OLTREPÒ PAVESE – «PILOTI, CHE GENTE» di Mario Perduca

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“Piloti, che gente”. Mai titolo fu più azzeccato e dire che parlava di pistaioli. Se avesse avuto a che fare con i rallisti, sono certo che il Commendatore avrebbe incontrato serie difficoltà a dare un senso compiuto alla sua opera. Mi sono sempre chiesto quali sconosciuti fenomeni neurologici avvengano nel cervello scollegato di un rallista lato volante quando viene avvisato che mancano trenta secondi alla partenza di una prova speciale, quale sia il motivo per cui i neuroni dell’emisfero sinistro vadano in standby mentre le sinapsi elettriche dell’emisfero destro vengono sollecitate oltremisura fino al rischio di cortocircuito quando sono scanditi, un tempo da una mano ora dal semaforo, i fatidici 5,4,3,2,1. A mio parere è questo il momento in cui un pilota comincia a dare il peggio di sé. Il respiro affannoso, un rivolo di bavetta all’angolo della bocca, la solita domanda “ripetimi la prima curva” (che conosce come il pianerottolo di casa sua), il mondo che scompare tranne la strada e i comandi a sua disposizione.

E fin che si tratta di un ragazzotto alle prime armi ci sta. è più che comprensibile l’eccitazione per un momento che ha sempre sognato di vivere guardando i filmati dei suoi idoli, come pure ci sta se parliamo di un professionista il cui successo lavorativo va di pari passo con le prestazioni. Ma il pilota per passione e divertimento, vale a dire la quasi totalità, perché? Può essere un autonomo che costituisce il 100% della forza lavorativa della sua attività, può essere un dipendente i cui capi già non vedono di buon occhio le sue assenze, può essere un illustre professionista che il giorno dopo è atteso da impegni molto importanti. Magari è sposato con prole e ha un mutuo da pagare o, peggio, ha una moglie che non condivide la sua passione o, molto peggio, proprio non la sopporta e non perde occasione per rinfacciargli il fatto che distrae tempo e denari dall’economia familiare. Tutti ragionamenti che lui ha già fatto mille volte. Ma ora 5,4,3,2,1 questi ragionamenti non contano, anzi proprio non esistono. Il suo emisfero attivo riconosce solo alcuni stimoli: accelerare, inserire più marce che può, alla fine di quell’ allungo dove il giro precedente ha frenato alla catasta di legna tenere giù ancora qualche metro. Se ci riesce evitando di danneggiare l’erba del campo adiacente la strada allora la sua autostima cresce, e di tanto. Se poi ha notato la presenza tra gli spettatori di qualche amico che certamente nei giorni successivi gli farà i complimenti (ero sulla tale prova in quella destra alla fine di una dritta, sei passato divinamente, come i primi) può anche succedere che aumenti il suo ego. Già, l’ EGO smisurato del pilota. In gara come durante le ricognizioni, ufficiali o abusive che siano, in macchina si è sempre in tre: il pilota, il suo ego e il navigatore. C’è il pilota che lo esterna in modo sfacciato, perfino arrogante (io sono er meio, se non vincerò sarà perché avrò avuto dei problemi). Un altro evita di sbilanciarsi in pronostici ma gli dà libero sfogo quando uscendo dal parco assistenza ti dice: il preparatore insiste che l’assetto va bene così, ma lo so IO cosa è meglio, adesso ci fermiamo e do due click agli ammortizzatori anteriori. Ci sono anche piloti che non lo lasciano minimamente trasparire, eppure dalle loro espressioni avverti che lo stanno zittendo con faticosa ma signorile difficoltà. In fin dei conti, forse è giusto che sia così, senza quell’ego invece che a un rally ci si potrebbe iscrivere a manifestazioni podistiche non competitive. Ritengo che tutti abbiamo visto quel filmato in cui una vettura arriva lunga e finisce con le ruote nel fosso, il naviga scende a spingere aiutato dai pochi spettatori . Una volta rimessa in strada dentro la prima e via veloce senza zavorra. Qui emerge il peggio del peggio del pilota: la sua alienazione come a inizio prova gli fa riconoscere solo strada e comandi, in più il suo ego, pur momentaneamente in crisi, gli manda un velocissimo messaggio subliminale: la macchina è intatta, tu ci sei, il resto è noia, vai!!!

