OLTREPÒ PAVESE – MONTESCANO, “RESORT” MAUGERI, UN’ECCELLENZA OLTREPADANA…. di Giuliano Cereghini

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“C’era una volta l’Oltrepò” per questo mese diventa “C’è… in Oltrepò”. Eh sì, perché se sino ad ora vi ho raccontato “il mio” Oltrepò con aneddoti del passato, legati a ricordi e tradizioni di un mondo che non esiste più, oggi voglio rimanere qui, al presente e raccontarvi una “bella” storia, sempre però con quello spirito burlone e a volte un po’ irriverente che mi contraddistingue. La mia esperienza, e cito testualmente, all’Istituto di Ricovero e Cura a carattere scientifico Maugeri di Montescano, ma che io definisco più semplicemente “Resort Maugeri”.

Il vocabolario della lingua italiana alla parola Resort recita: “Albergo situato in spazi aperti, al di fuori di un centro urbano”. Resort dal francese ‘resortir’, uscire fuori, riferito alla necessità di trovare un rifugio lontano dalla propria quotidianità. In altra accezione trattasi di un rifugio di lusso, ricco di piaceri e confort. Ecco a me è capitato proprio questo.

Martedì dieci settembre 2019 alle ore nove come da dettami della dott.ssa Callegari, mi presento alla Maugeri di Montescano per ricoverarmi a seguito di visita pneumologica e riscontri su apnee notturne. In effetti l’albergo in questione è situato in spazi aperti e funge egregiamente da rifugio ad una quotidianità spesso monotona, non troppo ricco di piaceri ma sicuramente munito di confort: non potevo sbagliarmi è in uno splendido resort nel cuore verde d’Oltrepò, Resort Maugeri clinica di riabilitazione pavese d’eccellenza.

L’accettazione mi pare molto ‘umana’ rispetto alle consorelle di molti Ospedali italiani, mi assegnano la stanza n. 506 al quarto piano della struttura, “nella parte nuova” mi dicono. La cosa in apparenza non mi tocca più di tanto e, inforcato un traballante ascensore carico all’inverosimile, giungo al quarto piano della struttura; attraverso un corridoio male in arnese, dalle porte del quale dato l’orario, sbuca di tutto: infermiere con carrelli di vivande, altri con attrezzi per la pulizia, sudati ospiti di ritorno dalla palestra che, dato i lavori di ristrutturazione e di ampliamento, è stata momentaneamente spostata in due ex camere di degenza. Via vai di medici, infermieri e di fisioterapisti riconoscibili dal giubbetto azzurro su pantaloni bianchi e qualche ricoverando come me, che si guarda attorno quasi spaurito. In questo movimentato andirivieni non si odono rumori o voci sopra le righe: un leggero chiacchiericcio di sottofondo e il ritmico scorrere delle ruote dei carrelli di servizio.

Bene, premessa positiva. Percorrere però questo antico corridoio non mi lascia la stessa impressione: da un lato camere strette e dall’altro, cameroni privi di intimità. Penso alla mia assegnazione nella parte nuova e mi reputo fortunato. Raggiungo il fondo del corridoio  e svoltando a sinistra nella parte nuova, noto i numeri decrescenti delle camere e facilmente raggiungo la mia 506. Camera molto bella, spaziosa e ben illuminata con un antibagno munito di armadietti personali ed un bagno splendido per dimensioni, attrezzature e confort. Due soli letti di cui uno occupato da un fratello grasso con problemi cardiaci, respiratori oltre che di apnee e russamento da competizione. Un simpatico signore che in ventiquattr’ore mi racconta tutti i suoi problemi legati a polmoni, cuore, sistema circolatorio, apnee con russamento incorporato e senza, fegato e quant’altro del nostro malandato corpo può essere, è stato o sarà colpito da malattia; perché, secondo lui, una cosa è certa: noi dobbiamo ammalarci. A queste parole con noncuranza e senza dare nell’occhio, mi tocco non per superstizione ma, non si sa mai! L’ improvvisato compagno di stanza, di tanto in tanto, torna in argomento dichiarandosi fortunato perché già esperto in quasi tutta la materia di Esculapio a cui, detto tra noi, lui avrebbe potuto dare dei consigli. Dio volendo, il giorno successivo venne dimesso insistendo nella promessa di venire a fare quattro chiacchiere in caso di visite o nuovo ricovero (non si sa mai!), durante il mio soggiorno che mi auguravo breve.

