OLTREPÒ PAVESE – L’ÈRA (cortile) DEI MIRACOLI: STORIE DI VITA GRAMA E IN BULËTA (senza soldi)

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Felice Musazzi, uno dei più grandi comici dialettali italiani misconosciuto per colpa di una lingua lombarda poco usata dai media nazionali, esordì in teatro con la compagnia dei Legnanesi nel 1979 con la commedia ‘Il cortile dei miracoli’, storie di vita grama in una casa di ringhiera di Legnano e dell’annesso cortile dove le varie umanità operaie degli anni cinquanta si incontravano e si scontravano. Al grido di – Giuàn pìza al ciàr – la mitica Teresa invocava o meglio, ordinava al marito, l’accensione della lampada di casa, mentre Mabilia dormiva sfinita dalle fatiche serali.

Ho ripreso lo stesso titolo anche se, il cortile in oggetto, è molto diverso, è il cortile di ogni cascina lombarda ed oltrepadana dove si affacciano casa d’abitazione, stalla, magazzino e pertinenze varie; li accomuna il periodo storico e la vita grama descritta ed eguale, in quegli anni, in città o in campagna; era il tempo dei cappotti rivoltati ed era una fortuna averlo un cappotto da rivoltare, il cortile, “la cùrt, l’èra” era il centro motore della fattoria d’Oltrepo: su di esso dominava la casa padronale e, per le aziende più grandi, le casette dei salariati, la stalla, il portico, il pollaio e lo stazzo del maiale.

Tra le due guerre oltre a questi locali, spesso era presente il forno e il gabinetto all’aperto a volte in muratura, più spesso di legno o addirittura realizzato con le canne esauste del granoturco. La casa patronale, un grosso rettangolo con due stanze al pianterreno e due al piano superiore divise dalla scala che univa i due piani, prive di servizi e, sino agli anni cinquanta, prive di acqua potabile: il pozzo era esterno, come esterna era l’eventuale pompa per l’acqua.

Grandi cantine custodivano gelosamente il frutto del sacrificio del maiale: salami, coppe, pancette, salamini e cacciatorini pendevano da un palo orizzontale “la përtia” , la pertica difesa agli estremi da cocci di bottiglia di vetro per impedire ai topi di aggredire i preziosi salumi; oltre a questi la cantina vigilava su formaggi, frutta e verdura non disponendo altrimenti le popolazioni allora vedove di frigoriferi, freezer ed abbattitori. In un angolo troneggiava il grande tino verticale usato esclusivamente per la vendemmia o, per meglio dire, per contenere, sino al termine della fermentazione, il mosto frutto della pigiatura che avveniva nel cortile con convogliamento dei liquidi nel grande tino, tramite una canalina adibita esclusivamente a quel dolce nettare. Il contadino più esperto, spesso “l’arsadù”, nelle ore successive alla pigiatura, si recava in cantina per verificare il bollore del mosto con la candela accesa per scoprire ed evitare il ristagno di eventuali micidiali gas, sprigionati dalla fermentazione e per miscelare le bucce e il graspo che tendevano a stratificarsi in superficie “rònt al capê”. Successivamente il mosto fermentato, veniva tolto dalle citati residui oltre che dalla feccia depositata sul fondo, mediante il travaso in recipienti di legno “cavà e travasà in ti vasê ad lägn”.

Durante tutto l’inverno si ripeteva l’operazione di travaso per pulire e chiarificare il vino tenendo in buon conto le varie fasi lunari e le condizioni climatiche esterne. Dopo la prima spillatura, il residuo veniva torchiato e da questa operazione si otteneva un vinello aspro e di bassa gradazione “al turcià”. Altri prima di torchiare, gettavano molta acqua su graspo, facevano riprendere la fermentazione ottenendo un insignificante vinello “granà o ciciùrla” da bere subito perché non avrebbe sicuramente retto alle calde temperature dell’estate.

