OLTREPÒ PAVESE – “LA SCHITA” PROTAGONISTA DI UN GRUPPO FACEBOOK, OLTRE 1300 GLI ISCRITTI

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In questo periodo di quarantena, molte persone si sono dilettate in cucina, a volte riscoprendo anche con piacere alcune ricette del passato o comunque della tradizione del proprio territorio. E così, in Oltrepò Pavese è successo che un’affermata giornalista e scrittrice, Cinzia Montagna, abbia deciso di fondare addirittura un gruppo su Facebook dal nome “La Schita dell’Oltrepò Pavese”, per riportare in auge la famosissima “schita”.

Come è nata l’idea di fare questo gruppo?

«è proprio nato per caso, dopo che un mese fa avevo inserito sul mio profilo Facebook la foto di una schita che avevo preparato. Subito sono intervenute varie persone sul tema della schita, allora ho pensato di aprire un gruppo, che è uno spazio più libero e duttile di un profilo personale».

Qual è l’obiettivo?

«è quello di condividere la ricetta cucinata, ma anche gli abbinamenti gastronomici e di vini adatti alla schita dell’Oltrepò Pavese. Sono già emersi tanti aspetti interessanti relativamente al nome e al modo di prepararla, tutti spunti su cui le persone si confrontano e ciascuno porta la propria esperienza. è interessante notare come esistano sinonimi di “schita” in luoghi distanti pochi chilometri e come qualcuno la frigga in olio più abbondante e pertanto risulti una frittella più croccante e chi invece la faccia cuocere in poco olio, con un risultato più simile a una focaccetta  sottile e morbida. Gli ingredienti di base sono gli stessi: farina, acqua e un pizzico di sale. Tutti sono concordi sul fatto che originariamente si usava come condimento lo strutto, che qualcuno indica come “vont” e qualcuno come “vonc”. Tutte queste declinazioni mi sembrano molto stimolanti per definire, insieme, e in base a ricerche documentarie, quando sarà possibile svolgerle, una sorta di disciplinare della schita dell’Oltrepò Pavese, con le sue varianti e la sua identità».

Perché proprio la schita e non un altro prodotto tipico dell’Oltrepò?

«La schita è un prodotto molto semplice da realizzare, espressione della cultura rurale e popolare. I suoi ingredienti si trovavano facilmente, come si trovano ancora oggi, in tutte le cucine. A differenza dal pane, che richiede il lievito e modalità di cotture più complesse, è veloce e anche appetitosa, sia nel sua versione naturale sia nella sua versione dolce, cosparsa di zucchero dopo la cottura. La schita accompagnava il contadino in campagna, spesso per la merenda di metà mattina. Ricordo che il lavoro nei campi e nelle vigne iniziava all’alba, per cui la merenda di metà mattina era utile per una breve pausa di ristoro. Spesso era accompagnata da ciò che si coltivava e cresceva nel vigneto, magari l’aglio. L’abbinamento con salumi è più recente. La schita con lo zucchero è stata la merenda pomeridiana di noi tutti da bambini, una vera leccornia».

è passato un mese dalla nascita del gruppo social: quali sono i primi riscontri?

«Attualmente gli iscritti sono oltre 1300, i post con foto di schite sono tantissimi e devo dire che tutti i componenti del gruppo hanno dimostrato di saperla preparare bene, anche chi ha dichiarato di essere alla prima ‘prova – schita’. Sono molto interessanti i confronti che nascono sulle diverse modalità di preparazione, così come gli abbinamenti proposti. In pratica, tutto un mondo insospettato ruota intorno alla schita!».

è sicuramente un gruppo che ha tenuto compagnia durante la permanenza forzata in casa…

«Questo è stato forse l’aspetto più importante. Mi verrebbe da dire che la schita è stata un po’ una  bacchetta magica e una  macchina del tempo. Ha aperto una finestra su un panorama diverso dall’emergenza e dalla costrizione in casa, ha evocato momenti passati in cui avevamo certezze, così distanti dall’incertezza che stavamo vivendo. Ognuno di noi ha il ricordo di una schita buonissima, la situazione in cui l’abbiamo conosciuta era buona: gli affetti, la famiglia, la serenità. Il gruppo ci ha fatto e ci fa sentire comunità, anche se non ci conosciamo di persona. Mi auguro che questo senso di comunità, così spontaneo, resti, perché si è creato nel suo modo più naturale, tramite la condivisione di un sentire diffuso».

Quale post tra quelli di questo primo mese ricorda in modo particolare?

«Ce ne sarebbero tantissimi, dalle videoricette di Loretta Ravazzoli e di Gloria Gariboldi alle magnifiche schite di Franco Bacci e Amedeo Quaroni, al supporto nella diffusione del gruppo che hanno fornito Carlo Serra, Mariagrazia Liberali, autrice fra l’altro della foto di copertina, Stefano Denicolai e Alice Gorini e ancora gli interventi di un bravissimo giornalista che è Attilio Barbieri, ma soprattutto mi hanno colpito alcuni post dove si percepisce l’affetto verso i genitori e i nonni che preparavano la schita e questi sono stati veramente tanti, alcuni davvero commoventi nella loro sincera dimensione umana».

Gli iscritti sono solo dell’Oltrepò o anche di altri luoghi?

«Abbiamo iscritti dal Piemonte, dalla Toscana, dal Lazio, dall’Emilia, dalle Marche, ma anche dalla Svizzera, dalla Germania e dall’Inghilterra, tutti a fare schite da un mese a questa parte e a raccontare le loro tradizioni, poiché l’uso di farina e acqua per ottenere focaccette o frittelle dolci o salate è diffuso in tutta Italia. Molte persone che si trovano all’estero sono originarie dell’Oltrepò: il gruppo le ha riportate idealmente a casa e non soltanto in teoria perché, non dimentichiamolo, la schita si mangia e cucinarla significa percorrere un cammino nella memoria, verso casa».

Progetti per il futuro?

«Mi auguro che fra non molto tempo sia possibile organizzare iniziative dedicate alla schita e sono certa che le idee nel gruppo non mancheranno per deciderle insieme e finalmente trovarci di persona. Gustando la schita dell’Oltrepò Pavese, ovviamente».

di Elisa Ajelli

*foto-immagine di repertorio