OLTREPÒ PAVESE – QUEST’ANNO IL RISCHIO È DI SPROFONDARE NEL BARATRO

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La cura del “nuovo corso”, iniziato ormai quasi 3 anni fa nelle dichiarazioni e nei proclami, non dà risultati ai vitivinicoltori dell’Oltrepò Pavese, se non al ribasso. Quest’anno il rischio è di sprofondare nel baratro. Dopo attendismo e tatticismo si svegliano anche le associazioni di categoria, perlomeno una, la Cia, mentre le altre tacciono per non scontentare la politica regionale che è entrata mani e piedi nelle problematiche del mondo del vino oltrepadano con risultati che definire scarsi è usare un eufemismo. Dopo tavoli di denominazione inconcludenti o di facciata, lo stop a nuovi disciplinari di produzione praticamente pronti ed approvati nel 2018 accampando la scusa ufficiale del doverci ripensare, si continua a vendemmiare con le maxi rese che hanno di fatto favorito due diversi scandali, con strascichi giudiziari non ancora finiti. Nel frattempo la montagna, il Consorzio Tutela Vini Oltrepò Pavese, ha partorito un topolino: il nuovo statuto con il voto ponderale diminuito per la maxi cooperativa territoriale, come se il combinato disposto dei voti di Terre d’Oltrepò, dei suoi grandi conferitori e più importanti clienti non consentisse di aggirare agilmente l’ostacolo in cinque minuti e con quattro telefonate. Se c’è chi punta il dito contro i mediatori, in particolare uno, la sensazione è che il problema sia ormai divenuto anche più vasto e articolato. Nelle scorse settimane in un ristorante stradellino ho “involontariamente” ascoltato il dialogo fra due big del settore, uno dei quali molto abbronzato. Secondo quanto ho capito, perché non parlavano sottovoce, senza un patto tra il mondo cooperativo territoriale e una programmazione a medio e lungo termine sulla vitivinicoltura locale, l’Oltrepò non sarà mai più in sicurezza. Il rischio, secondo i due interlocutori che si confrontavano è che scoppino nuovi scandali perché “la moltiplicazione dei pani e dei pesci” rischia di migrare di cantina in cantina, senza soluzione di continuità, per disperazione e assenza di prospettive reali. Nel frattempo a livello ufficiale l’allarme è stato lanciato da Davide Calvi, Presidente di Cia-Agricoltori Italiani Pavia nel corso della riunione del Gie (Gruppo di interesse economico) del vino, nella sede di Stradella. Partendo dal presupposto di un’annata generosa sia dal punto di vista quantitativo che qualitativo, Calvi nella sua analisi ha evidenziato la drammatica previsione dei prezzi previsti per le uve sul mercato, con quotazioni che secondo gli addetti ai lavori arrivano a toccare la soglia minima mai registrata: da 35 a 45 euro al quintale.

«Con un costo di produzione stimato dai consulenti di regione Lombardia a 60 euro al quintale, i viticoltori rischiano di lavorare in perdita, il covid ha solo accelerato una dinamica territoriale non virtuosa». A farsi sentire ancora, anche attraverso una video intervista al Periodico (disponibile sulla pagina Facebook della testata) è stato anche Pierangelo Boatti, patron di Monsupello, che già a inizio luglio aveva rilasciato un’intervista sul tema ad una testata locale. Boatti aveva spiegato: «In questo Oltrepò, purtroppo, le denominazioni sono diventate soprammobili degli imbottigliatori e scendiletto dei grandi imprenditori del vino italiano a caccia di “low cost” per vendere a valore con i loro marchi in Italia e nel mondo.

Una terra abbandonata, ecco cos’è l’Oltrepò in cui spuntano mediatori compiacenti e dei professionisti dell’intruglio. Per i vitivinicoltori non c’è niente da mordere: sono stati usati in passato e continuano ad essere usati adesso. Senza i viticoltori veri e i produttori appassionati e orgogliosi non si costruisce niente, si scivola solo più giù lungo il burrone». Ma Boatti aveva anche lanciato delle proposte, ad oggi totalmente inascoltate: «Sono convinto che all’Oltrepò serva una nuova governance consortile, cooperativa e imprenditoriale: un ente non può nulla senza precise scelte d’impresa. Bisogna produrre meno e immettere sul mercato, contingentandolo, solo il vino a denominazione che il mercato è in grado di assorbire a prezzi decenti. È finito il tempo del produciamo tanto, vendiamo tanto. Con l’aiuto di Camera di Commercio e altri enti occorre creare una borsa del vino, che spetta alle cooperative normare per non scendere sotto la linea rossa di prezzi che rendono insostenibile fare vitivinicoltura». Per il momento nessuna risposta.

La politica regionale continua a venire in Oltrepò per fare brindisi e dichiarazioni stampa, mentre affrontare davvero i problemi e individuare soluzioni, anche scomode ma vere, non sembra più interessare a nessuno da tempo. Poco importa se la vitivinicoltura oltrepadana è di fatto stata commissariata da grandi clienti e grandi poli nazionali di altre territorialità che fanno i prezzi e dettano le regole per interposta persona. Si vuol vendere l’idea che partecipare a tante fiere, fare interviste, comprare qualche pubblicità o qualche progetto qualità dall’incidenza “zero virgola” sul valore dell’intera produzione territoriale siano la panacea di tutti i mali. Che ingenui i vitivinicoltori indipendenti della Fivi che con un documento avevano chiesto misure straordinarie a tutela delle produzioni e dei prezzi di mercato al Consorzio, in occasione dell’anno orribile del Covid-19 e del lockdown. In Oltrepò le decisioni importanti si rinviano sempre a tempi migliori (o peggiori), perché l’essenziale è avere le mani libere e le masse ammaestrate, che mandano giù la cicuta e non dicono

niente: una mano lava l’altra e non bisogna disturbare il manovratore, che ha un pessimo carattere e la cui deriva autoritaria non è arginata da nessuno benché non stia dando alcun risultato se non in termini di accesso al credito (che poi bisogna restituire). Terra strana l’Oltrepò in cui la guida del Consorzio è affidata a una commercialista-produttrice, quella della primo polo cooperativo a un commercialista-vignaiolo e quella dell’associazione per la promozione del vino dei sapori a un avvocato.

Senza parlare del Centro Riccagioia, sempre al centro di qualche progetto lussureggiante che non si concretizza mai, dell’Enoteca Regionale in cui la Regione non mette piede da anni o dell’annessa scuola di cucina nazionale che non è mai partita con il piano didattico perché nello stabile non funzionano riscaldamento e raffrescamento. Ma dove lo trovate in Italia o nel mondo un territorio così?

di Cyrano De Bergerac