i piloti con cui ho corso, lo conosco molto bene, al contrario di riuscire a tradurlo in parole scritte in forma accettabile non ne sono molto convinto  meno ancora di dar vita a qualcosa di gradevole che non annoi chi legge inducendolo a voltar pagina. Fortunatamente il tutto dovrebbe occupare le ultime facciate de Il Periodico cosicché il lettore non avrà la possibilità di passare oltre. Non è mia intenzione scrivere monografie dei personaggi in questione ma solo raccontare episodi divertenti e/o interessanti che li hanno visti protagonisti nel bene e nel male e nel faceto. Non sapendo dove iniziare ho pensato di andare a ritroso nel tempo per evitare un’impostazione  troppo narrativa e anche perché i ricordi sono più freschi.  Alcuni giorni orsono ho incontrato un amico che non vedevo tempo, appassionato e profondo conoscitore di rally e di rallisti e, parlando del più e del meno, gli ho fatto cenno di questa collaborazione col Periodico. Costui di professione fa lo psicologo con specializzazione in patologie dell’attività sportiva. Botta e risposta  “parlerai anche di Massimo?” “e certo, ci ho corso più di dieci anni e con lui ho concluso la carriera”, “non volermene, ma sinceramente nutro seri dubbi che tu sia in grado di offrire un quadro completo del personaggio, non hai le basi scientifiche, puoi limitarti a raccontare episodi, aneddoti ma per scavare in profondità ti servirebbe il supporto continuo di un luminare quale mi ritengo”. “Concordo ma, senza offesa,  penso sarebbe troppo anche per te, vedrò di limitarmi al racconto evitando di addentrami in oscuri meandri, se poi decidessi di andare oltre chiederò aiuto a Dylan Dog”. 

Massimo, in arte rallistica Brega, classe 1961. Subito una grave pecca: comincia a correre verso la trentina, età in cui un pilota dovrebbe essere già nel pieno dell’attività con l’irruenza giovanile supportata da una  buona dose di esperienza. Seconda ancor più grave pecca: non dispone di una maxi valigia. Adesso i pro: perfezionista, appassionato vero, competente e competitivo e in primis veloce, anzi velocissimo. Più semplicemente chi ha letto il mio personale profilo del pilota di rally, basta che faccia copia e incolla senza modificare una virgola. Stile di guida spettacolare quando è il caso, superutilitaristico quando serve. Questo  aspetto mi dà lo spunto per parlare della prima gara disputata insieme, Valle Umbra 2000. Per dieci anni era stato il rivale di riferimento nelle varie edizioni dell’Oltrepò, quello di cui si chiede per primo il tempo. Edizione 1996 ultimo passaggio sulla ps Oramala. Notte di pioggia, è ancora buio ma sta per albeggiare e le nuvole basse sono un vero problema. Con Buscone partiamo col n.7 e prendendoci tanti rischi stacchiamo il miglior tempo rifilando 15 sec. Ci fanno i complimenti ma Giorgio serafico risponde a malincuore: restate qui e vedrete cosa fa QUELLO Là, la gara finisce qui. E infatti ci suona un bel minuto tondo. Ma ora i casi  della vita, o meglio le crisi di coppia, ci mettono in macchina insieme. Era successo che Paolo Zanini, suo storico navigatore, venutagli a noia la monogamia piatta e senza acuti, aveva pensato di cercare nuovi stimoli, nel caso specifico provare a vincere il rally Valle Umbra in coppia con Matteo Musti su Clio.

