OLTREPÒ PAVESE – «LA GENTE FORSE HA IMPARATO A DIFFIDARE DAI CENTRI TROPPO AFFOLLATI»

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“Vasco” si chiamava. Era un maestoso toro di razza piemontese, per la verità un gigantesco “fassone piemontese” di oltre dieci quintali. Brucava libero sulle colline di Sant’Eusebio di Montepico in un tardo pomeriggio di settembre. Vicino a lui una graziosa manza della stessa razza, sceglieva l’erba migliore da ingurgitare velocemente per ruminarla in pace al calar della sera. Lo guardava di tanto in tanto, orgogliosa di aver fatto l’amore con un maschio siffatto: una buona discendenza era assicurata, forte e sana come forte e spavaldo era Vasco. L’avventura era iniziata sul far del mattino di una meravigliosa giornata del settembre oltrepadano, dolce, luminosa e nel contempo melanconica, come sanno essere le giornate d’autunno che preparano i rigori dell’inverno. “Pazienza” questo era il nome della splendida fassona, razza piemontese dall’altisonante nome scientifico “Bos taurus taurus”, si era avvicinata al superbo maschio e questi, annusandola ed arricciando il naso, aveva intuito che la giovenca voleva coccole, carezze, per dirla in parole povere, voleva far l’amore. Loro, gli animali, non hanno tempo da perdere come gli umani, la stagione dell’amore reclama le sue regole e loro le seguono ben felici di collaborare al mistero dolce della vita. A Vasco poi, non parve vero di fare il proprio dovere di riproduttore, concorrere al miracolo della procreazione e divertirsi pure, l’impunito! Nove lunghi mesi, di attese di speranze, di calcetti del vitellino già biricchino prima ancora di nascere. L’impertinente reclamava la sua voglia di esserci, con colpetti che la mamma sopportava felice con materna dedizione. Passarono i mesi, passò l’inverno, la primavera e, alle prime avvisaglie dell’estate, la gestante capì che il suo tempo era venuto. La mucca si agitava, si coricava e tornava a rialzarsi di colpo mentre il suo custode romeno Giovanni detto Giuàn, un giovane gigantesco di una quarantina d’anni, maritato Petro (da Petronella, non Petronilla), innamorato del suo lavoro e dei suoi animali, l’accarezzava e la tranquillizzava con parole dolci appena sussurrate. L’uomo continuò nei lavori di riordino della stalla ma capì che il parto sarebbe stato difficile. Per tale ragione avvertì il suo capo, Picchi Silvano, Jaio per gli amici, che prontamente lasciò il lavoro a cui attendeva per recarsi presso la stalla.

Un furioso temporale che sino a quel momento aveva guatato uomini e cose in attesa di scatenarsi, esplose in tuoni, lampi e acqua a catinelle. I due uomini aiutandosi a vicenda, assistevano la povera bestia che stava per mettere al mondo il suo vitellino anzi, il vitellone di oltre cinquanta chilogrammi. Il temporale infuriava con raffiche di vento che penetravano le finestrelle semi chiuse della stalla e bagnavano i nostri eroi intenti in operazioni delicate che non permettevano distrazioni di sorta. Dopo un lungo travaglio fatto di muggiti, gemiti e sbuffi della povera bestia, improvvisamente il miracolo della natura si materializzò nella grande sagoma di un vitellino che, prima non voleva nascere ed improvvisamente si era lanciato sul grande letto di paglia senza dar tempo ai due assistenti “ginecologi” di attutirne il violento impatto. Giuàn e Silvano in ginocchio davanti al neonato che non dava segni di vita, gli parlavano dolcemente, come solo ai figli si usa fare, lo incitavano a respirare, a combattere, a vivere in buona sostanza. Il piccolo dopo poco, iniziò a respirare piano, a muoversi e ad aprire gli occhioni girandoli or verso Giovanni, or verso Silvano. Tentò di mettersi in piedi ma cadde in avanti tra le risa dei due. Ritentò più volte ma non riusciva a stare in piedi. I due smisero improvvisamente di ridere ed esaminarono da vicino l’animaletto. Purtroppo, una zampina anzi, una gambina era spezzata. Il lungo travaglio, le difficoltà nella nascita, forse l’improvviso tuffo al suolo, avevano determinato l’infausto esito. A memoria di Silvano, che negli ultimi vent’anni ha visto nascere circa 1500 vitelli, mai era accaduta una vicenda simile. Il veterinario avvertito del fatto ed impossibilitato ad intervenire, aveva consigliato l’ingessatura del piccolo arto affidato all’esperienza veterinaria del padrone di casa. Muniti di bende gessate e di un’asticella metallica i nostri eroi avevano fasciato la gambina del piccolo “Coker”, così avevano battezzato il vitellino per via delle orecchie abbassate a mo di spaniel inglese. La bestiola non si lamentava, non si muoveva neppure mentre assisteva alle operazioni mediche: sgranava i grandi occhioni, muoveva ritmicamente le grandi orecchie abbassate senza un gemito o un pur tenue lamentino. Anzi, mentre la mano di uno dei due operatori gli passava davanti al musetto, non trovò di meglio che afferrare l’indice proteso di Giovanni e di mettersi a succhiarlo: l’aveva scambiato per la poppa della mamma! Dopo poche ore, Coker aveva imparato a camminare pur con la gambina ingessata. Anzi con incedere buffo, persino a correre verso la turgida tettarella della mamma che leccava e guardava con orgoglio il suo piccolo mentre succhiava avido il latte caldo e con lievi testate contro il ventre, ne sollecitava il rilascio. Dopo una settimana, il birbante cresceva e con lui, la gambina infortunata.

