OLTREPÒ PAVESE – POCO IMPORTA SE LE QUOTAZIONI DI UVE E VINI SIANO AI MINIMI STORICI.

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«è un bel direttoreeeee…», diceva il ragionier Calboni nel celebre Fantozzi per esaltare con tono ossequioso il mega dirigente Catellani, quello col pallino del biliardo. La stessa cosa accade in Oltrepò attorno a Carlo Veronese, già zar del Lugana, oggi attivissimo sui social network in Oltrepò Pavese per distribuire perle di saggezza ai produttori. Poco importa se le quotazioni di uve e vini siano ai minimi storici. Poco importa se i disciplinari di produzione prevedano rese stellari e siano rimasti gli stessi dello scandalo Terre d’Oltrepò e poi dello scandalo Cantina di Canneto. Poco importa se le città sono tappezzate di maxi cartelloni pubblicitari dedicati alla Bonarda dell’Oltrepò Pavese DOC a 0,99. Poco importa se nei discount si trovano bottiglie di Oltrepò Pavese Metodo Classico DOCG a 5 euro e pochi mesi fa a poco più di 4 euro.

Quello che conta è che i vini siano a denominazione, non sia mai che qualcuno vi rinunzi per vergogna oppure per l’impossibilità di spiegare perché una sua bottiglia di Bonarda è venduta a 4 o 6 euro contro lo 0,99 o magari perché un Metodo Classico da Pinot nero di valore non può assolutamente raggiungere il pubblico a meno di 15/18 euro. Eppure Veronese dirige il Consorzio di Tutela, non il Consorzio della fiera, del festival o della pagina pubblicitaria. Sul suo bigliettino da visita c’è scritto Consorzio Tutela Vini Oltrepò Pavese. Ma i produttori, davvero, si sentono tutelati? Nei giorni scorsi si è accesa una dialettica fra un tale Franco Grandi, una voce critica che spesso si accende su Facebook, e una notabile del vino dell’Oltrepò: Ottavia Giorgi di Vistarino. A lei che diceva: «I panni sporchi laviamoceli in casa», lui ha risposto che tacere i problemi aggrappandosi ai sacri Tre Bicchieri non è un modo per risolverli. In effetti su questo tema va fatta una riflessione: in Oltrepò chi si pone contro “il sistema” o che oppone critiche e ragionamenti a certi scivoloni viene deriso, insultato e messo da parte.

Non succede da oggi, ma oggi è quantomai evidente che la politica regionale e nazionale sull’Oltrepò Pavese ha fallito su tutta la linea. Non solo non si vedono cambiamenti ma quello che c’è è addirittura peggio di quello che c’era. Nel mondo dei produttori privati si sta assistendo alla divisione tra piaggeria e freddi silenzi. Nel mondo cooperativo territoriale, mentre Canneto cerca di risollevarsi dopo la maxi inchiesta, c’è solo una voce controcorrente, negli ultimi anni, quella della cantina Torrevilla. La cantina, presieduta da Massimo Barbieri e diretta da Gabriele Picchi, segue il suo percorso virtuoso fatto di qualità in bottiglia, di metodo e ricerca ma dalla politica è stata “sentita” ma non “ascoltata”. Forse, nonostante il numero di soci sia in costante ascesa, è ancora troppo piccola in un territorio che non ragiona per meritocrazia ma per dimensioni. L’azienda, che si è trovata fuori mercato prima per il falso vino a Terre d’Oltrepò e poi per il falso vino a Canneto, non ha mai smesso d’investire e di prendere la strada più difficile nel rispetto dei consumatori, tuttavia non ha mai avuto risposte vere sui temi della tracciabilità, delle rese a disciplinare e di meccanismi di regolazione del mercato capaci di evitare scivolamenti dei prezzi verso il baratro dello 0,99. è difficile essere virtuosi in un mondo di istituzioni preposte ai controlli che guardano dalla finestra e non intervengono.

Nessuno in Oltrepò ha mai il potere d’intervenire su niente, specie quando in ballo ci sono i nomi di figure potenti che controllano il Consorzio. Si dà la colpa a chi non sta zitto, a chi osserva e parla. Ultimamente è spesso colpa di Patrizio Chiesa, ad esempio, il patron del portale oltrepopavese.com che negli anni è diventato un punto di riferimento turistico e territoriale a fronte del nulla mischiato col niente prodotto da una pessima politica e da investimenti sbagliati. Nessuno disturbi il manovratore, anche se il manovratore sta portano la nave a schiantarsi.