E che dire del fantastico video che ha come protagonisti Rosario Siragusano e Tommà a Favara? Lì non c’è possibilità di equivoci, non ho sentito la nota, hai usato un tono sbagliato, dovevi darmela con più anticipo. Seduti comodi, con tutta calma Rosario gli illustra la condizione della strada viscida, gli indica con esattezza millimetrica il tornante pericoloso quasi chiamandolo per nome, gli fa presente la sua tendenza a bloccare le ruote. Rosario ha svolto il suo compito come meglio non poteva, è tranquillo, ma non ha fatto i conti con quel diavoletto che alloggia dentro ogni driver e ripropone il solito mantra: tu sei il pilota e lo sai tu come devi fare!

Ma torniamo alla nostra gara. Finalmente ecco la fotocellula di fine ps e lì, puntuale, arriva l’altra domanda “QUANTO ABBIAMO FATTO?” Non importa che a distanza di 200 metri ci siano i cronometristi, ci sia un cartellone con i tempi di tutti, no, lui deve saperlo adesso. Allo stop altra situazione surreale. Mente do al commissario la tabella, ripongo il quaderno delle note, tolgo il casco, allento le cinture e apro il radar lui con la delicatezza di un bue muschiato mi lancia sulle gambe il suo casco. Ha altro cui pensare, ha un impegno inderogabile, apre la portiera e all’amico fidato che si è avvicinato domanda “quanto ha fatto XXX? XXX è il suo rivale di riferimento, non quello con cui sta lottando in classifica, quello è secondario e poi se ne occuperà il naviga. XXX è il rivale storico, può essere amico nella vita ma nemico in gara come pure può essere qualcuno oggetto di malcelata antipatia che per di più ha il torto di viaggiare sui suoi tempi. Quando finalmente ha saputo, di colpo il pilota rientra in modalità umana, disinserisce il suo personale bang e, come guarito da un invalidante torcicollo, ruota la testa a destra, si accorge della tua presenza, abbozza un “tlà” e mosso da inaspettato altruismo ti apostrofa “ma non sei scomodo con quei caschi? Vuoi una mano?” Felice come un bambino la mattina di Natale prosegue “gli abbiamo dato tre secondi” (gli=a XXX). Quando è andata così il trasferimento successivo è un piacere, hai a che fare con una persona normale, quasi gradevole. Ma se XXX è stato più veloce, apriti cielo. Tutti i suoi fantasmi arrivano ad affollare l’abitacolo, diventa taciturno, e questo sarebbe il minore dei mali perché se apre bocca è solo per mettere in discussione tutto, la macchina, la scelta di gomme, le note. Ti indispone anche fisicamente perché tende a inserire marce alte a regimi troppo bassi e la vettura viene scossa da fastidiosi singhiozzi, quasi rifiutasse di avanzare. Può anche capitare che in un tratto rettilineo senza strade laterali ti chieda spazientito “mi vuoi dire se devo andare dritto?” Fortunatamente poi arriva la ps successiva e tutto finisce e tutto ricomincia. Sono stato iconoclasta nei confronti della mitica figura del pilota? Certo, ma ho scherzato. Forse. E comunque non più di tanto.

Negli anni ho letto le note a sette piloti, personalità eterogenee, dal ragazzino esordiente al capitano di lungo corso. Il mio irriverente profilo del pilota bene o male si adatta a tutti costoro, a qualcuno in modo perfettamente calzante, ad altri con qualche forzatura, ma una caratteristica in comune ce l’hanno. Prima che come piloti, avevo avuto la possibilità di apprezzarli come persone. Non trattandosi di un lavoro ma di una passione, questa è sempre stata la condicio sine qua non per decidere di passare tanto tempo in macchina e di condividere rischi e inevitabili delusioni. Invece dal punto di vista stile di guida, gestione della gara e anche coabitazione mi riesce difficile rendere pienamente l’idea di quanto siano stati diversi l’uno dall’altro. Usando una metafora linguistica direi: Babele. Se l’editore avrà la bontà di concedermi ancora spazio, nei prossimi numeri andrò a rivangare episodi che hanno come protagonisti alcuni di questi amici dando naturalmente la priorità alle malefatte, loro. Sono certo che non me ne vorranno. Quasi certo. Per concludere, non so chi tra loro sia stato il pilota più affidabile, di certo so quale è stato di gran lunga il più pericoloso. L’ottavo, primo in ordine cronologico. Fortunatamente ha guidato solo una volta una A112 al rally del Canavese 1977.

di Mario Perduca

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