Su consiglio veterinario e alla presenza dello stesso, i due infermieri lo coadiuvarono nella sostituzione della fasciatura gessata con non poca difficoltà in quanto il piccolo demonio, contrariamente al primo intervento, si agitava come un ossesso. L’erculea forza di Giovanni lo inchiodava delicatamente a terra mentre Silvano provvedeva al bendaggio gessato. Superato il piccolo handicap, Coker cresceva bene, saltava e sgrullava come e meglio dei suoi cuginetti, succhiava geloso il latte di mamma, sollecitandola con colpetti sempre più forti, con testate sempre più imperiose, il biricchino! Al pascolo giocava con tutti ma non lasciava avvicinare nessuno alle tettarelle materne: va bene il gioco ma a pranzo e a cena alla larga, ognuno a casa sua o, per meglio dire, ognuno alla sua poppa! Lunga vita al mitico Coker! Lunga vita a mamma Pazienza per la… pazienza messa in campo con il discolo e, per ultimo ma non ultimo, lunga vita a Vasco, al suo piacevole lavoro riproduttivo se i risultati sono questi, rappresentati dallo splendido prodotto descritto. Forse è una favola. Sembra una favola ma in realtà, le foto lo testimoniano, è un fatto avvenuto verso la metà del mese di giugno del funesto anno 2020. Anche Coker ha pagato lo scotto di quest’anno bisestile malefico e funesto. Per fortuna lui non vi ha rimesso le penne anche grazie alle amorevoli cure prestate dal buon Giovanni e da Silvano. Chi non conosce a fondo i valori veri del mondo rurale non può capire fatti come quello raccontato; chi pensa che l’allevamento del bestiame ricordi i lager d’internamento e di sterminio nazisti, dovrebbe almeno una volta assistere al parto di un animale e all’apprensione dei custodi, dovrebbe ammirare questi bovini liberi di scorrazzare per boschi e prati per cinque mesi all’anno, dovrebbe soffermarsi ad ammirare l’incedere ritmico ed elegante di una gallina che razzola libera nel cortile, un vitellino che poppa sgrullando come un pazzo, libero di vivere, crescere e correre felice. Chi si dedica all’allevamento vero, non alle gabbie di concentramento, merita il nostro rispetto e, personalmente, la mia ammirazione. Soprattutto i giovani che stanno tornando all’agricoltura. Picchi Silvano è stato un precursore di questi ritorni. è un giovane imprenditore agricolo o, come ama definirsi, un contadino dell’Oltrepò, con azienda agricola, allevamento di frisone piemontesi e suini autoctoni e spaccio carni bovine e suine a Sant’Eusebio nel Comune di Fortunago. Per la verità le carni suine le confeziona con l’aiuto di Santino Bagini suo cugino, in splendidi salamini, cotechini, pancette, coppe e salami, realizzati con tutte le carni del maiale e stagionate naturalmente.

Picchi ci racconti i suoi inizi «Tanti anni fa, ormai ho cinquant’anni, ultimati gli studi, trovai lavoro presso l’Ipermercato di Montebello. Trascorrevo le mie giornate tra scaffali, fornitori, bolle e fatture ma la mia mente era sempre a Sant’Eusebio. Al mattino l’uomo Silvano saliva in macchina e raggiungeva Montebello, ma l’anima, il cuore e la sua mente rimanevano al paese. Dopo pochi mesi, decisi di smetterla di soffrire, rassegnai le dimissioni da impiegato ed iniziai la mia attività in paese».