Per la verità non sapevo ben valutarlo: alcuni mi avevano parlato di una breve permanenza di pochi giorni, la dott.ssa Callegari iniziò a parlarmi di dieci giorni lavorativi, quindi due settimane ma i degenti esperti indicavano in tre settimane il tempo minimo per esami, terapie, riscontri clinici, uso di supporti respiratori e prova degli stessi. Oltre alla palestra quotidiana: mezz’ora di cyclette al mattino e mezz’ora di tapirulan al pomeriggio, aumentando la resistenza e la velocità. Definire salutare un tapirulan, attrezzo per camminare o correre restando sempre nello stesso punto, sembra quasi ridicolo ma tant’è, è di moda e fa molto bene. Immagino mio padre, vecchio e stanco contadino oltrepadano, rimirarmi su tale attrezzo, sorridere sotto i baffi e compatirmi come abitualmente fanno i vecchi contadini a cospetto del nuovo ed inutile, secondo loro. La cyclette è invece un attrezzino diverso, benefico per la salute ma  leggermente dannoso per l’integrità di una parte anatomica innominabile si, ma molto importante per ciascuno di noi. Fortunatamente dopo poco, assegnano la camera ad un baldo settantenne, tale Claudio Schiappelli da Cigognola, località Stefano, ma di fatto bronese per frequentazioni, lingua ed amicizie. Lingua dicevamo, quello splendido slang butunon: al coor, la fiola, Sagnola e per finire, in let (per i non addetti ai lavori sta per letto o andare a letto, a me tanto caro perché mi ricorda Lasarat). Armato di un trolley per il contenitore d’ossigeno, di in perenne filo e due olivette infilate nel naso per alleviare la difficoltà respiratoria, contrariamente al primo compagno di camera, è simpaticissimo, educato e disponibile. Definisce il trolley con l’ossigeno un fratello che “fen ca mor mal port a dre” – compagno sino alla morte – sfatando e minimizzando una schiavitù, quella dell’ossigeno, abbastanza grave. Il suo maggior difetto è stata ed è la sigaretta, il suo maggior pregio, ai miei occhi, e’ stare ad ascoltarmi sempre e comunque. Tre settimane assieme al fiò ad Bron – ragazzo di Broni – mi fanno rimpiangere di non averlo conosciuto prima e, in parte, mi ‘rovinano’ la fine della degenza ed il ritorno a casa.

MEDICI – Oltre ai diversi medici o tecnici ai quali vengo affidato per gli esami specialistici esistono in struttura diversi medici della pneumologia, in particolare ho avuto rapporti con la la dott.ssa Grassi e la dott.ssa Callegari tra loro accomunate da un’estrema competenza pur essendo abbastanza diverse tra loro. Le dottoresse sono sempre presenti, persino il sabato e la domenica: le ho sorprese ad aggirarsi tra i malati, meglio, tra i loro pazienti a qualsiasi ora e nelle giornate più impensabili. La dottoressa Grassi, gentilissima, competente e disponibile è l’esempio di come dovrebbe essere un medico: bravissima nell’informarti sui cigolii della tua vecchia carcassa senza spaventati ma incitandoti a reagire ed affidarti ai tecnici competenti della struttura ed a lei nelle sue competenti decisioni che ti illustra in modo semplice, a bassa voce ma con il carisma vero dei professionisti seri.

Con la sua calma mi ha invitato a mangiare poco, senza preoccuparmi delle diete e seguendo i suoi consigli sono diminuito di sei chili in tre settimane, con levità mi ha metaforicamente infilato una mascherina per tutta la notte, facendola sembrare una caramellina di camomilla, mi ha impedito di partecipare all’apertura annuale della caccia rifiutandomi con estrema cortesia un breve permesso che non lei, ma la direzione non gradiva. La dottoressa Callegari, altrettanto competente e calma, capace però di qualche battuta pungente e stimolante nei confronti di qualche paziente ‘poco paziente’. Da Pieve Porto Morone a Montescano, presta la sua sapiente opera con la tenacia dei ‘paesani’ (abitanti di paese)come lei stessa si definisce. è la prima persona che ho contattato telefonicamente e che mi ha indicato la disponibilità dell’Istituto al mio ricovero.