In primavera, il vino veniva inserito nelle botti per l’affinamento o nelle damigiane per il successivo imbottigliamento in capaci bottiglioni da due litri. Con la luna favorevole, cioè debole, si provvedeva a riempire e tappare le bottiglie, duecento al massimo, per le grandi occasioni. Le due o tre damigiane contenevano il miglior vino della casa frutto di una sapiente selezione delle migliori uve effettuata dalla padrona di casa “l’arsadùra”, puntando soprattutto alle vigne più vecchie, ai grappolini dei rinnovi della potatura “i stombär” e a quelli con il raspo colorato indice di maturazione “sgràsla rûsa”. Con le prime nebbioline di Novembre si cominciava ad assaggiare di cantina in cantina, per verificare il livello del prodotto ed anche per stare in compagnia dei vicini e degli amici. L’ultimo locale della casa padronale era il solaio, detto vivo o morto “sulè viv o sulè mort” a secondo che fosse raggiungibile da una scala fissa in muratura o in legno oppure solo da una scala asportabile, spesso quella usata per la cascina. Il solaio aveva due funzioni importanti oltre a quella primaria di deposito delle cose usate: la conservazione dei salami in prima stagionatura da Dicembre a Marzo e il temporaneo deposito del frumento dopo la trebbiatura. Di fronte alla casa padronale, raramente di lato, si ergeva la stalla, cuore pulsante di un’economia basata sul lavoro manuale del terreno con l’uso determinante della forza animale, dei cavalli o dei buoi senza escludere le mucche in montagna, per lavori particolari in ripidi campicelli strappati ai sassi e ai rovi o tra stretti filari che permettevano il passaggio alla sola minuta vacchetta varzese. E non solo la forza lavoro era presente in stalla: mucche e vitelli garantivano latte, formaggio, burro e carne o qualche biglietto da mille così raro e indispensabile per un’esistenza dignitosa. Se un familiare non stava bene prima di richiedere il costoso intervento di un medico si provava di tutto, dalle preghiere alle esperienze degli anziani, dai rimedi naturali ai “segni” di personaggi in possesso di virtù particolari “i madgön” ; per contro se stava male un animale della stalla, veniva immediatamente chiamato il veterinario “siùr veterinàri”, per evitare qualsiasi rischio irrimediabile per gente che non aveva disponibilità ne poteva disporre di credito che, notoriamente, le banche concedono più volentieri ai ricchi che ai poveri: e la maggior parte di loro poveri erano davvero!.

“Siùr dutùr” arrivava su un landò a due ruote ed un sedile molleggiatissimo, trainato da uno splendido sauro con la criniera scura e una corta copertina da poggiare sulle reni sudate, appena si fermava dopo una sgroppata. Scendeva e salutava cordialmente quei poveri cristi, combattuti tra la gioia di vederlo e la preoccupazione sia per la malattia dell’animale che per il futuro pagamento della prestazione del veterinario. Si avviava alla stalla mentre il contadino segnalava i sintomi dei disturbi accusati dall’animale e le donne avvicinavano all’entrata della stessa un piccolo lavabo mobile fornito di un largo catino, di una brocca d’acqua oltre che di una candida salviettina prelevata per l’occasione dalla dote della signora. Se il veterinario si soffermava per breve tempo in stalla, questo era considerato un buon segnale, se poi concludeva la visita con un – per stavolta non mi devi niente – l’euforia cresceva e poteva concludersi con il regalo di un salame che il professionista accennava minimamente a rifiutare per poi accoglierlo come graditissimo dono.

Quando invece la permanenza si protraeva oltre un certo tempo, pur non avendo ancora la diagnosi, la cura, ne tantomeno la fattura della prestazione, il vecchio contadino iniziava ad agitarsi, a preoccuparsi senza ben capire la portata degli accadimenti ma sapendo perfettamente che qualsiasi guaio sarebbe comunque stato drammatico per lui e per la sua famiglia, date la precaria situazione economica che normalmente li perseguitava. I buoi venivano acquistati in primavera, giovani manzi vogliosi e scapestrati, lavoravano duramente tutto l’anno, si calmavano e divenivano sempre più affidabili e tranquilli. Per almeno altri due anni non venivano sostituiti quindi, ultimata la semina in Ottobre, venivano messi all’ingresso per essere venduti ad un macellaio per le feste di Natale.

La primavera successiva sarebbe ricominciato il ciclo che, i più previdenti o per meglio dire, i più benestanti, iniziavano affiancando per qualche mese, due giovani manzi ai buoi per averli pronti per l’inizio dei lavori, senza affrontare spese eccessive, l’anno seguente. La mucca era una scarna varzese, di poco latte ma mansueta, rustica e forte: qualcuno la aggiogava con un apposito piccolo basto e la sottoponeva a duri lavori di campagna. In ogni caso, oltre all’alimentazione del vitello, con il suo latte si confezionavano in quantità burro e formaggi. Il vitello a circa tre mesi veniva svezzato, castrato ed avviato al fieno per essere ceduto o “ cubià “, associato ad un altro della medesima età e razza, per ricavarne manzi da domare e quindi validi buoi. Nell’operazione sopra richiamata, oltre alle caratteristiche ricordate, si teneva conto del tipo di corna dei due vitelloni. Se le corna erano rivolte in avanti “bë bartôn” il manzo non poteva mai essere abbinato “cubià” ad un altro con le stesse caratteristiche perché entrambi sinistri sotto il giogo. A un bë bartôn bisognava abbinare sulla sua destra, un manzo con le corna rivolte regolarmente verso l’alto e non in avanti, solo in questo caso si sarebbe formato una copia che avrebbe reso nel modo ottimale; questa era la credenza a cui tutti si affidavano.

