OLTREPÒ PAVESE – ROVESCALA – LUZZANO, DA AZIENDA AGRICOLA A TENUTA PRESTIGIOSA

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All’estremo confine tra Oltrepò Pavese e piacentino, su un crinale collinare situato ad est del torrente Bardonezza, si trova Luzzano, una piccola frazione del comune di Rovescala. Già noto nel XII secolo come possedimento del monastero di San Pietro in Ciel d’Oro di Pavia, non risulta essere stato attaccato durante l’invasione piacentina del 1215-16. Nei secoli subì diversi passaggi di proprietà fra le varie famiglie nobili del panorama oltrepadano. Nel 1747 l’Oltrepò Pavese passò dall’Austria ai Savoia, in cambio di alcuni favori. Come scrive Carmelo Sciascia nel libro “Piacenza, le sue frazioni e storie”, questo passaggio non fu ben visto dagli abitanti di Luzzano, i quali anticiparono i sentimenti di antipatia che si andarono a manifestare, in vari luoghi, dopo l’Unità d’Italia. Fu proprio in quell’anno che venne costruita la dogana, ancora presente nelle proprietà del castello. Nel 1815 venne inserito come Comune indipendente nel Mandamento di Soriasco, in cui vi rimase per pochi anni fino all’accorpamento con il comune di Rovescala. Il castello rimase proprietà dei conti di Belgioioso fino ai primi del ‘900, quando venne acquistato dalla famiglia Fugazza. Oggi l’azienda è guidata da Giovannella Fugazza che nel 1980, insieme alla sorella Maria Giulia, decise di sviluppare l’imbottigliamento dei propri vini con il marchio “Castello di Luzzano” e di dedicare l’azienda all’enoturismo e all’ospitalità.

Fugazza, la sua famiglia quando è diventata proprietaria della tenuta di Luzzano?

«La mia famiglia ha acquistato la tenuta negli anni ’30 dai Belgioioso. Era un’epoca in cui stavano cambiando i tempi: i Belgioioso avevano parecchie proprietà sparse in Oltrepò di cui dovevano occuparsi, ma non erano più interessati al campo agricolo. L’azienda, conservata in ottime condizioni, tutta accorpata e con grandi potenzialità per chi volesse dedicarsi esclusivamente all’agricoltura, fu per mio zio un investimento interessante. La mia famiglia paterna fondò la Valtidonese pomodori nei primi del ‘900 ed era composta da dodici fratelli: i maschi erano tutti titolari di attività agricole, mentre le sorelle avevano sposato altri agricoltori. Questa era la tipologia di investimento sul quale si puntava all’epoca».

Com’è avvenuto il restauro della tenuta?

«Quando venne acquistata era un’azienda agricola pura, meno prestigiosa di oggi e venne affidata all’architetto Portalupi di Milano, il quale lavorò qui per alcuni anni. Probabilmente fu il lavoro privato più lungo a cui si dedicò. La rese un’abitazione moderna e più elegante: fece spostare la stalla, costruendo al suo posto una nuova cantina; venne dotata da subito di riscaldamento, acqua corrente, linea telefonica e tutti quei accorgimenti che la rendevano piacevole da vivere».

Quale era la disposizione originale del “Castrum”?

«Nell’ XI e XII secolo dove ora abbiamo la cantina, vi era la torre di avvistamento, le cui fondamenta sono tutt’ora visibili. Intorno a questa venne costruita una prima parte di casaforte, non un vero e proprio castello ma un’abitazione fortificata, circondata da un fossato. Durante la ristrutturazione abbiamo trovato nel cortile le fondamenta delle vecchie abitazioni dei contadini, poste a 3,5-4 metri sotto il livello attuale del terreno. La corte venne adornata con gli archi attuali attorno al ‘700, quando venne aggiunto un ulteriore pezzo della casaforte. Leggendo i vari documenti e testamenti che parlano di Luzzano si può dedurre che si tratta di un’azienda che è sempre stata ben amata dai loro proprietari, forse perché a misura d’uomo».

La tenuta non è quindi mai stata trascurata o abbandonata?

«No, di certo non venne mai abbandonata. Luzzano è sempre stato un luogo vivo e abitato. Forse venne un po’ trascurato dalla famiglia Belgioioso negli ultimi vent’anni della loro proprietà, ma solo perché stavano cambiando i tempi».

Castello di Luzzano e Leonardo Da Vinci: in che modo il nome di questo grandissimo personaggio storico è collegato alla vostra azienda?

