OLTREPÒ PAVESE – VARZI – «DURANTE IL LOCKDOWN NOI FIORISTI PENALIZZATI”

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Proseguiamo il nostro viaggio attraverso le attività storiche riconosciute da Regione Lombardia. Restiamo a Varzi, da dove avevamo cominciato con la Crosina Impianti, ma ci rivolgiamo ad un settore completamente diverso: quello del floral design. In particolare ripercorriamo la storia dell’attività Fiori Obertelli – oggi in mano a Lorenzo e Piero Tornari, figlio e padre – iniziata più di sessant’anni fa grazie alla nonna.

Lorenzo, da chi è stata fondata Fiori Obertelli e quando? «La storia della nostra attività è un po’ particolare; infatti tutto ebbe inizio per mano di mia nonna, che vendeva fiori da ambulante sul trenino che ai tempi collegava Varzi e Voghera. Man mano aumentò la varietà di fiori disponibili e con essa anche la richiesta. Ciò permise a mia nonna di guadagnare abbastanza da aprire qui a Varzi, nel centro storico, il primo negozio; correva l’anno 1957. Dopo esserci spostati due volte sempre nel centro storico, intorno alla metà degli anni ’70 ci siamo trasferiti in Via Fortunato Repetti, dove potete trovarci ancora oggi».

Attualmente, chi lavora nella vostra attività? «In totale, siamo in quattro: io, mio papà, una nostra dipendente e mia nonna, che, nonostante alcune difficoltà fisiche, si rende operativa con molto piacere».

Qual è il vostro punto di forza, quella caratteristica che vi ha consentito di far sopravvivere così a lungo un’attività artigianale? «Il fatto che ci impegniamo ad esaudire le richieste del cliente a qualsiasi costo. Siccome abbiamo diversi fornitori sia dall’Olanda che dall’Italia, che mi permettono di velocizzare i tempi, facciamo di tutto per andare incontro al cliente: non c’è festività o weekend che tenga. Se qualcuno mi chiedesse, il giorno della Vigilia di Natale “Per domani mi servono assolutamente delle ortensie rosa”, per esempio, io, in 24 ore, gliele faccio arrivare».

Come è cambiato il lavoro oggi, rispetto agli anni che hanno visto l’attività nascere e svilupparsi? «Sicuramente, rispetto a quaranta, cinquant’anni fa, oggi il cliente presta più attenzione alla qualità, anziché alla quantità. Questo cambiamento è ovviamente legato alla maggiore reperibilità di diverse specie di fiori e alla differenza di disponibilità economica. Negli anni ’80, ad esempio, ad ogni funerale c’erano sempre quattro o cinque corone di fiori; al contrario, adesso si va a ricercare soprattutto quella sottigliezza estetica che prima non era così tanto importante».

La vostra clientela si estende anche al di  fuori dell’Oltrepò? «Sì, lavoriamo tanto anche per Val Tidone e Val Curone, Tortona, Alessandria e zone limitrofe».

Qual è la caratteristica fondamentale, secondo lei, che contraddistingue un fiorista di successo da uno mediocre? «Trovo che sia importantissima la formazione. Anche l’esperienza e la pratica non sono da meno: una volta conseguito il diploma in Floral Design, prima di fermarmi nell’attività di famiglia, ho lavorato presso altri fioristi a Voghera, a Santa Margherita Ligure, ho fatto un tirocinio e ho cercato di individuare quali fossero le nuove tendenze. Specialmente negli ultimi anni, mi accorgo che anche i clienti, a colpo d’occhio, riescono a distinguere un mio lavoro da quello di un mio concorrente che non ha alle spalle un percorso adeguato».

La vostra attività come ha vissuto il periodo di chiusura causata dall’emergenza Covid? «Certamente il fatto di non poter lavorare ha danneggiato noi come gli altri settori, tuttavia il fiore è un bene non necessario, su questo non ci piove; perciò non ho nulla in contrario alla scelta di chiudere, tra le altre attività, i negozi di fioristi. Quello che non è andato giù a me e ad altri colleghi è stato che la grande distribuzione, invece, poteva vendere fiori e piante aggregandoli alle categorie come mangimi per gli animali. Inoltre, i funerali sono stati bloccati dopo circa un mese di Covid, e noi siamo stati completamente fermi per due. Non abbiamo potuto fare altro che aspettare la ripartenza, ma il nostro settore ne è uscito estremamente penalizzato proprio per la concorrenza subita durante la chiusura. Per questo, a parer mio, è necessario l’intervento delle istituzioni – nel nostro caso il Comune di Varzi, oppure Confcommercio».

 di Cecilia Bardoni