OLTREPÒ PAVESE – SANTA MARIA DELLA VERSA – «A DUBLINO NESSUNA PROTESTA, PERCHÉ SANNO DI ESSERE TUTELATI DAL GOVERNO»

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In questi giorni stiamo assistendo a numerose proteste di commercianti e lavoratori che non ritengono adeguate le misure economiche che il Governo Conte ha introdotto per far fronte alla crisi che stiamo vivendo. Ma come si stanno comportando i governi esteri? Isabella Testori, originaria di Santa Maria della Versa, da alcuni anni vive a Dublino ed è Customer Success Specialist per una società che gestisce una piattaforma di shopping online per veicoli usati. Sarà lei a raccontarci come sta affrontando la quarantena lontano dall’Italia e come il governo irlandese si sta muovendo per tutelare i cittadini e i lavoratori.

Isabella, da quanto tempo vive e lavora in Irlanda?

«Sono partita nel 2013, sono 7 anni che sono in Irlanda».

Come mai questa scelta?

«Dopo aver lavorato per un certo periodo a Milano, realizzai che non era quello che volevo e che avrei fatto fatica a raggiungere certi risultati che mi ero prefissata, in modo da poter avere una maggior indipendenza. Dopo essermi confrontata con diversi amici che si erano già avventurati a lavorare all’estero, decisi di informarmi per intraprendere un’esperienza fuori dall’Italia. Non ho iniziato questo percorso da sola ma tramite l’Università di Pavia, la quale aveva emesso un bando che permetteva di poter lavorare per tre mesi all’estero. Sempre l’Università mi organizzò alcuni colloqui con aziende di Dublino e mi aiutò a trovare un alloggio. Iniziai a lavorare per un’azienda che, scaduti i tre mesi, decise di tenermi. Per questo motivo non sono più tornata a lavorare in Italia».

Quando è iniziata l’emergenza coronavirus in Irlanda? Ci sono stati molti decessi?

«Qui da noi l’emergenza è iniziata il 17 marzo, con la chiusura dei Pub e l’inizio delle attività lavorative in smart working, che qui da noi si chiama “working from home”. Le aziende però hanno iniziato a tutelare i lavoratori molto prima dell’inizio ufficiale dell’emergenza: infatti, chi tornava dall’Italia, che era l’unico Stato contagiato, era costretto a stare in quarantena, come è accaduto ad alcuni miei colleghi. Adattarsi al lavoro da casa non è stato difficile perchè in molte aziende irlandesi, è un protocollo già collaudato. Il Governo, già due settimane prima dell’inizio dell’emergenza, aveva deciso di annullare la Parata di San Patrizio, prevista proprio per il 17 marzo. Ad oggi si contano circa 1500 decessi, su un totale di 5 milioni di abitanti: rispetto all’Italia il rapporto è nettamente inferiore».

Quindi possiamo dire che il governo ha agito in modo tempestivo?

«Sicuramente il governo, vedendo la situazione estera, ha avuto più tempo per prendere decisioni e ha agito chiudendo immediatamente i pub e i locali pubblici. Inoltre, gli irlandesi hanno da subito avuto paura di questo virus, in quanto erano consapevoli che i letti in terapia intensiva non sarebbero stati sufficienti nel caso in cui l’epidemia fosse dilagata. L’Irlanda è uno stato piccolo, con un sistema sanitario che non è paragonabile a quello italiano o lombardo, quindi i cittadini si sono autotutelati da subito senza particolari problematiche».

La sua famiglia è in Italia. Le notizie che le arrivavano da qui le hanno permesso di tutelarsi in anticipo?

«Essendo costantemente in contatto con la mia famiglia e i miei amici in Italia, mi sono immediatamente informata per poter lavorare in smart working e praticamente mi sono chiusa in casa, facendomi consegnare la spesa a domicilio e limitando al minimo le uscite non indispensabili. Avendo informazioni dirette dall’Italia, io e i miei amici italiani a Dublino abbiamo preso più precauzioni rispetto ai nostri colleghi irlandesi: ricordo che durante i primi giorni in cui io lavoravo da casa, loro uscivano normalmente e si vedevano con amici e parenti, perché poco informati sul contagio da asintomatici. Grazie a tutte le indicazioni giunte a noi anticipatamente dalle nostre famiglie siamo riusciti certamente a tutelarci nel modo più corretto».

Qui in Italia ci sono state parecchie difficoltà a reperire mascherine e disinfettanti: ora abbiamo il problema dei guanti in lattice. Anche voi avete avuto queste mancanze?

«Le mascherine, ma anche i guanti, qui in Irlanda non sono mai stati obbligatori, e non lo sono tutt’ora: molta gente le indossa per decisione personale. Però tutti i supermercati sin da subito si sono adattati facendo distanziare i clienti all’ingresso e fornendo guanti e gel disinfettante: non ho constatato casi di ressa o confusione. La disponibilità di dispositivi di sicurezza è ancora garantita proprio perché non c’è ancora stata una vera e propria campagna sull’utilizzo intensivo».

Il popolo irlandese come si è comportato nella fase iniziale? E ora?

«Gli irlandesi solitamente sono un popolo ligio al dovere, che rispetta sempre ciò che gli viene indicato: hanno un approccio completamente diverso da quello italiano».

Come ne ha risentito il suo lavoro?

