OLTREPÒ PAVESE – TEATRO ITINERANTE: UN’APE PORTER TRA I PAESINI DELL’OLTREPÒ

63

Quella degli artisti è stata una delle tantissime categorie lavorative che hanno sofferto le conseguenze del periodo di quarantena e immediatamente successivo. Per tentare di alleviare la pressione economica su coloro che vivono di recitazione e musica, Malva Bogliotti, presidentessa dell’associazione culturale Croma 2000 Libertas, ha ideato una tipologia di teatro itinerante decisamente peculiare. In che senso? La struttura teatrale si sposta nella sua interezza a bordo di un Ape Porter. Il progetto ha debuttato il 18 luglio scorso ed il suo nome è ApeTeatro – Spettacoli in movimento.

In quali circostanze è nato ApeTeatro – Spettacoli in movimento? «Il progetto nasce durante il lockdown, che mi ha permesso di fermarmi e osservare quello che stava succedendo alla realtà teatrale e lavorativa. In quel periodo “sospeso” ho rispolverato e rivisto un’idea che avevo accantonato ma che da un po’ di anni accarezzavo: quella di proporre degli spettacoli itineranti nei paesini dell’Oltrepò Pavese grazie ad una struttura mobile, che, inizialmente, avrebbe dovuto essere un’Ape 50 – piccolina, umile, che richiama la fine di una guerra e un periodo di rinascita; tuttavia per motivi pratici questo tipo di veicolo non si trovava, per cui ho optato per un’Ape Porter, che è comunque un mezzo agricolo, rustico, umile, usato in campagna, legatissimo al territorio e che non ha un grande impatto dal punto di vista ecologico. I principi ispiratori del nostro progetto sono la voglia di ripartire, di creare occasioni di lavoro per gli artisti, di dimostrare che l’atmosfera magica dello spettacolo si gode appieno solo dal vivo e di esaltare l’artigianalità, il “saper fare” italiano. Il vantaggio più grande dato dalle piccolissime dimensioni della struttura è che, ovunque la si posizioni, non diventa protagonista a discapito del panorama; al contrario rispetta la delicatezza del paesaggio oltrepadano».

Per cui anche il panorama è un componente fondamentale della scenografia che viene allestita. «Esatto, ApeTeatro è un progetto culturale che nasce per promuovere le capacità dell’artista, ma anche un intero territorio. Il teatro che viene costruito a partire dal pianale del Porter, che viene ampliato e diventa un vero e proprio palcoscenico, richiama in tutto e per tutto quelli di tradizione barocca e presenta tutti i suoi elementi costitutivi. Lo chiamiamo teatro per consuetudine, ma è un vero e proprio politeama: è dotato di schermi e videoproiettore che consentono di vivere anche l’esperienza del cinema. Lo spettatore deve sentirsi esattamente come all’interno dell’edificio teatro, ma in un ambiente vivo, che muta insieme con gli attori e il paesaggio che lo circonda. In alcune occasioni il fondale è stato montato, ma in molte altre no, in modo tale che il pubblico veda la natura attraverso il boccascena, esaltandone la bellezza. Talvolta, alla fine degli spettacoli, alcuni ristoratori hanno organizzato autonomamente dei piccoli rinfreschi, aperitivi o apericene, dove hanno servito prodotti locali, andando così a completare la promozione del territorio anche dal punto di vista gastronomico».

Ape Teatro possiede una compagnia teatrale fissa? «No, funziona esattamente come un teatro vero e proprio. Io ho ideato il progetto e ne sono la direttrice artistica, ma l’associazione promuovente è Croma 2000 Libertas, di cui io sono presidente; è un’associazione di promozione sociale attiva sul territorio da più di 20 anni attraverso progetti culturali. Di volta in volta, su questo piccolo palcoscenico salgono artisti con cui io collaboro da anni o che mi inviano proposte, ma non c’è una compagnia fissa».

Che tipi di spettacoli avete proposto? «In questa edizione l’offerta è stata molto varia: dal cabaret, alla tematica del supporto del territorio con Francesco Mastandrea e Silvio Negroni, alle fiabe come “Pinocchio all’incontrario”, sempre con Mastandrea e un altro chitarrista, Roberto Parimbelli; ci sono stati anche spettacoli comico-poetici, che raccontano il territorio con storie di monaci e viandanti; abbiamo avuto anche la lirica, in “Rossini visto dal basso”, e due tributi ai Queen. Nella mia volontà questo piccolo palcoscenico è universale ed inclusivo, non ci sono generi preclusi o prediletti. L’unica discriminante è la qualità. Le dimensioni del palco sono piuttosto vincolanti, per cui in futuro probabilmente saranno più frequenti performance come dialoghi o monologhi, ma quest’anno ho cercato di essere il più inclusiva possibile per fornire quante più opportunità di lavoro».

