OLTREPÒ PAVESE – LA TEMPERATURA NELL’OLTREPÒ DEL VINO È ROVENTE E NON È IL CALDO METEOROLOGICO IL PROBLEMA

299
Hands of people pulling the rope bottle of wine on white background. Competition concept

Il defenestrato ex presidente del Consorzio Tutela Vini Oltrepò Pavese, Luigi Gatti, il «super manager» come amava definirsi, quello che pretendeva di conciliare il suo impegno professionale in Francia con l’impegno al vertice di un consorzio diviso tra discorsi in stile franciacortino e realtà da Scampia, ha dichiarato alla stampa che sarebbero state irregolari le modalità seguite per attuare sia la mozione di sfiducia nei suoi riguardi (fatto senza precedenti nella storia dell’ente) che la contestuale elezione da parte del Cda dei suoi ex amici della neo presidentessa, Gilda Fugazza. Nessuno ha risposto. Nessuno sul territorio ha preso le difese di Gatti, al quale, nonostante tutto, non hanno nemmeno accordato la possibilità di essere guardato nelle palle degli occhi per dirgli cosa non andava nella sua azione, per chiedergli di farsi da parte, per licenziarlo da uomini e non con un colpo alle spalle. Dal canto suo Regione Lombardia, che dal 2018 ad oggi ha di fatto avuto in mano il timone del Consorzio tramite Ersaf, l’ha risolta con assoluta risolutezza: pare ci sia stata una telefonata tra l’assessore all’Agricoltura, Fabio Rolfi, e l’ex Gatti per esprimergli rincrescimento sulle modalità adottate per cacciarlo, a quanto si è capito, per assenza e inconcludenza. Alla faccia della politica forte… una telefonata di condoglianze che al pietismo non aggiunge niente.

Forse bisognava aspettarsi da parte di Regione una responsabilizzazione degli azionisti forti del Consorzio Tutela Vini Oltrepò Pavese, in particolare quelli che intendono il loro ruolo come un continuo brandire il bastone anziché prevalere con l’autorevolezza (per loro è tutta questione di volumi, di numeri e solo per qualcuno di centimetri). Di fronte a quanto accaduto, che è molto grave, la politica onnipresente in Oltrepò ha manifestato la sua inconsistenza. Nel frattempo cosa succede sul territorio l’ha spiegato Pierangelo Boatti di Monsupello in una recente intervista: «Siamo alla fine di giugno, alla vigilia della vendemmia 2020 che si preannuncia con prezzi in caduta libera, sotto al minimo storico. Negli ultimi anni non c’è stato limite al peggio, ma ora la situazione è da allarme rosso. È già scattata la corsa allo scaricabarile, si dà la colpa al Covid; prima era colpa di Tizio, di Caio e di Sempronio. Il virus è un altro: non è cambiato niente in Oltrepò, se non in peggio. Nessun nuovo disciplinare in linea con la realtà produttiva, nessun calo delle rese, nessun dispositivo coraggioso a tutela e salvaguardia dei mercati.

Dal 2018 i produttori hanno solo visto tavoli e tavolini di confronto della Regione, che ha di fatto assecondato chi non vuole cambiare, pur avendo cura di prodigarsi in un “porta a porta” nelle altre aziende, senza dar prova di conoscere la differenza tra “sentire” e “ascoltare”. Il piglio deciso dell’ex assessore all’Agricoltura Gianni Fava è solo un ricordo sbiadito. Pochi gruppetti hanno tratto giovamento da qualche finanziamento».

E poi ancora: «La verità è brusca come l’aceto in cui rischia di trasformarsi il vino dell’Oltrepò che non si vende, che non ha canali, che non garantisce sostenibilità economica al duro lavoro della viticoltura di collina dei nostri agricoltori. Nell’Oltrepò del vino il potere è polarizzato nelle mani di chi viene votato per ordini di scuderia, con sindacati agricoli che puntano il dito contro Coldiretti ma che in generale hanno perso la parola. La politica del nuovo che avanza ha consegnato ancora di più vini sfusi nelle mani d’imbottigliatori e grandi gruppi nazionali che hanno spremuto il territorio non come un grappolo d’uva, ma come un limone».

A far paura sono le anticipazioni sulle quotazioni 2020 del Pinot nero, uva regina del territorio che rischia di essere pagata poco più di 40 euro al quintale; vini sfusi a 60/70 centesimi al litro nella migliore delle ipotesi; il Pinot grigio a 60 centesimi al litro. «Per i vitivinicoltori non c’è niente da mordere: sono stati usati in passato e continuano ad essere usati adesso – ha concluso Boatti -.

Chi ha preso la strada della qualità e ottenuto successo con metodo e umiltà per costoro è un pazzo scatenato. Mi piacerebbe che l’Oltrepò spezzasse le catene, che il mondo cooperativo oltrepadano si federasse a partire da un parlamento vero di persone competenti e con consulenti esterni capaci. Sono convinto che all’Oltrepò serva una nuova governance consortile, cooperativa e imprenditoriale. Un ente non può nulla senza precise scelte d’impresa.

A ispirare il futuro dovrebbero essere persone capaci di legare a sé il territorio su principi importanti. Bisogna produrre meno e immettere sul mercato, contingentandolo, solo il vino a denominazione che il mercato è in grado di assorbire a prezzi decenti. È finito il tempo del produciamo tanto, vendiamo tanto. Con l’aiuto di Camera di Commercio e altri enti occorre creare una borsa del vino, che spetta alle cooperative normare per non scendere sotto la linea rossa di prezzi che rendono insostenibile fare vitivinicoltura. Con certe quotazioni non ci si pagano nemmeno le spese».

A fronte di tutto questo, al momento, solo silenzio, da terra dei fuochi.  Nel frattempo in Italia qualcuno che si è mosso con tempestività c’è. Su tutti i consorzi di Valpolicella, Soave, Prosecco di Valdobbiadene, Pinot Grigio delle Venezie, Brunello di Montalcino e Chianti. In Oltrepò c’è sempre tempo. Dopo scandali, falso vino, falsa uva, falsi produttori di filiera, falsa modestia e falsi mediatori che hanno fatto scomparire il golden boy da quiz… c’è da fidarsi della lungimiranza dei singoli in una zona di produzione così.

In fondo meglio avere le mani libere, sempre, fino alla terza maxi inchiesta.

di Cyrano De Bergerac