«L’azienda per cui lavoro ha sede negli Stati Uniti, a Boston, ed è presente in diversi paesi. Ne ha risentito parecchio perché è stata costretta a chiudere tutti i mercati internazionali, eccetto quello inglese. Per colpa dell’emergenza Covid_19 da subito ha chiuso le vendite in Italia, Spagna, Francia e Germania perché erano mercati da poco iniziati e, dato che non vi erano buone previsioni, ha ritenuto di non concentrare altri sforzi in questa situazione critica. Per questo tutti i miei colleghi che si occupavano di questi mercati sono stati lasciati a casa in “redundancy”, cioè vengono ancora pagati per qualche mese, in base ai vari contratti, e poi licenziati. Io mi sono salvata solo per il fatto che, sin da quando sono stata assunta, lavoro nel mercato inglese, altrimenti sarei stata licenziata anche io. In generale molte persone che lavorano a Dublino, tra cui molti miei amici italiani, sono state licenziate perché le loro aziende hanno previsto che il mercato italiano non si sarebbe sollevato velocemente e per loro sarebbe stata una perdita. Il commercio qui da noi ha subito una forte scossa, sia iniziale che ora per l’adattamento alle normative sanitarie di distanziamento e sanificazione».

Quali regole ha dettato il governo irlandese?

«Anche qui il commercio ne ha risentito. Vorrei ricordare che molte aziende estere e multinazionali stabiliscono qui la loro sede legale, in quanto siamo uno degli Stati europei con le migliori agevolazioni fiscali. Inoltre, l’Irlanda vive molto di turismo ed eventi sportivi: essendo questi settori i più colpiti, gli irlandesi hanno il terrore della recessione, perché si tratta di un Paese piccolo, con pochi abitanti e poche altre risorse. Per quanto riguarda le normative sanitarie non ci sono state ancora particolari indicazioni, si deciderà nelle prossime settimane. Qui hanno previsto cinque fasi, di cui la prima, diciamo di “no lock down”, appena iniziata. Le altre sono previste per l’8 giugno, il 29 giugno, il 22 luglio e il 10 agosto: l’ultima fase è quella che prevederà la riapertura di pub, ristoranti ed estetiste. Qui si procederà molto più lentamente rispetto all’Italia. I pub irlandesi non hanno nulla a che fare con i bar italiani: sono piccoli, stretti e pieni di clienti con tassi alcolici spesso elevati: mantenere il distanziamento sarebbe praticamente impossibile».

Quale supporto sta dando il governo ai commercianti e ai cittadini?

«Sicuramente il commercio subirà un duro colpo e si dovrà far fronte a parecchi problemi, ma ritengo il governo irlandese imbattibile nel supporto ai cittadini e ai commercianti. Per esempio, chi vive in affitto, nel caso in cui non fosse in grado di pagare la mensilità, ha la possibilità di aver abbonata qualche rata in accordo col padrone di casa; anche molti ristoranti sono stati esentati dal pagamento delle mensilità, sempre in accordo con il proprietario. Fortunatamente la maggior parte delle persone che conosco hanno ancora un lavoro e hanno deciso di non avvalersi di questa possibilità. Chi è stato licenziato ha a disposizione circa 350 euro a settimana per l’emergenza Covid-19 e, se non riescono ad accedere a questi fondi, ha comunque a disposizione la disoccupazione che è una buona garanzia. Posso affermare che qui il governo sta supportando economicamente i cittadini nel migliore dei modi».

Lo “straniero” che tipo di tutela ha?

«Di fatto a Dublino già se lavori per sei mesi non vieni più considerato come uno straniero e, se licenziato, hai già diritto alla disoccupazione: se tu vieni a lavorare in Irlanda sei da subito tutelato. Non c’è una divisione tra straniero e non. Anche chi stava facendo la stagione breve, magari lavorando nei ristoranti, sebbene non abbia diritto alla disoccupazione ha comunque la possibilità di accedere ai bonus di 350 euro settimanali per l’emergenza Covid-19. Non ci sono state ancora manifestazioni di protesta di persone che non sono riuscite ad accedere a questi fondi, quindi penso che non ci siano stati problemi. Se lavori o hai lavorato qui, anche per poco, sei tutelato».

Pensa che la situazione irlandese sia stata gestita in modo corretto?

«Sicuramente io sono stata molto tutelata, in primis dalla mia azienda: già dopo i primi casi ci ha consentito di lavorare in smart working facendoci avere subito a casa tutto quello che ci serviva. Non siamo più tornati in azienda e penso che non ci torneremo fino al prossimo anno, perché non ne abbiamo motivo: possiamo chiamare i clienti da casa e fare meeting con i colleghi tramite Zoom. Le persone che conosco e che hanno perso il lavoro sono già state tutelate. In generale, tutti rispettano le norme e non ci sono state proteste, nemmeno da parte dei gestori di pub e di ristoranti: hanno accettato la situazione perché sanno di essere tutelati economicamente dal governo. Magari ci saranno problematiche riguardo qualche persona o attività che non verrà aiutata, ma di questo al momento non ne sono a conoscenza. Per ora mi sento tranquilla perché ritengo che la situazione sia gestita in modo corretto, anche se non posso sapere fino a quando il governo potrà garantire questi supporti economici».

di Manuele Riccardi