OLTREPÒ PAVESE – SANTA MARIA DELLA VERSA – VIGNE OLCRU :«NOI SIAMO PICCOLI, E RESTEREMO PICCOLI ANCHE QUANDO SAREMO GRANDI»

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Con la riapertura delle attività produttive, lo scorso mese di maggio ha fatto registrare una netta crescita delle esportazioni dal nostro Paese rispetto al mese precedente: +37,6%, secondo le stime dell’Istat, rese note lo scorso 25 giugno. Un paio di settimane prima, l’Osservatorio Vinitaly – Nomisma, relativamente al solo mercato del vino, aveva dato notizia di un risultato positivo relativamente già al primo quadrimestre dell’anno in corso: il vino italiano, sui mercati extra-UE, sarebbe cresciuto fra gennaio e aprile del 5,1% (dati provenienti dalle dogane). Molti si sono stupidi di questi numeri; che vanno tuttavia letti alla luce di un’osservazione: i mesi più duri per i paesi extra-UE non sono necessariamente gli stessi che hanno investito l’Italia; alberghi e ristoranti, in determinati paesi del mondo, a marzo e aprile risultavano aperti. Inoltre, quando il lockdown era ormai nell’aria, molti importatori di prodotti italiani potrebbero aver deciso di fare quanta più scorta possibile, nell’incertezza di quello che sarebbe accaduto.

Lo hanno fatto, per esempio, anche con un altro dei prodotti di punta delle esportazioni tricolori: la pasta. Gran parte della crescita per quanto riguarda il vino si è registrata negli Stati Uniti (+40% nei primi due mesi). Gli importatori, in questo caso, potrebbero aver deciso di fare scorta anche in vista dei dazi annunciati da Trump. Volendo sentire il polso della situazione in Oltrepò, siamo andati a chiedere un’opinione a Massimiliano Brambilla, titolare insieme al fratello Andrea di Vigne Olcru, azienda di Santa Maria della Versa che, pur essendo nata solo pochissimi anni fa, si è posizionata in una nicchia di mercato che guarda con molto interesse all’estero, e può vantare rapporti ormai strutturati e profittevoli con diversi mercati, fra i quali quello cinese. Il paese dal quale tutta l’emergenza Covid-19 ha avuto inizio, ma anche quello che per lunghissimi anni ha suscitato gli appetiti di molti produttori, e che presto ricomincerà a galoppare.

“Il Periodico” aveva già parlato di Vigne Olcru nel numero di Novembre 2016. Allora, Massimiliano Brambilla aveva spiegato al nostro Lele Baiardi che il business familiare, in precedenza, consisteva in una “grande industria che produceva componenti per gli impianti elettrici”. Presentatasi l’occasione favorevole per vendere l’azienda, i due fratelli hanno deciso di coglierla e di reinventarsi investendo in Oltrepò, assecondando una loro grande passione: quella per il Pinot nero.

Le statistiche parlano di crescita per le esportazioni extra-UE, e anche per il vino. Come sta nel mondo reale? «Per quanto ci riguarda, sul fatturato dell’anno scorso l’incidenza percentuale principale era rappresentata dalla Cina, che contava per il 40% del complessivo. Quest’anno è stato il primo paese a rallentare; riteniamo che con ottobre/novembre si dovrebbe ripartire, in base ai segnali che abbiamo dai distributori. Il primo semestre, per quanto concerne la Cina, è stato molto blando; però abbiamo aperto un nuovo mercato estremamente significativo che, se continua così, ci porterà ad attestarci su circa il 70% del fatturato complessivo verso l’estero.»

Di che mercato parliamo? «Abbiamo aperto il mercato del Centro America: Panama, Costa Rica, Honduras, Nicaragua, Guatemala, Belize, El Salvador. Tutti i sette paesi del Centro America, in maniera molto importante. Per fine anno abbiamo in previsione di partire anche con gli Stati Uniti in maniera massiccia, tanto che potrebbe diventare per noi il primo mercato in assoluto. Dovremmo inaugurare la presenza anche su altri mercati: il Marocco e la Nigeria.»

Una bella scommessa, sono mercati piuttosto ignoti per le nostre parti. «La Nigeria, con 200 milioni di abitanti, è il secondo mercato del continente per il vino, dopo il Sudafrica. È divisa in sei aree geopolitiche; nelle parti soprattutto meridionali ci sono più spazi per lavorare. È un discorso, più che altro, di “religiosità”: in alcune aree c’è una tolleranza diversa. Il mercato più importante per noi potrebbe essere rappresentato dall’area intorno a Lagos. Ad inizio mese, inoltre, abbiamo un appuntamento molto importante: daremo il via alla certificazione Kosher per tutto il mercato di Israele e le famiglie ebree del Nord America. Insomma: ci sono tanti progetti che stiamo mandando avanti, per cui questo anno, se le cose continuano così, dovrebbe essere per noi quello più importante.»