Non tollerando cotanta onta, il Massimo furioso e vendicativo mi propone un’uscita chiodo scaccia chiodo,  neanche da dire su Clio. Da grande esperto di maneggi riesce a farci assegnare un numero di partenza più alto del fedifrago, in modo da poter controllare i suoi tempi. Vinte di stretto margine le prime due prove ci  aspetta la lunga di Assisi che farà classifica, tortuosa all’inizio poi veloce in discesa. Le premesse sono poco incoraggianti. Prima del C.O. mi consiglia “se abbiamo qualche minuto telefona a Monica e dille che le hai voluto tanto bene”. Direttamente dal manuale “gestione delle criticità” al capitolo “come tranquillizzare i collaboratori”. Poi però guida ancor meglio di quanto mi aspettassi, in discesa è superlativo. Nei pochi tornanti finali è strano, veloce senza fronzoli, più che di essere in gara da l’impressione di avere una gran  fretta di arrivare a vedere il tempo dei rivali. E infatti prova vinta con tanto margine e vittoria finale prenotata. Alla partenza dell’ultima corta ps abbiamo 17” di vantaggio, guida come si deve, evitando ogni  forma di rischio, ma in una stretta inversione la Clio non gira. In rapida sequenza: disobbedisce al secondo comandamento, riattiva momentaneamente l’emisfero sinistro, fa un respiro profondo, retro e subito mentre inserisce delicatamente la prima licenzia in tronco il suddetto emisfero e giù per la discesa è un delirio assoluto. Solo due chilometri, per fortuna, di lucidissima follia. Esperienza da non ripetere ma entusiasmante. Naturalmente corsa vinta. Nel trasferimento verso il palco d’arrivo, tanto per darmi un contegno gli dico “forse così era un po’ troppo” “sì” e caso archiviato. Ma tutto è bene quel che finisce bene pur se altrettanto bene non era cominciato. Prima ricognizione della prima prova, comincia a dettare e subito ci intendiamo come possono farlo un abitante di Rovaniemi e un aborigeno australiano, io da sempre stringato e lui amante della sintesi come Boris Pasternak quando descrive l’arrivo della primavera ne “il dottor Zivago”. Piccolo esempio, arriviamo a una curva al cui esterno si trova l’ingresso di una cava, suggerisco “al cantiere sinistra 3”, replica “nooooooo, non capirei, scrivi alla ce-men-ti-fe-ra sinistra 3”. Bravo, mentre la scandirò come vuoi saremo a fine prova. E poi quando tocca a me leggere si perfeziona il disastro. Qui sei in anticipo, qui hai un tono troppo basso, sei in ritardo cosa aspetti? Abbassa la voce. Trascorsa la giornata in questa rilassante atmosfera, mentre facciamo rientro alla base Massimo chiosa “adesso qualcosa va meglio, ma senza una svolta drastica per ben che vada arriviamo terzi, impensabile competere con Mustino nè tanto meno con Ogliari (dato come certo vincitore su Subaru Impreza, vettura di  un altro pianeta), mentre se riesci ad assecondarmi ce la giochiamo per l’assoluto”.

E certo, penso, vorrebbe star davanti a una Subaru, ma dove sono capitato, chi me l’ha fatto fare? Dopo cena mi ritiro velocemente in camera, singola, col morale in cantina, chiamo Monica e le illustro la situazione, prodigo di elogi verso il novello driver del tenore “non avrei mai pensato di salire in macchina con Norman Bates”. Lei tenta inutilmente di rincuorarmi “lo hai sempre visto come un pilota bravo, sicuro e veloce, perché non provi a essere più elastico, sei tu che devi adattarti” “sì va bene ciao, ci sentiamo domani”. Praticamente  nello stesso giorno ho discusso con i due interlocutori con cui non hai chances, la moglie e il pilota. Però ormai siamo qui, tentare non costa niente, ma domani sarebbe tardi per cui in modo molto ridicolo mi siedo contro la testata del letto con in mano il quaderno e provo a leggere come richiesto sperando che  nessuno mi senta. Neanche arrivare in cima alle Mesules è così difficile, però un passo dopo l’altro si può. Verso le tre con la gola secca mi sembra di aver fatto progressi, forse ci siamo. E infatti la mattina dopo alla prima ricognizione la mancanza di improperi e soprattutto il suo sguardo incredulo mi dicono la notte in bianco è servita. Salto temporale fino al 2004. Con fatica riusciamo a mettere insieme il budget per partecipare al Monza  rally show con una fantastica Peugeot 306 Maxi by Racing Lyons, finalmente una vettura dell’amico Moreno. Il precedente è impegnativo, nel 2000 con una macchina analoga ha fatto faville vincendo  addirittura una Grand Prix mettendosi dietro tutte le WRC. Ora questo modello comincia ad accusare il peso degli anni e dei regolamenti e inoltre abbiamo come compagno di squadra nientemeno che Piero Longhi. Ma in questo contesto ciò non è rilevante. Che conta è il fatto che si effettuano le ricognizioni con macchina da gara, tuta e casco. E qui anche l’ amico psicologo entrerebbe in crisi. Due giri per prova, al primo si scrive, al secondo si legge. Le prove sono le stesse dell’anno prima quando abbiamo corso con una Peugeot S1600, ad eccezione di un breve tratto che però abbiamo ricostruito a tavolino.