Iniziò subito ad allevare bestiame? «No. Mio padre Piero e mio zio Mario, il mitico Pänä, erano dediti all’agricoltura in generale ed in particolare alla frutticoltura e sua commercializzazione. Mele, pere, susine, ciliege, pesche e albicocche erano il frutto gustosissimo delle loro fatiche (frutta maturata a quattro-cinquecento metri d’altezza). La concorrenza con merce prodotta in pianura, di scarsa qualità e bassissimo prezzo, convinse i produttori a riconvertire l’azienda. Qualche anno prima lo zio Mario, con il fiammeggiante camioncino rosso, aveva acquistato una prima mucca frisona. il frutto di questa e successivi innesti dall’esterno, avevano formato un piccolo allevamento di circa quindici bovine e altrettanti vitelli».

Chi credeva di più in questa nuova attività? «Tutti, io mi stavo innamorando dell’allevamento. Necessitavano locali giusti. Prima affittando le stalle di Ponticelli e poi costruendo una stalla moderna dove gli animali sono liberi da catene e da imposizioni, risolsi il problema. Oggi ottanta mucche e due tori, a pascolo brado per almeno cinque mesi l’anno, producono settantacinque vitelli di media. I maiali vengono acquistati lattonzoli e cresciuti a crusca, erba e granoturco sino all’inverno successivo. Gli insaccati e le deliziose carni di fassona, sono offerte al pubblico nella bottega spaccio di Sant’Eusebio».

Il Covid, la maledetta pandemia del 2020 ha influito sulla commercializzazione dei suoi prodotti? «Fortunatamente no, anzi, le vendite sono incrementate. La gente forse ha imparato a diffidare dai centri troppo affollati e la clausura imposta, ha convinto qualcuno a cucinare prodotti autentici e genuini. Un cliente mi ha telefonato recentemente raccontandomi che, dopo aver acquistato un bollito di un bue grasso di oltre 11 quintali da me sacrificato per le feste, aveva riassaporato profumi e sapori che pensava d’aver smarrito. (Ha usato le parole udù e sävùr che forse rendono meglio l’idea)».

Perchè ribatte a chi la definisce agricoltore, guardando negli occhi l’interlocutore e scandendo in italiano, “contadino, io sono un contadino”? «Non amo granché la parola agricoltore, coltivatore del campicello. Io sono altro, sono contadino nell’anima e nei miei atti quotidiani. Contadino deriva dal medioevale contado. C’è qualcosa di nobile nel nome e nella missione che non è solo la manuale coltivazione della terra: è veder crescere una pianta, vedere le mie bestie al pascolo libere di scorrazzare tra i miei splendidi monti; è un vitellino che succhia il latte con leggeri colpetti alla tettarella al che la mamma lascia meglio defluire il liquido vitale; è sfalciare l’erba medica e sentirne l’odore intenso; è un’alba e un tramonto, una goccia di rugiada che brilla sotto il primo sole. È tutto questo e tanto altro che non so ben spiegare».

Non me ne voglia Silvano o meglio, amico Jaio: lei è ancora signorino, negli ultimi tempi la vedo “alquanto preso, direbbe Bagio”, che mi dice dell’amore? «Amico Giuliano, curiosissimo amico mio: l’amore è un tal mistero, una tale meraviglia, un sogno talmente bello che, il solo parlarne lo sciupa, lo rovina. Quindi, non per scortesia ma per custodire una fortuna meravigliosa quando capita, non ne parlo». Mentre Silvano giustamente pensa all’amore anche se non ne parla (per la sua terra, per albe e tramonti infuocati, che avete inteso?), CoKer ha sospeso le sue corse in campagna, vive in un grande recinto, raramente si corica in stalla. Lui è un duro, dorme sull’erba o sul cemento della grande platea antistante la stalla incurante della neve, del freddo o della pioggia. Lui è un duro, lui è figlio del grande Vasco e della dolcissima Pazienza. Considerati i quarti di nobiltà e le forme perfette diverrà uno splendido riproduttore, brucherà pascoli che sanno di storia perchè adiacenti al Castello di Montepico e sgrullerà felice dopo aver fatto il suo dovere riproduttivo e il suo piacere di vecchio e impenitente mandrillo.