OLTREPÒ PAVESE – «L’ATS DI PAVIA È UNA DELLE MIGLIORI A LIVELLO NAZIONALE»

412

Sin dall’inizio dell’epidemia si è discusso sulle criticità del sistema sanitario, sia nazionale che regionale. Come sappiamo la Lombardia è stata, ed è tutt’ora, una delle regioni più colpite e, allo stesso tempo, una di quelle con il maggior numero di case di riposo, residenze per anziani o strutture socioassistenziali. Abbiamo chiesto a Stefano D’Errico, presidente dell’Associazione Italiana Residenze per Anziani, quali sono principali differenze tra queste strutture, sia a livello amministrativo che di servizi e quali sono stati i principali protocolli adottati da AIRA per contenere l’espandersi di contagi.

D’Errico, iniziamo facendo un po’ di chiarezza: spesso, nel linguaggio comune, si generalizza utilizzando il termine “Case di Riposo” per indicare qualsiasi struttura specializzata nella cura dell’anziano. Invece, come si suddivide il sistema? «I comparti si dividono in due: uno riguarda quello sociosanitario, composto per la maggior parte dalle RSA (Residenze Sanitarie Assistenziali), cioè strutture composte da vari livelli di assistenza in cui vengono assistiti prevalentemente soggetti non autosufficienti; l’altro, invece, è quello socioassistenziale. Le strutture operanti in questo comparto vengono in gran parte rappresentate dall’AIRA (Associazione Italiana Residenze per Anziani), che io presiedo. Queste strutture ospitano anziani autosufficienti: tra queste vi sono le case-famiglia e le Comunità Alloggio Sociale Anziani (C.A.S.A). Le C.A.S.A. sono unità d’offerta sociale inserite all’interno della rete ATS e sono in numero prevalente rispetto alle case-famiglia. Nel gennaio 2018 la DGR 7776 (Delibera della Giunta Regionale, ndr) da noi proposta e approvata dalla Regione, ha consentito la conversione delle case-famiglia in CASA, sottoponendole a organi di controllo».

Quante strutture socioassistenziali associate ad AIRA sono presenti sul nostro territorio provinciale? E in Oltrepò? «AIRA è un’associazione attiva in tutta Italia e, fortunatamente anche per me, la Provincia di Pavia è quella con il più alto numero di strutture socioassistenziali. La conversione della normativa è stata da noi proposta appunto perché si era creato un boom di aperture di case-famiglia, prendendo piede anche il fenomeno di abusivismo. Era necessario intervenire con delle normative per regolamentare le nuove aperture e stabilire determinati standard. In Provincia di Pavia sono presenti novanta C.A.S.A: settantotto censite ed altre dodici ancora non vigilate da ATS ma provvisoriamente autorizzate a svolgere la loro attività. A queste si aggiungono circa una quarantina di case-famiglia da quattro posti letto. Queste strutture occupano circa quattrocento operatori. Circa 3\5 di questi dati riguardano l’Oltrepò Pavese. Qualche anno fa, prima della conversione delle case-famiglia in C.A.S.A, in Valle Staffora in soli 18 km quadrati erano presenti circa 50 nuclei. In Valversa molte meno, con una sostanziale differenza di retta e servizi».

Il comparto socioassistenziale è soggetto a finanziamento regionale, come nel caso delle RSA? «Le regole delle RSA sono chiare sin sa subito sia all’ospite della struttura che al parente. Questo perché Regione Lombardia ha annoverato queste tipologie di strutture sotto l’Assessorato del Welfare, e quindi sono soggette al finanziamento regionale. Questo stanziamento economico viene riversato all’organizzazione RSA che stabilirà le quote di ripartizione sulla base di quelle che sono le cure effettuate e il livello di intensità assistenziale a cui la persona è soggetta. Le strutture socioassistenziali, invece, non godono di alcun finanziamento pubblico in quanto non inserite nel comparto Welfare di Regione Lombardia. Gli utenti, inoltre, non potranno dedurre la retta dalle spese sanitarie. A prima vista gli svantaggi sono notevoli, ma la domanda resta molto alta».

La domanda sorge spontanea: cosa spinge un soggetto privato a diventare gestore di una casa-famiglia o di una C.A.S.A? Spirito imprenditoriale o recupero di abitazioni dismesse? «Posso garantire che da quando è uscita la normativa del 2018 certi comportamenti di “speculazione” si sono fermati. Merito anche del restringimento del limite massimo di quattro posti letto consentiti per le case-famiglia. Chi invece vuole aprire una C.A.S.A deve stare a dei parametri, garantire spazi minimi, uno standard qualitativo elevato e saper garantire diversi requisiti gestionali-funzionali non indifferenti. Dalla nostra associazione passano almeno il 50% dei progetti esistenti e, in molti casi, siamo stati costretti a rifiutarli. Sotto un certo punto di vista abbiamo autoregolamentato la crescita esponenziale di queste nuove strutture. Certo, c’è chi voleva intraprendere questa strada con l’idea di poter speculare ma, con le normative di oggi, non riesce ad andare da nessuna parte».

