Oltrepò Pavese – «Le aziende che più hanno patito sono quelle in cui c’erano già dei problemi pregressi»

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Una crisi innegabile, ma anche un’opportunità per innovarsi, trasformarsi e portare davvero il proprio modello di business nel nuovo millennio: si deve cambiare prospettiva per cogliere i lati positivi di quest’ultimo anno dal punto di vista dell’imprenditoria, eppure qualcosa di buono c’è. Ne abbiamo parlato con Marco Salvadeo, presidente della sezione Oltrepò Pavese di Assolombarda, titolare di due aziende di consulenza (una nel ramo aziendale e una nel ramo risorse umane) che ci ha aiutato a fare il punto sull’impatto che l’emergenza Coronavirus ha avuto sull’economia locale, e su quali sviluppi futuri possiamo attenderci.

Cominciamo da qualche numero: avete già un’idea delle perdite registrate dall’industria pavese negli ultimi mesi? «Sì, Assolombarda ha raccolto una serie di dati che fotografano in generale la situazione sul territorio. Il Covid-19 ha impresso uno shock senza precedenti sull’economia pavese, così come in Lombardia e in Italia. Sul fronte degli scambi con l’estero le imprese locali hanno perso, nei primi sei mesi del 2020, 236 milioni di euro di fatturato, pari a un calo del -11,9% rispetto allo stesso periodo del 2019. Il dato è ovviamente negativo, ma comunque migliore rispetto al resto della regione, la cui media si è assestata a -15,3%. La migliore performance pavese è legata alla presenza nel nostro territorio di settori essenziali, come farmaceutica (+16,4%) e alimentare (+15,8%) che crescono a doppia cifra. A subire pesanti contraccolpi sono stati i metalli (-28,4% di esportazioni) e la meccanica (-26,8%), così come la calzatura (-17,9%) e la chimica (-7,0%). Allo stesso modo il Pil pavese è previsto in flessione del -9,2% nel 2020, un calo meno intenso rispetto al -10,2% regionale. Il rimbalzo del 2021 è atteso del +6,2%, così da limitare al -3,6% la perdita cumulata del PIL pavese a fine 2021 rispetto al 2019. Questo gap è leggermente più contenuto rispetto a quello della Lombardia (-4,1%) in quanto Pavia beneficia della più vivace ripartenza del manifatturiero che costituisce una vocazione distintiva del territorio».

La miglior tenuta dell’industria locale è stata solo dai settori che vi operano? «Si e no. Sicuramente nel nostro territorio ci sono tante aziende che non si sono fermate nemmeno durante il lockdown della scorsa primavera perché operano in settori primari, ma il discorso non si ferma qui. Non è solo una questione di eterogeneità delle aziende, ma anche di dimensioni: piccole e medie imprese sono più flessibili, e quindi sono riuscite a rispondere meglio alle sfide poste da questa situazione»

Nell’analisi dei dati ha già accennato a quali settori sono addirittura cresciuti, possiamo dire altro in merito? «Possiamo fare un ragionamento più generale. Sicuramente il settore che ha perso meno è quello alimentare, ma anche qui bisogna fare delle distinzioni: chi vendeva alla grande distribuzione o ai privati ha retto bene al colpo (anzi, ha aumentato le vendite), mentre chi ha sofferto di più sono i produttori che destinavano il grosso delle loro vendite ai ristoranti e ai locali. Tra questi ultimi è riuscito a stare meglio a galla chi ha sviluppato un sito con un e-commerce funzionale. A questo proposito si è sviluppata molto anche tutta la logistica (che, non dobbiamo dimenticare, fra Broni e Castel San Giovanni occupa circa 10 mila persone), vera e propria protagonista di quest’ultimo anno. Tantissime nuove assunzioni hanno riguardato i centri di smistamento per le vendite online, in quella che potremmo davvero definire una nuova rivoluzione industriale. Bene (ed è tutto correlato) anche il settore dell’hi-tech».

E riguardo alle aziende in crisi, ne abbiamo? «Qualcuna c’è, ovviamente, anche se mi è impossibile fare nomi. Il periodo per certi settori è stato deleterio, ma posso dire che le aziende che più hanno patito sono quelle in cui c’erano già dei problemi pregressi. Chi, purtroppo, aveva tra le mani un modello di business già poco attuale oppure non aveva una gestione finanziaria solida ha ricevuto il colpo di grazia».