«Nel 1498 il Duca di Milano, Ludovico il Moro, regalò a Leonardo Da Vinci una vigna, che oggi corrisponde al giardino della “Casa degli Atellani”, situata poco distante dalla Basilica di Santa Maria delle Grazie e dal Cenacolo. L’enologo Luca Maroni, la genetista Serena Imazio e il professor Attilio Scienza, hanno effettuato diversi studi sul DNA di alcune radici presenti nel giardino della “Casa degli Atellani”, ancora ricoperte dalle macerie della Seconda guerra mondiale: la vite in questione è risultata essere di uva Malvasia di Candia aromatica, proprio come quella presente nella mia azienda, questo perché i vecchi proprietari di Luzzano erano imparentati con i Landi di Piacenza, noti coltivatori di tali vigneti. Nel 2015 nel cortile degli Atellani sono state ripiantate viti di questa tipologia, delle quali noi vinifichiamo separatamente l’uva raccolta in un’anfora, il cui vino viene destinato in un circuito di aste di appassionati. Il Malvasia era il vino più ambito nel ‘400 e nel ‘500: i veneziani si erano arricchiti commercializzandolo e fu per questo che arrivò qui da noi».

Luzzano vantava una posizione strategica, ma non risultano scontri o battaglie…

«Nel Primo secolo d.C vi fu un insediamento di un tale Lucius, probabilmente un luogotenente di Cesare che era stato premiato con pensioni e terreni sul confine gallico. Già questo faceva intuire l’importanza strategica di questa proprietà. Nonostante ciò non risultano avvenimenti bellici per il controllo del territorio, forse perché si trattava di un’abitazione nobiliare, ma con indirizzo agricolo e non adatta a poter ospitare milizie date le dimensioni ridotte e la mancanza di difese».

Pochi giorni fa a Negrar, in Valpolicella, durante gli scavi in un vigneto di prosecco è stato scoperto il pavimento di una villa romana. Anni fa accadde una cosa simile anche a Luzzano, conferma?

«Esatto, stavamo cercando di allargare una fonte che si trova a valle tra Luzzano e Rovescala, per avere più acqua da dare agli animali. Appena iniziammo gli scavi ci si accorse che c’era qualcosa sotto il terreno, chiamai la sovrintendenza perché sapevamo che a valle poteva trovarsi qualcosa, in quanto anni precedenti, degli inglesi, avevano svolto degli scavi dai quali affiorarono alcuni reperti. E infatti fu così, furono ritrovati resti di una villa romana, probabilmente l’insediamento originario distrutto secoli fa, che occupava circa quattro ettari. Se ne parlò per diverso tempo…».

Parliamo della sua attività: oltre alla produzione di vini di cosa si occupa?

«Il nostro agriturismo è gestito direttamente da noi. Sono stata la prima che ha iniziato la ristrutturazione delle case dei contadini, man mano che questi decidevano di trasferirsi, per cercar di far arrivare visitatori: io ero giovane e non volevo dedicarmi interamente all’agricoltura, ma volevo vedere un’azienda viva e stare a contatto con la gente. Successivamente ho aperto il ristorante all’interno della vecchia dogana del 1747, costruita dai Savoia quando ricevettero l’Oltrepò da Maria Teresa d’Austria, sempre con lo scopo di offrire un servizio più completo legato al mondo del vino e all’enoturismo: è aperto solo durante il weekend su prenotazione. Abbiamo inoltre case indipendenti e quattro camere singole, antiche e autentiche, da poter affittare ai turisti. In cantina abbiamo una sala degustazione, dove organizziamo visite guidate e degustazioni, una sala meeting e un piccolo museo della mia infanzia».

Come vedrebbe l’istituzione di un’associazione o un circuito che colleghi tutti i castelli dell’Oltrepò Pavese, sulla falsa riga di progetti già avviati in altre zone, come ad esempio il piacentino?

«Il piacentino ha la Val Trebbia, la Val Luretta e la zona di Castell’Arquato frequentate da un rilevante numero di turisti. L’Oltrepò ha meno luoghi attrattivi rispetto ad altre zone, ma ha una bellissima fama di vini e paesaggi. Io penso che un circuito di castelli non basti per poter rilanciare il turismo. La gente oggi cerca la natura, il verde, spazi aperti e autenticamente naturali: avere un paesaggio di vigneti e boschi come l’Alto Oltrepò è una carta vincente per noi. Bisogna saperla valorizzare di più, anche nei percorsi, non limitandosi solo alla cartellonistica ma investendo in progetti più concreti e non improvvisati. Il turista vuole avere una giornata piena, che gli permetta di vedere, fare e soprattutto spendere. Per creare un circuito economicamente valido che coinvolga le persone non ci vuole moltissimo, ma serve sicuramente un aiuto economico delle istituzioni che incentivi il commercio delle piccole attività. Il turismo porta buon umore, guadagno e fama dei prodotti tipici. L’enoturismo è molto importante per il nostro territorio, ma non basta fare solo degustazione dei vini, vanno proposte attività coinvolgenti ed innovative per le quali il turista ha piacere nel tornare».

di Manuele Riccardi