INFERMIERI – con qualche giusta eccezione, sono molto professionali e cortesi. Giusta eccezione dicevamo, in tutte le comunità sono purtroppo sempre presenti, personaggi convinti di essere fenomeni sottovalutati e tartassati dalla vita e dai colleghi. Per fortuna sono pochi e i loro colleghi con tanta pazienza, professionalità e dedizione riescono a sopportare la loro superficialità e a sopperire alle loro mancanze. Noi poi pazienti lo siamo da contratto e quindi, quelli che non vanno bene, vanno bene lo stesso. Gli altri, uomini e donne prima ancora che seri e competenti professionisti, sono persone deliziose.

FISIOTERAPISTI – la competenza prima di tutto, la pazienza nel fornire informazioni su sopporti medici e professionali. La palestra, la cyclette e il tappetino, la prova dell’ossigenazione e l’estrema pazienza nella riabilitazione dei più malandati. Filmini sulle apnee, illustrazione di maschere ed elenchi di catastrofi sanitarie in caso di mancato lavaggio della mascherina con il detergente per i piatti? Per i piatti? Per un leggerissimo rossore al naso si consigliano costosissimi trattamenti non riconosciuti dalla mutua e per lavare una maschera che costa un capitale si consiglia il detersivo per piatti senza specificare se con o senza limone?

Pazzesco, occorre informare al più presto le case farmaceutiche che, usando il detersivo per piatti in formato gigante confezioneranno delle piccole provette di detersivo che imbusteranno in una confezione dorata con un’intestazione latina e con un nome oscillante tra ‘lavoben e sgrassa tutto’ e con un prezzo variabile tra i 200 e i 300 euro lo forniranno a noi pazienti prima che… perdiamo tale importante virtù e la temperanza. Altro che detersivo per piatti? Scherzo. Sono molto, molto bravi e pazienti (anche loro).

RISTORANTE del Resort – qui qualcuno potrebbe leggere una leggerissima vena di sarcasmo ma non è così. E pura disperazione, fame, fame nera, paragonabile solo a tempi di guerra andati o carestie di antichissima memoria. Ma una ragione c’è, chiara e lampante: il primo principio di un istituto di riabilitazione e’ quello pensare alla riabilitazione fisica, del fisico, alla silhouette dei pazienti che spesso, ai loro, si presentano all’accettazione, con antiestetiche panze e fianchi trasbordanti. Con tre giorni di anticipo ci forniscono una lista di prelibatezze: risotti vari, pastasciutte diverse, minestroni ed altre leccornie che non ricordo. Di secondo, arrosti di pollo, di vitello, bolliti vari frittate, sformati di verdura-formaggio-uova e da ultimo i mitici straccetti arrosto. Contorno poi: carote, fagiolini, insalate verdi e pure’. Frutta fresca di stagione o mousse di frutta, sempre mela per la verità. Compilando la lista pregusti pranzetti e cene degne di un Grand Hotel ma il mio amico Claudio mi gela con un “po’ ad vadre” che non lascia presagire nulla di buono. Il presagio si avvera: un ricciolino di pasta scondita (solo questo tipo di pasta: si vede che ne e’ stato acquistato uno stok di dimensioni mostruose) e spesso fredda, peso stimato forse 30 grammi. I vari risotti per contro sono caldi, hanno nomi diversi, ma tutti lo stesso sapore. Presentano inoltre una quantità scarsa di brodo che non ti lascia certo nel giudizio: trattasi di riso in brodo o riso asciutto? I minestroni altrimenti chiamate zuppe di verdura o nomi simili. In realtà si tratta della seguente portata, spesso servita appena, appena tiepida: acqua tiepida che chiamare brodo si rischia la querela di qualsiasi buongustaio, con all’interno timidi cubetti di carote, sedano, patate ed altre verdure di stagione che si inseguono radi nel liquido che le contiene, a volte sembrano guardarti con espressione compassionevole, non e’ colpa nostra! sembrano dire. Il quartino di pollo arrosto si fa rispettare anche se sorge spontanea una domanda: ma dove li vanno a prendere pollastrelli così piccoli? Sembrano una razza pigmea allevata solo per gli ospedali. Buono però l’arrosto.