Non male sfruttare entrambi i giri. La nostra andatura è subito più veloce rispetto a coloro che stanno prendendo le note, poi  anziché diminuire, il divario aumenta, ma non ci do particolare importanza. La seconda prova comprende quel tratto nuovo, si percorre la Parabolica in senso contrario, poi nel rettilineo che porta alla variante Ascari ci sarà una chicane artificiale, ma non so a che altezza è piazzata. Massimo sta andando velocissimo, immagino voglia capire bene questa lunga curva che alla fine chiude, poi mi darà modo di dettagliare la  nota successiva. Invece no, caccia dentro tutte le marce che ci stanno, sotto la chicane ne scala qualcuna, la imbocca con la solita cattiveria e appena uscito ancora giù. Lo contesto subito “oh, rallenta dimmi cosa  scrivere” risposta da incazzatissimo “leggiiiiii”, gli do due colpi sul braccio “vuoi mollare o no?” “dimmi cosa c’è adessoooo” poi di colpo alza il piede “ahhh, ma non siamo in gara”. Come si usa dire? Non posso  crederci. Per qualche curva è tranquillo, poi l’istinto riprende il sopravvento e in una di quelle strette curve ricavate davanti ai box infila in frenata due malcapitate Mitsubishi N. Al successivo briefing il direttore di gara esordisce così “ho notato che non tutti i piloti interpretano in modo corretto lo spirito delle  ricognizioni”.  Adesso qualcosa di casalingo. Oltrepò 2006, manca l’ultimo passaggio sulle tre prove e abbiamo un  rassicurante vantaggio sul secondo, la macchina è perfetta, ci monteranno gomme nuove, abbiamo il vento  in poppa. A Salice stiamo aspettando il nostro minuto di uscita dal riordino col vetro abbassato per il caldo, in religioso silenzio perché ho intuito che lui sta percorrendo mentalmente la prima prova che andremo a fare dopo il parco, Varzi-Cignolo. In effetti è meglio rinfrescarla, è una ps che non conosce bene. Dal tempo trascorso, sguardo fisso nel vuoto, dovrebbe aver passato l’abitato di Castellaro e imboccato la discesa. Fra due minuti rischio ad aprire bocca. Va bene così, ormai dipende solo da noi. Non dobbiamo fare sbagli, dobbiamo evitare i tagli che potrebbero danneggiare una delle nostre meravigliose Pirelli e sarà fatta. Ma ecco il fattore di disturbo. Una voce amica, la Bea “ciao ragazzi, siete bravissimi”. Bea al secolo Beatrice Ghezzi, concessionaria Peugeot a Stradella, carissimissima amica di entrambi e nostro munifico sponsor. Penso tutti convengano che l’elemento cardine dei rally sia lo sponsor. Lo sponsor è per antonomasia una bella persona, simpatica come nessuno, divertente, piacevole e praticamente ha sempre ragione. Capita che si presenti alle verifiche con prole al seguito e ti chieda se può far sedere il piccolo sulla macchina.

Ma certo, se vuole gli diamo anche il casco, chissà che non diventi un pilota. E dato che non puoi dar di spalle a chi ti ha permesso di essere lì, mentre lo intrattieni con l’altro occhio che ruota tipo camaleonte controlli quello che il piccolo sta facendo, dove allunga le manine, cosa tocca, ma non puoi esprimerti come vorresti e allora inventi che devono finire di regolare il sedile.  Orbene Bea, amica e sponsor, notando l’espressione intensa di Massimo pensa di essere di supporto psicologico “ormai è fatta, puoi anche sorridere”. Subito due trasfigurazioni. Massimo assume le sembianze del drago davanti a San Giorgio e fiammeggia “qui non c’è proprio niente da ridere” e Bea, cresciuta alla scuola di Bernacca, pur incredula per questa aggressione verbale evita di ribattere ed emula Michael  Jackson allontanandosi con nonchalance dalla vettura. Ci sarebbero molti altri episodi da citare, ma non volendo contribuire alla deforestazione mi fermo qui convinto di aver dipinto un ritratto realistico e scanzonato del pilota-personaggio Massimo Brega. Alla prossima.

  di Mario Perduca

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