In collina era molto rara la presenza nella stalla di cavalli, asini o muli; a volte c’era qualche pecora per la lana e qualche capra se bimbi piccoli avevano bisogno del latte che la loro mamma non aveva: il latte di capra per caratteristiche principali, è il più simile a quello umano; giova ricordare che a quel tempo non esisteva il latte in polvere o i preparati farmaceutici succedanei del latte materno dei tempi moderni.

Molto spesso la stalla si congiungeva alla casa padronale tramite un alto portico con soletta provvisoria realizzata con robuste travi, assi e balle di paglia. Soletta mobile perché nel periodo tra la mietitura e la trebbiatura, il portico serviva nella sua intierezza, senza impedimenti di sorta, per permettere l’ottimizzazione degli spazzi disponibili: riempito interamente di covoni a depositare per quaranta giorni in attesa della trebbiatura. A lato della stalla o sul retro della stessa, c’era la letamaia – la rudëra o ligamëra ad rùg –  nei casi migliori realizzata in muratura oppure semplicemente in terra battuta con un leggero incavo per contenere la parte liquida del letame. Sempre del cortile stiamo parlando, il grande cortile della cascina che ancora non finisce di stupire. Ancora sono da ricordare ai margini estremi dello stesso, il pollaio con galline, un gallo, oche e anatre divise le una dalle altre ma nel medesimo complesso, una capace porcilaia o stazzo, stazione di sosta del fratello grasso che tanto avrebbe dato alla famiglia contadina con il suo sacrificio a Dicembre.

Il gallo, vero padrone del cortile, percorreva a passi lenti i suoi territori, chiamava con un tipico chioccìo le sue galline quando trovava qualcosa di commestibile, difendeva le stesse da gatti, oche o tacchini molto più grandi di loro e ottenuta la quiete, si aggirava tronfio ed impettito percorrendo l’arem con passi lenti e cadenzati rotti dal leggero dondolio del crestato e bargigliato capo. Separato dal resto delle costruzioni, un capace forno per il pane e rari dolci, vanto ed immane fatica delle donne di casa. Almeno una volta la settimana “l’arsadùra” – la reggitrice le sorti della famiglia – , approntava la sera prima le fascine per accendere e scaldare il forno, spesso ginepri secchi e arbusti spinosi, e preparava la biga per il mattino dopo aggiungendo un po’ di farina al lievito madre conservato dalla precedente panificazione in un piccolo contenitore di legno. Prima dell’alba le donne di casa dividendosi i compiti per accelerare le operazioni, iniziavano ognuna a realizzare in modo ottimale le attività che ripetute, diventavano abitudine anche se faticose: l’una accendeva il fuoco, l’altra iniziava l’impasto e l’ultima preparava l’asse e le tele per la copertura, la lievitazione e l’inforno definitivo. L’arsadùra controllava tutto, si occupava dei piccoli lavori d’esperienza che erano patrimonio dei suoi tanti anni, quali incidere la parte superiore dei miccòni con una lamettina e verificare la pulizia e la temperatura del forno: su un lungo palo venivano fissate le cime della pianta del  granoturco “pnàs”, l’arsadùra intingeva l’utensile così ottenuto in un secchio d’acqua e puliva il pianale refrattario sporco di cenere. Il colore dei mattoni della volta del forno e lo sfregolio dell’acqua sulle pietre arroventate del piano d’appoggio, segnalava all’anziana donna la temperatura ottimale; in caso di temperatura non ottimale, occorreva altra legna.