Il pollastrello bollito lascia invece un pochetto a desiderare: sembra di gomma piuma. Tralascio bolliti, frittate e sformati per avere spazio per i mitici ‘straccetti al sugo d’arrosto’ spesso abbinati a pallidi fagiolini sconditi. Trattasi di striscetta larghe due, tre millimetri massimo e lunghe pochi centimetri di un materiale strano, sottilissime che, nei momenti di euforia potrebbero ricordare la carne forse arrosto o forse solo scottata. In numero di quattro o cinque quando ti vedono un pochino più robusto della media, tra due belle cucchiaiate di fagiolini scotti e sconditi! Se pensate a esagerazione vi sbagliate di grosso, se carenza c’è e’ sicuramente dovuta alla mia incapacità lessicale e letterale di rendere la tristezza di questo piatto. Sui contorni, scotti e appena tiepidi, stendiamo un velo pietoso, se non per illustrare l’insalata verde: per giorni e stata servita con una bustina di sale e un contenitore di plastica per olio e limone. Con il sale e detto condimento era una delle poche cose che si salvavano. Improvvisamente, non solo non e’ più comparso il condimento ma, un’infermiera e passata camera, per camera a requisire eventuali tubicini di condimento conservato dai pazienti.

Perché? mistero. Da quel giorno  l’insalata viene servita condita. Condita? Sempre per la dieta niente sale, niente olio e niente limone: solo un pochino d’acqua di risulta da un cattiva centrifuga dell’insalata. Sulla frutta non c’è nulla da dire se non che pur non avendola mai ordinata, per cinque o sei volte mi è stata servita la mousse di mela che odio. Dimenticavo un suggerimento per chi redige i capitolati per la fornitura della frutta: risulta possibile inserire anche il calibro minimo di mele, pesche e prugne ad evitare la fornitura di frutta di dimensioni tali da ricordare più le noci che le mele e le pesche. Però fa bene alla dieta e da un punto di vista dietologico, le quantità più sono ridotte e meglio è! Per tale ragione, dopo aver sperimentato tale cucina e la quantità dei cibi previsti dal manuale, ho ritenuto di non dover disturbare le dietiste e, in tre settimane sono diminuito, mangiando esclusivamente quanto passava il convento, di oltre sei chilogrammi, dico poco? e senza spendere un soldo! benissimo! Di una sola cosa mi lamento: che per 20 giorni abbiano chiamato Schiapparelli il mio amico Schiappelli nonostante tutte le sere io stesso correggessi il nome sul foglio richiesta. Anzi di un’altra cosa debbo velatamente lamentarmi riconoscendo che può anche capitare. Un mezzogiorno io e il mitico Claudio Schiappelli, cioè i componenti la camera 506, siamo stati letteralmente saltati, dimenticati dal carrello delle leccornie. Sono passati davanti alla porta aperta aperta, io e il mio amico eravamo al posto di combattimento con tovaglietta, tovagliolino e armi da taglio e da pesca in mano, ma nessuno ci ha degnato di uno sguardo. Claudio calmo diceva “ades i vegna, e’ mai suces chi mabia salta’” – ora arrivano, non è mai successo una tale dimenticanza. Educazione e cortesia permettendo verso l’una, non vedendo comparire il pur parco rancio, decisi di informare gli infermieri-camerieri. Meraviglia assoluta, immediata mobilitazione e nel giro di qualche minuto compare un’inc….cavolata infermiera che al grido di può capitare, condiviso dai due pazienti di camera 506, aggiunge “però la prossima volta che capita non aspettate tanto tempo ad avvertire, se no ci fate tribolare a reperire qualcosa in cucina”. La ringrazio per la cortesia e per la previsione prossima ventura, segnalando che oltre essere stato ‘dimenticato’ l’esserne anche colpevole mi sembrava un poco eccessivo. Per onestà devo aggiungere che forse non ho usato questo tono con la signora, ma tant’è, come direbbe lei, capita!. Si scherza un pochino ma sei chili in 20 giorni con il rancio sopra richiamato li ho persi davvero! meno male che non tutto il male viene per nuocere: a me e’ servito come una saggia dieta.

Concludendo voglio ricordare la disponibilità di Claudio Fracchia, l’amico primario cacciatore impenitente come il sottoscritto e la cortesissima dott.ssa Paola Abelli direttore sanitario della struttura per l’amicizia e la cortesia che hanno usato alla mia modestissima persona. A loro chiedo scusa per i toni un pochino sopra le righe che ho usato ma complessivamente il loro Istituto, il mio personale Resort è stato per me ed è tuttora un’eccellenza pavese, meglio oltrepadana che chi come me è figlio di queste zolle, vorrebbe sempre al meglio. (Pochi giorni dopo la mia dimissione, è cambiata la ditta fornitrice del….rancio. Ci voleva!)

di Giuliano Cereghini