Nei momenti di crisi bisogna investire, guardare avanti, e non crogiolarsi ad aspettare che le cose migliorino da sole. Tuttavia, lei mi ha parlato di investire anche nel Nord America, e devo incrociare questa notizia con quelle che ci provengono in modo particolare dagli Stati Uniti, dove pare che il Prodotto Interno Lordo calerà nel 2019 dell’8%, e dove Trump ha annunciato nuovi dazi. Coldiretti ha lanciato pochi giorni fa un allarme in merito, anche per quanto riguarda il vino: si teme che una bottiglia che oggi viene messa sul mercato a 10 euro, con le nuove disposizioni salirà a 15. Voi non avete paura? «Quando si parla di macro-numeri, bisognerebbe parlare con macro-aziende. Un’azienda piccola dei macro-numeri non se ne fa nulla. I dati sono tutti veri, sono tutti validi; ma noi siamo piccoli, e resteremo piccoli anche quando saremo grandi. La Cantina è stata tarata per produrre fra le 500 e le 600 mila bottiglie: anche quando arriveremo a raggiungerle saremo un granello di sabbia nel deserto. I dati lasciano per noi il tempo che trovano, sia che siano estremamente positivi, sia che siano estremamente negativi. Noi abbiamo scelto di lavorare in un mercato di nicchia, e di fare i grossi investimenti soprattutto a livello agronomico e poi enologico in second’ordine. Potevamo scegliere due filoni quando siamo nati (e siamo praticamente dei neonati, nel settore: si parla di decenni, mentre noi abbiamo poco più di un lustro). Potevamo scegliere di vendere un prodotto; ma in questo caso sarebbe forse meglio fare gli imbottigliatori. La strada più lunga, invece, era quella di vendere un brand, un sistema, una filosofia; costruire, pertanto, un’immagine a supporto di un prodotto. È una strada molto più lunga, ma molto più solida, perché il mercato di nicchia risente di meno rispetto agli scossoni relativi ai vari parametri dell’economia.»

Idee chiare… «Provengo dal settore della finanza, e lo conosco molto bene. Rivolgendoci a un settore di nicchia, pertanto, queste difficoltà non le incontriamo. La strada che abbiamo scelto è anche la più divertente. All’interno di questo contesto c’è uno spazio immenso. Non dimentichiamo che l’Italia vive sulla piccola-media impresa, che è l’ossatura di questo paese. Noi italiani abbiamo tutti la capacità di dare il meglio nei momenti di difficoltà. Abbiamo fantasia e senso pratico.»

Alcuni paesi come la Germania hanno immagazzinato grossi quantitativi di sfuso alla vigilia del lockdown. Parlavamo, in premessa, degli Stati Uniti. Per quanto sia sbagliato fare di tutta l’erba un fascio, pensa sia possibile che i dati positivi dei primi mesi dell’anno siano, in parte, falsati dal bisogno di taluni mercati di garantirsi l’approvvigionamento per i mesi successivi per i quali all’epoca era difficile fare previsioni? «Potrebbe essere. Teniamo presente che il mercato tedesco è un po’ particolare. Storicamente è stato molto importante per i vini italiani, ma negli ultimi anni secondo me lo è un po’ meno, perché hanno dato sempre maggior prevalenza al prezzo. Oggi sono in molti a “scannarsi” su delle briciole, in termini di marginalità. I volumi continuano a essere importanti, ma i margini si sono assottigliati. Soprattutto in termini di comunicazione, per quanto riguarda alcuni prodotti che possono caratterizzare il nostro territorio – come ad esempio il Metodo Classico – con la politica estremamente forte e vincente che è stata fatta da un’area del Veneto sul Prosecco in molti mercati (e il mercato tedesco per il Prosecco è estremamente importante), si è svilito un po’ il Metodo Classico Italiano.»

Si spieghi…«Nel senso che l’accezione su questa tipologia di prodotto, all’estero, è sullo Champagne come prodotto di punta, e sul Prosecco come “base”. Questo binomio ha scalzato di fatto il Cava, che era un prodotto importante su una fascia bassa di prezzo, e ha fatto perdere un po’ di identità al Metodo Classico italiano rappresentato da Oltrepò, Franciacorta, Trento DOC… Ci sono tante realtà nelle quali il Metodo Classico italiano coincide col Prosecco. Ma chiaramente, essendo tutta un’altra cosa, ha costi di produzione completamente diversi.»

di Pier Luigi Feltri