Riscaldato e pulito il forno, una robusta donna o un uomo, introducevano nella bocca dello stesso un’asse lunga e carica di micconi “i mìcc” e con un rapido gesto a ritrarre, depositava le micche sul refrattario arroventato; ripeteva due o tre volte l’operazione sino a che il forno fosse pieno di pane e speranze. Si chiudeva la bocca con l’apposito coperchio a lamierina e non si doveva aprire sino all’ordine della vecchia contadina. Solo chi ha assistito a queste operazioni, ricorda il profumo che usciva dal forno durante e a cottura ultimata, la fragranza del pane e il sordo rumore che si udiva nel trasferirlo bollente dalla pala alla cesta e infine il persistente profumo che veleggiava morbido nella stanza dove la grande cesta del pane veniva appesa.

Anche dopo lustri entrando nella vecchia casa nella stanza del pane, risento quel profumino intrigante anche se ormai è solo parte dei miei ricordi e dell’incanto della giovinezza. Nel periodo della frutta, dopo aver sfornato il pane, si introducevano nel forno mele e pere per toglierle cotte e fragranti dopo un’oretta “i ptôn”. Sotto il forno c’era un piccolo stazzo “stabië” usato per il primo soggiorno del maiale e, successivamente, per i polli o i tacchini nati in primavera. Per ultimo, leggermente distaccato e spesso all’ombra di una grande pianta, c’era il cessetto di casa – är cêso – , spesso l’unico, in qualche raro caso ne esisteva un altro a ridosso della letamaia. Era una semplicissima latrina, non collegata a nessuno scarico fisso, che veniva periodicamente pulita e sversata nella letamaia. Solo i benestanti disponevano di un cesso in muratura, la maggioranza usava un luogo appartato con una semplice intelaiatura rivestita di tela juta o dalle canne esauste del granoturco. Chi nulla aveva, e qualcuno c’era, si affidava a discreti cespugli di arbusti, vasti campi di granoturco o a boschetti provvidenziali e ben celati.

Il cortile, il cortile dei miracoli non aveva ancora esaurito i suoi più disparati usi: ve n’era ancora uno lontano nel tempo e nei ricordi dei vecchi. Quando la trebbiatura o non esisteva o era limitata al frumento, si provvedeva a battere con le verghe fave, ceci, piselli, fagioli ed erba medica o a sgranare a mano o con semplici macchine a manovella il granoturco e quindi a far essiccare tutti questi prodotti prima di immagazzinarli ad evitare che l’umidità li deteriorasse. Si usava una parte del cortile opportunamente trattato “l’èra”. Il trattamento era una soletta alta sei o sette centimetri di sterco di bovino steso, livellato ed essiccato.

Sino alla prime piogge, diveniva un morbidissimo ed elastico pianale che permetteva prima la battitura con le verghe, due paletti di misura leggermente diversa uniti da una listella di cuoio e roteati sopra la testa prima di abbattere il più lungo sui baccelli e, successivamente, la stesa dei vari prodotti per l’essicatura. Era una superficie, pulitissima ed ecologicamente sana perché biodegradabile.

La battitura con le verghe non era il solo modo per estrarre dalle cariossidi o dai baccelli i pregiati semi di segale, ceci, fave e piselli; venivano usati anche gli animali che, camminando in cerchio “in sl’èra”, spezzavano i contenitori facendo emergere i preziosi semi. Per piccole quantità non venivano disturbati gli animali e si ripiegava su donne e bambini. Questi ultimi si divertivano come matti a correre, cadere e rialzarsi sulle messi sottoposte alla tortura delle loro esibizioni autorizzate. Lateralmente “l’èra”, in autunno si ammucchiavano le pannocchie di granoturco ancora nel loro involucro protettivo esterno, trasportandole dai campi su grandi carri trainati da buoi, scaricandole alla rinfusa ed accatastandole in grandi cumuli piramidali; la sera stessa senza particolari formalità o inviti, i vicini si recavano nei pressi della grande catasta a scartocciare cioè a privare dell’involucro esterno le pannocchie “a däscärtusà”. Il grande numero dei partecipanti permetteva di ultimare tale operazione in poche ore e di provvedere poi a stendere prima le nude pannocchie e poi il seme sgranato, sulla grande era per l’essicatura. In tempi successivi il cortile fu spettatore delle varie fasi di lavorazione effettuata da macchine sempre più moderne e perfezionate abbandonando riti ed attrezzature, adottando sistemi di lavorazione diversi e molto più rapidi. Il cortile dei miracoli, per la Teresa dei Legnanesi, miracoli di sopravvivenza, di tribolazioni e “bulëta” – l’essere senza soldi – della classe operaia; bulëta per l’Oltrepò dei miei ricordi, miracoli di durissimo lavoro, povertà ma anche di buon armonia e di serenità.

Di Giuliani Cereghini