Dobbiamo aspettarci numeri drammatici quando sbloccheranno i licenziamenti? «Credo meno drammatici di quello che si potrebbe pensare. Non perché la situazione non sia grave, ma perché la maggior parte delle aziende veniva già da un lungo periodo di crisi economica: aveva già tirato la cinghia negli anni scorsi, tagliando tutto il tagliabile. Sarebbe difficile, in tante realtà, pensare a un’ulteriore riduzione del personale».

E per quanto riguarda lo smart working? è un modello che le aziende manterranno in futuro? «Personalmente credo proprio di sì. Dopo un anno tutte le aziende lo hanno sperimentato e portato a regime, e credo si siano ampiamente rese conto del fatto che lo stesso lavoro che si faceva in ufficio (per tante attività, non per tutte) si può tranquillamente svolgere da casa. Anzi, dirò di più: credo che il nostro territorio beneficerà di questa nuova abitudine. Se i dipendenti delle aziende (e penso principalmente alle aziende milanesi) potranno continuare lavorare da casa, significa che avranno più tempo per frequentare la loro città finito il turno di lavoro, oppure in pausa pranzo. Mi aspetterei un ripopolamento della provincia, a beneficio dell’economia locale e a chilometro zero. Conosco personalmente diversi dirigenti d’azienda che hanno deciso di trasferirsi sulle nostre colline, e spero vivamente che consentano ai loro dipendenti di fare la stessa cosa conservando il loro lavoro».

Ma alle aziende converrebbe? «Se pensiamo a cosa può costare l’affitto di un palazzo o di un grande ufficio a Milano, con tutti gli oneri connessi, io credo che la risposta non possa che essere sì. Ma penso che converrebbe loro anche a livello di immagine: chiedendo ai loro dipendenti di non andare ogni giorno a Milano ne migliorerebbero la qualità della vita, contribuendo anche a diminuire le emissioni e il traffico, e cioè giovando quindi anche al territorio in cui si collocano».

Mi sembra che di tutta questa situazione lei sia incline a cogliere gli aspetti positivi. «Non dico che non ci siano aspetti negativi, anzi. Ci sono e ci saranno, in una misura che ancora non siamo nemmeno in grado di calcolare. Però è indubbio che le nostre aziende siano state capaci di reagire alla tempesta che ci ha travolti, attuando spesso delle vere rivoluzioni interne. Abbiamo assistito a un balzo in avanti dal punto di vista della digitalizzazione, abbiamo visto piccole attività di paese attrezzarsi con app, siti e delivery, dimostrando la loro capacità di reagire alle difficoltà. Il Covid, da questo punto di vista, ha accelerato notevolmente un processo che era già in atto».

Un’ultima domanda sull’attività di Assolombarda: quali sono gli argomenti all’ordine del giorno? «In primis, ovviamente, l’emergenza di cui abbiamo parlato fino ad ora. La preoccupazione principale è quella di riuscire a dare un po’ di respiro alle aziende più colpite, ma di questi tempi si discute anche di vaccini. Confindustria ha lanciato l’idea di vaccinare i dipendenti nei luoghi di lavoro, e tantissimi imprenditori si sono detti favorevoli. Ovviamente l’iter sarà un po’ lungo, ma è bello sapere che i nostri industriali sono pronti a intraprenderlo. Per il resto abbiamo appena stilato il piano strategico per i prossimi mesi, e oltre alla questione Covid rimangono sul tavolo altri temi: quello delle infrastrutture (tra le priorità del piano di rilancio Assolombarda individua la realizzazione delle infrastrutture digitali e delle opere strategiche per il territorio, come il nuovo ponte della Becca e la Superstrada Vigevano-Malpensa), quello della sostenibilità (in chiave di miglioramento della qualità ambientale del territorio) e quello della formazione tecnica (a cui stiamo lavorando con l’Università di Pavia e con le scuole superiori, nell’ottica dell’inserimento nei programmi scolastici di una didattica applicata)».

di Serena Simula

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