Prima di dare inizio ad un’esibizione, in che modo vi organizzate? «Vogliamo che il pubblico possa assistere agli spettacoli in totale sicurezza. Sempre in virtù della tradizione barocca, ci posizioniamo nelle piazze – circondate da case – dei piccoli borghi dell’Oltrepò. Allestiamo quella che è la platea, con posti a sedere contingentati (per un massimo di 150/200) e distanziati secondo le norme sanitarie; in più, chi volesse, può assistere semplicemente affacciandosi dal balcone di casa propria, analogamente a come avveniva per i palchetti – garantendo così anche la sicurezza reciproca. Sono contenta anche di aver visto, fino ad ora, grande civiltà e rispetto da parte dei nostri spettatori in platea; tutti indossavano la mascherina correttamente, mantenevano il distanziamento e si igienizzavano le mani».

Gli spettacoli, quindi, sono gratuiti? In questo senso, come retribuite gli artisti e sostenete le spese necessarie? «Contrariamente alla tradizione di Croma 2000, che ha sempre fatto pagare gli spettacoli (giustamente a parer mio), quest’anno, in via eccezionale, ho deciso di offrire gratuitamente l’esperienza teatrale. Penso che il dono, nelle circostanze in cui ci troviamo, sia un gesto importantissimo da fare, qualora sia possibile. Grazie al residuo di un fondo di un bando vinto con Fondazione Comunitaria della provincia di Pavia, siamo riusciti a sostenere le spese necessarie e a retribuire gli artisti. Ci è stato fornito un grande aiuto anche dai Comuni che, pur non avendo dato un contributo in denaro, ci hanno dotati di spazi e volontari e si sono sempre accertati che tutto avvenisse in sicurezza. Ape Teatro è un progetto potentissimo, si sta pubblicizzando da solo grazie soprattutto al passaparola. Da parte nostra noi abbiamo fatto pochissima promozione – e quasi tutta sul web, per rispetto della situazione che moltissime realtà stanno vivendo».

Avete avuto anche turisti, fra il pubblico? «Abbiamo sempre fatto il tutto esaurito, e dei 150/200 posti disponibili, circa l’80% erano prenotati da turisti. Molti soggiornavano in Bed & Breakfast, agriturismi o affittavano case. Le parole più belle da sentire, cosa che è capitata spesso, sono state: “Non avevamo idea che l’Oltrepò Pavese fosse così bello, che ci fossero paesi tanto meravigliosi”. Lo stupore delle persone che hanno scoperto paesaggi mozzafiato a due passi da casa ci ha seguiti ad ogni spettacolo. Hanno riscoperto un modo di trascorrere le vacanze estive in maniera tranquilla, flemmatica, rilassata».

L’Oltrepò è stato il punto di partenza; avete intenzione di spostarvi in altre parti d’Italia? «Sì, da settembre saremo in Veneto e cominceremo a presentare il nostro progetto a Villa Tiepolo, Padova. A proposito di spostamenti, da febbraio saremo anche nelle scuole, per garantire a bambini e ragazzi di conoscere un vero e proprio teatro senza doversi spostare e salvaguardando la sicurezza di tutti. Il vantaggio delle dimensioni ridotte è anche questo: poterci sistemare comodamente anche all’interno di una palestra o del cortile di una scuola».

Qual è, secondo lei, il vostro maggiore punto di forza? «Probabilmente la particolarità e la poesia che la struttura stessa del nostro teatro porta con sé. La parola chiave è “stupore”. E poi l’umanità, l’umiltà di chi sale sul palcoscenico e di chi lavora all’organizzazione e all’allestimento. Il rapporto col pubblico è molto diretto, non ci sono filtri: le persone prendono in mano il telefono e con una chiamata parlano con la direzione artistica. Vogliamo trasmettere il senso di accoglienza che è tipico del nostro territorio».

Desidera ringraziare qualcuno che ha contribuito in particolar modo al successo di ApeTeatro? «Vorrei ringraziare tantissimo coloro che ci hanno seguiti, in particolare il pubblico, che ci ha premiati moltissimo e grazie al quale il progetto può vivere anche col solo passaparola; ringrazio anche i giornalisti che hanno parlato di noi e delle iniziative come le nostre che, a differenza dei grandi teatri, diventano capillari sul territorio; la visibilità che fortunatamente abbiamo avuto e stiamo ancora avendo ha creato diverse occasioni di lavoro. Non meno importante è stato il ruolo delle istituzioni che ci hanno sostenuto. Infine la gratitudine va anche in larga misura agli artisti, che si sono adattati a lavorare e a muoversi in uno spazio scenico così particolare, piccolo e, di conseguenza, difficile, senza però far calare mai la qualità delle loro performance».

di Cecilia Bardoni