OLTREPÒ PAVESE – “SPASÄCÄMÈ E LA CALÌSNÄ” QUANDO LO SPAZZACAMINO NON ERA UN RICORDO DI MARY POPPINS di Giuliano Cereghini

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Nell’immaginario collettivo ”moderno” alla  parola spazzacamino si associa il film di Mary Poppins, dove Bert è un simpatico e spensierato spazzacamino.

Spesso si immagina lo spazzacamino come quella persona, non più giovane, che si adatta ad un lavoro sporco e umile in cambio di un pasto caldo e di una stalla dove passare la notte. La realtà è che il mestiere di spazzacamino, nato alcuni secoli fa in Italia, è stato il tipico mestiere destinato a bambini e ragazzi oppure a mendicanti o orfani. La caratteristica che questi ragazzi dovevano possedere era l’essere molto magri al fine di entrare agevolmente nella canna fumaria e pulirla.

La Val Vigezzo, in Piemonte, è chiamata la “Valle degli Spazzacamini” per il gran numero di ragazzi, soprattutto tra il Seicento e il Settecento, che emigrarono in nord Europa per svolgere questo mestiere

Cosa succedeva in Oltrepò all’arrivo dello spasäcämè?

Raramente operava un solo spazzacamino: il lavoro prevedeva una fase a quattro mani e per tale motivo, generalmente si presentavano in coppia. Gipétu diceva che “pär fà spasäcämè bsögna vis àlt un smäs e bsà gnënt” –  per fare lo spazzacamino bisogna essere alti una spanna e pesare pochissimo. Tanto erano piccoli, leggeri e neri, quanto allegri e burloni. Il più vecchio prima ancora di giungere in paese intonava con voce potente e melodiosa una canzone:

   “Come rondine va,

   senza un nido

   n’è un raggio di sole,

   per l’ignoto destino

   il suo nome e lo spazzacamino”.

Nell’udire quel canto la gente sorrideva e si affacciava sulla porta di casa, attendeva l’arrivo degli spazzacamini che, giunti davanti alla soglia di casa della prima bella ragazza, intonavano un’altra canzone che riandava ad un baldo spazzacamino che era stato invitato in casa da una giovinetta, rifocillato e coccolato, dopo aver ben eseguito il ‘suo lavoro’, aveva lasciato il paese e la luna che… cresceva.

“Dopo nove mesi era nato un bel bambino che assomigliava tutto allo spazzacamino”, così raccontavano concludendo la ballata i due menestrelli che in questo modo avevano attirato la curiosità di tutto il paese. La gente sorridendo e raccomandando ai due birbanti di occuparsi solo del camino, apriva porte e finestre, copriva con teli e tovaglie usate i poveri mobili di casa e attendevano fuori la fine del lavoro affidato. I due iniziavano le operazioni dividendosi i compiti: l’uno si armava di lunghe canne sormontate da ganci e lamelle oscillanti, entrava in casa ed iniziava ad infilare gli attrezzi nella cappa che sormontava il grande camino di casa che, a quei tempi, era riscaldamento ma anche strumento per cucinare i cibi in un paiolo appeso ad una catenella che scendeva dalla cappa, era la televisione di quell’era fortunatamente priva dello strumento di tortura successivamente adottato da uomini convinti della sua bontà.

Era il luogo in cui si riuniva la famiglia, dove si raccontavano e si esaminavano gli accadimenti quotidiani, le malefatte di bambini che vivevano liberamente la loro splendida età, dove si ammirava l’incanto del veloce ricamo della fiamma guizzante ed allegra e, alla giusta stagione, si cuocevano le castagne nell’apposita padella bucherellata. Per dar corso alle operazioni di pulizia, veniva momentaneamente violato nella sua sacralità, imbrattato di calcinacci e fuliggine che sarebbero stati prontamente rimossi e smaltiti lontano.

Nel frattempo l’altro galantuomo canterino era salito sul tetto armato di corde, ramponi, fasci di lunghe lamelle pieghevoli e corte aste di legno. Raccordandosi con robuste grida trasmesse dalla cappa del camino, i due iniziavano il lavoro di pulitura della canna fumaria raschiando con le canne o le aste di legno, calando con le corde prima i ramponi e poi le lunghe lamelle, sospendendo temporaneamente i lavori per traguardare dal basso e dall’alto la canna fumaria e la cappa finale per verificare la pulizia del manufatto ed il suo conseguente ottimo funzionamento.

L’operatore superiore rischiava in ogni momento di scivolare su rare tegole o sulle molte pietre “ciàp” che allora costituivano la normale copertura delle case, ma in compenso godeva di in ottimo paesaggio e di aria buona. Il tapino che occupava la parte inferiore lavorava in un turbinio accecante ed asfissiante di polvere e fuliggine densa e nera come l’anima di chi picchia senza ragione un bambino.

Dio volendo il supplizio terminava, i due si riunivano riconoscendosi solo dalla voce, le donne di casa cominciavano pulizie più approfondite di quelle sommarie dei due spazzacamini, mentre “l’arsadù” – padrone di casa -, usciva dalla cantina con un bottiglione di quello buono ed un unico attrezzo di mescita:  “ä scüdlòt”!  (la scodellina da mescita).

Raccontavano i vecchi che in alcuni casi la canna fumaria era talmente sporca che uno dei due spazzacamini veniva letteralmente calato dall’altro nel comignolo per una puntuale pulitura a mano, risalendo dopo un pò di tempo con il viso ed i polmoni neri come la pece. Una buona bevuta, la giusta mercede contrattata lungamente, ed i due erano pronti per la casa successiva magari tossendo ma con la forza di intonare di tanto in tanto le canzoni sopra ricordate. Raramente si usavano altri sistemi per la pulizia del camino che, anche con l’adozione delle stufe, continuò ad essere usato solo nella parte relativa alla canna o condotto fumario. Alcuni, per pulirli introducevano nella canna fumaria il fucile da caccia carico a piccoli pallini e, sparando, “pulivano” il camino dalla fuliggine.

Si ha memoria di due tentativi che non riportarono risultati lusinghieri: un mio vicino sparò dalla cappa demolendo completamente il comignolo senza scalfire la tenace fuliggine; in un paese vicino un altro “artigliere” edotto dal fallimento ricordato, sparò dal comignolo verso il basso rimediando alcuni mattoni divelti in casa ed un principio d’incendio della fuliggine, – calìsnä – spento allagando parzialmente la casa.

 

 

                               di Giuliano Cereghini

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