OLTREPÒ PAVESE – VOGHERA – COVID-19 VISSUTO DAI GIOVANI: UN’INTERPRETAZIONE SBAGLIATA DELLE PAROLE “REGOLA” E “LIBERTÀ”

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Ormai ci stiamo tutti abituando alle regole da rispettare per prevenire il contagio da Covid-19. Tuttavia, molti adulti, ma in numero ancor maggiore i giovani – i principali frequentatori di locali notturni e discoteche da poco ripartiti, quasi mai osservano queste norme. Infatti non è raro vedere, soprattutto nelle zone di movida, gruppi di ragazzi e ragazze adolescenti o poco più grandi che girano per strada o si aggregano ad altre compagnie, senza indossare la mascherina né mantenere la distanza minima di un metro. Sappiamo bene quali sono le possibili conseguenze di questo comportamento; ma a cosa è dovuto? E perché è diffuso, con le dovute eccezioni, soprattutto tra i più giovani? Ne indaghiamo le cause con l’aiuto della dottoressa vogherese Giorgia Torselli, psicologa.

Secondo lei i giovani quanto hanno risentito, dal punto di vista psicologico, delle conseguenze del Covid? Credo abbastanza. Ogni persona, più o meno giovane che sia, ha risentito delle conseguenze psicologiche del Covid-19. Nessuno è esente tutt’oggi dalle ripercussioni, ma sicuramente a livelli ed intensità diverse. “Alla fine di questo periodo ne usciremo migliori” è stato uno dei tanti slogan che per mesi ha riempito le bacheche dei social; ora che la situazione sembra attenuata possiamo chiedercelo: siamo migliori? Credo però che la distanza fisica del lockdown ha sottolineato maggiormente una mancanza d’empatia che già c’era; la separazione ha fatto sì che fosse accentuata anche la separazione emotiva.

Voghera e l’Oltrepò, sebbene colpiti in maniera minore rispetto ad altre parti della Lombardia, non sono comunque stati esenti da morti, contagi e chiusure di attività. Crede che in zone più colpite i giovani si comportino più responsabilmente? O è un problema diffuso? Sicuramente il Covid-19 lascia cicatrici diverse, più o meno profonde a seconda di quanto questo evento ha colpito in maniera diretta la vita di ognuno di noi; ha diviso il tempo tra un prima e un dopo, una linea che ci fa continuamente confrontare la nostra vita prima del 9 marzo con quella attuale. Ma questa demarcazione è per lo più teorica, e va via via sfocandosi sempre di più, soprattutto tra i giovani, indipendentemente dalla regione di provenienza.

Secondo lei perché spesso ignorano il divieto di creare assembramenti e non indossano la mascherina? Sentono meno il pericolo di essere contagiati o di contagiare? Personalmente non credo che l’ignorare il divieto di creare assembramenti e il non indossare la mascherina siano legati alla sensazione di essere esenti dal contagio e dal contagiare. I dati dimostrano che la maggior parte dei contagi ha coinvolto persone adulte ed anziane, ma non la totalità dei casi appartiene a questa fascia di età, si sono infatti verificati anche casi tra i soggetti più giovani. Credo che il problema principale sia legato ad una interpretazione sbagliata dei significati delle parole “regola” e “libertà”, due concetti che molto spesso nell’ambito giovanile si trovano ai poli opposti: “le regole intralciano la mia libertà”. L’adolescenza in particolare è l’età dell’esperienza del limite, in cui ci si mette alla prova per vedere fino a dove si può arrivare. Le esperienze sono di trasgressione alle leggi, di cui si è consapevoli, ma si cerca comunque di superarle. Ogni persona è essenzialmente un essere libero e relazionale, e in quanto tale le regole diventano fondamentali per istituire legami. La propria libertà finisce quando si incontra la libertà di un altro essere umano. Si sa che bisogna allacciarsi la cintura alla guida, rispettare i limiti di velocità, non fumare in determinati ambienti, e, nel momento storico che stiamo vivendo, indossare la mascherina e rispettare il distanziamento sociale, due semplici regole che non comportano sacrifici, eppure sembra molto difficile farle rispettare.

Il problema può nascere da una mancanza di sensibilizzazione da parte delle istituzioni e/o degli adulti, oppure è causato da un disinteresse a priori? Dalla mia esperienza posso affermare che non c’è disinteresse da parte dei giovani, se alla base è presente un dialogo di qualità con loro. Sono pronti a parlare e a confrontarsi, se percepiscono di essere veramente ascoltati. Inoltre, fondamentale è l’esempio concreto, molto più importante ed incisivo di ogni insegnamento teorico ed asettico. Una regola sarà rispettata da un giovane, se alle spalle ha un adulto che rispetta lui stesso quella regola.

È ancora possibile migliorare la situazione e responsabilizzare i giovani, anche alla luce della seconda ondata di contagi prevista per l’autunno? Il cambiamento è sempre frutto di passaggi, in cui sono presenti diversi ingredienti: riflessione, fiducia, tempo, che devono non solo coinvolgere il singolo, ma l’intero gruppo di appartenenza per considerarlo un vero cambiamento. Mi verrebbe da dire che gli anziani hanno una memoria migliore rispetto ai giovani. I ragazzi, nel ciclone delle emozioni e dell’entusiasmo dovuti all’età, dimenticano rapidamente. Stonano abbastanza le fotografie delle discoteche piene, senza il rispetto del distanziamento sociale e dell’uso di mascherine, a confronto con quelle dei mezzi militari di Bergamo, che trasportavano le salme dei deceduti. Sono trascorsi poco più di 4 mesi tra questi due eventi, eppure sembrano appartenere a due epoche diverse. Quindi possiamo chiederci “a che cosa serve la memoria?”. La prima riposta che viene in mente è “serve per ricordare”, ma la funzione principale della memoria è legata al futuro. Il ricordo non serve a nulla se non in relazione al tempo futuro, e questo sarà davvero importante nel caso di una seconda ondata di contagi.