Parliamo della pandemia: come per le RSA anche le vostre strutture avranno subito un forte impatto. Come pensa sia stata gestita la situazione a livello territoriale? «Il comparto sociosanitario (RSA) è quello che ha maggiormente subito l’emergenza sanitaria, a differenza di quello socioassistenziale che, paradossalmente, è stato meno colpito. Io ho a che fare con le ATS di tutta Italia, ma volevo complimentarmi con quella della Provincia di Pavia per l’ottimo lavoro svolto e che ancora tutt’ora sta svolgendo nella gestione della pandemia. Dati alla mano è una delle migliori a livello nazionale: grazie all’impegno costante dei dirigenti e dei dipendenti, che hanno saputo interpretare e attuare al meglio le normative. Cosa non facile, dato che le regole dettate da Regione Lombardia, soprattutto nel comparto degli autosufficienti, sono molto farraginose e confusionali. È stata gestita in maniera funzionale e intelligente, applicando delle normative per non autosufficienti anche nel nostro comparto, altrimenti rimasto scoperto».

Quali protocolli avete applicato nelle strutture da voi rappresentate? «Le nostre strutture lavorano con un sistema organizzativo ben specifico con procedurali firmati da me, “Covid Manager” abilitato e qualificato. La responsabilità e l’onere del gestore sta nell’applicare rigidamente la procedura, senza farsi influenzare da quelle situazioni che potrebbero sembrare migliori se non applicata. Devo dire che i gestori si sono comportati con la diligenza dei buoni padri di famiglia. Sono stati molto ligi al loro dovere, ed è per questo che abbiamo ottenuto risultati incoraggianti: nelle nostre strutture in Lombardia, che gestiscono circa 1200 posti letto, abbiamo avuto in totale 15 casi di positività e 4 decessi per Covid-19 da marzo 2020 ad oggi. Ad onor di cronaca, i decessi accertati per Covid-19 sono avvenuti in aprile, nel periodo più caotico in cui ancora poco si sapeva. Un altro dato grave è quello del contagio per rientro dall’ospedale, che è attualmente molto frequente. I protocolli nelle nostre strutture prevedono che le visite mediche non vengono fatte, se non estremamente urgenti. Per chi rientra dall’ospedale è previsto l’isolamento all’interno di un’area dedicata, in cui non gli manca nulla, e il rientro in comunità al decimo giorno, se il tampone risulta negativo. Il rispetto di queste semplici regole sta evitando il nascere di nuovi focolai. Negativamente va segnalato che l’isolamento, soprattutto negli anziani più deboli, può causare anche degli scompensi psichici. Per questo devono essere costantemente seguiti da personale interamente dedicato a loro».

Come scritto dalla stampa nazionale, ci sono stati casi di anziani di “serie A” e di “serie B”? «Sì, senza ombra di dubbio. Posso solo affermare che le nostre strutture già il 21 febbraio 2020 avevano chiuso alle visite al pubblico. Non abbiamo aspettato l’8 marzo o, come avrebbero detto i legislatori, anche più avanti. Abbiamo agito in maniera precauzionale, quindici giorni prima delle ordinanze».

Quindi questa tempestività ha fatto la differenza? «Si potrebbe dire che oggi le piccole strutture hanno “vinto”, o stanno vincendo, contro le grandi strutture, perché i focolai sono stati molto pochi, gestiti in maniera egregia sia dai gestori che dall’ATS. Essendo pochi gli utenti presenti nelle piccole strutture è stato possibile monitorare al meglio ogni singolo caso. Dopo l’esplosione della pandemia, la gente secondo me ha perso fiducia nell’intero settore, ma se fosse a conoscenza dei numeri reali, soprattutto del settore socioassistenziale, rimarrebbero molto stupiti».

Gli ospiti come hanno appreso la notizia della chiusura delle visite? «Naturalmente sia gli ospiti che i parenti hanno sin da subito la gravità della situazione e che tali divieti erano necessari per tutelare la loro salute, ma anche quella degli operatori. Ci sono strutture che da febbraio\marzo non hanno più riaperto alle visite dei parenti. D’estate si è potuto organizzare gli incontri a distanza, nei luoghi aperti, ma questo non è possibile d’inverno perché l’anziano, se debole, rischia di ammalarsi».

Pensa che si poteva fare di più per arginare il contagio tra gli anziani? «Per quanto riguarda le nostre strutture no. Tutto quello che si poteva fare, nei limiti delle nostre disponibilità e conoscenze iniziali, è stato fatto».

Secondo i vostri dati potrebbero esserci stati decessi per Covid-19 anche prima dell’inizio dell’epidemia? «Non in Lombardia, ma in altre parti d’Italia ci sono state morti anomale tutte ravvicinate, alle quali non è stata data una spiegazione plausibile, tra i mesi di ottobre e novembre 2019 e che potrebbero essere state causate dal virus. Ma questo è un dato che non è stato ancora monitorato perché avvenuto prima dello stato di emergenza. Quindi il condizionale è d’obbligo».

Tra i mesi di marzo\aprile si è verificata un’emergenza nell’emergenza: dispositivi di protezione, mascherine, guanti e disinfettanti erano andati a ruba in pochissimi giorni. Le vostre strutture come hanno saputo oltrepassare queste bruttissime settimane? «È stata una fatica immensa: scrissi a vari enti, ottenendo pochissime risposte e non esaudienti. I rivenditori di dispositivi di protezione erano stati presi d’assalto e le grandi aziende pretendevano ordini di grandi quantitativi economicamente non sostenibili per le nostre strutture. Inoltre, chi lavora in questo ambito, deve utilizzare dispositivi certificati e inseriti all’interno di un elenco dell’Inail, che a quel tempo non era ancora stato pubblicato. Le FFP2 avevano raggiunto prezzi esorbitanti, anche di 20 euro al singolo pezzo.  I nostri gestori hanno speso cifre elevate per i dispositivi, ma sono riusciti a mantenere in sicurezza gli ospiti e gli operatori in queste caotiche prime settimane. Nel frattempo, sono stati fatti accordi a livello nazionale per cercare di garantire le forniture successive, ma non senza difficoltà».

Parliamo di vaccinazioni: come vengono gestiti i vaccini nel comparto socioassistenziale? «A livello regionale, a mio parere, non è stato stimato il dato del comparto socioassistenziale all’interno del numero dei vaccini destinato ai soggetti aventi diritto, o per lo meno è stato sottostimato… l’ATS di Pavia è stata la prima che ha richiesto alle nostre strutture di comunicare i numeri riguardanti i loro ospiti e i loro operatori. Rinnovo ancora il mio plauso all’Ats di Pavia per il loro operato e la loro competenza».

Parliamo ora della sua figura professionale: da pochi giorni è stato nominato presidente regionale di AsNALI (Associazione Nazionale Autonoma Liberi Imprenditori). Di cosa si tratta? «Un’associazione di categoria dei datori di lavoro, lavoratori autonomi e degli imprenditori, autonoma, libera e democratica, nata nel 2006 per dare voce e sostenere le piccole e medie imprese, che considerate il motore dello sviluppo economico e produttivo. AsNAli fornisce ai propri associati assistenza e consulenza completa nella gestione dell’azienda e del personale dipendente. Si pone inoltre l’obiettivo di dare risposte concrete ai propri associati grazie a professionisti convenzionati, garantendo professionalità e conoscenza della materia. Abbinando AIRA ad AsNALI si crea un’importante sinergia per gli associati, dato che è un sindacato abilitato per legge a fornire importanti servizi».

Come mai ha accettato questo incarico? «AsNALI Lombardia qualche tempo fa venne commissariata e cercavano per il rilancio una persona sul territorio che riuscisse a coinvolgere i vari soggetti interessati. Ho fortemente voluto che la sede regionale fosse stabilita a Stradella, per dare un forte segnale in un territorio spesso abbandonato e dimenticato dagli enti e dalle istituzioni».

Concludendo, cosa si aspetta finita questa pandemia? «Spero che venga riconosciuto il merito a chi, il merito, l’ha avuto per davvero: c’è bisogno che la gente sappia ciò che è stato fatto per poter arginare i contagi e tutelare la salute degli ospiti delle strutture. I gestori e gli operatori sono quelli che vengono sempre genericamente distrutti dalla stampa e dall’opinione pubblica, perché si cerca sempre di parlare dei casi di malasanità o violenza. Questo dimostrerà che non bisogna assolutamente generalizzare e che ci sono tantissime realtà che lavorano in modo impeccabile».

                              di Manuele Riccardi

Articolo precedenteBRESSANA BOTTARONE – DISSEQUESTRATA L’EX FORNACE
Articolo successivoOLTREPÒ PAVESE – RALLY STORICI: BILANCIO POSITIVO PER L’EQUIPAGGIO MOMBELLI – LEONCINI