OLTREPÒ PAVESE – VOGHERA – «L’EMERGENZA COVID, STA LASCIANDO NELLA MENTE DEGLI ITALIANI UNA LUNGA SERIE DI CONSEGUENZE PSICOLOGICHE»

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Classe 1961, nel 1985 ottiene la Laurea in Medicina e Chirurgia presso l’Università degli Studi di Pavia, e nel 1989 la Specializzazione in Neuropsichiatria Infantile presso la Scuola di Specializzazione dell’Università degli Studi di Pavia. Dopo aver lavorato presso la USSL di Romano di Lombardia (BG), nel 1991 lavora presso l’Ospedale Psichiatrico di Voghera fino al dicembre 1998. Successivamente svolge attività ambulatoriale presso il CPS di Voghera, attività di consulenza in Neuropsichiatria Infantile per la segnalazione e l’inserimento scolastico dei minori portatori di handicap, attività presso la Comunità Protetta di Mornico Losana. Dal gennaio 2006 lavora presso SPDC di Voghera (reparto per acuti). Per meglio comprendere le varianti psicologiche del tanto recentemente discusso, e vissuto, “Lockdown”, abbiamo incontrato la Dott.ssa Laura Piaggi.

Dottoressa Piaggi, all’improvviso, praticamente, dalla fine di Febbraio scorso, il mondo si è ritrovato “chiuso in casa”, con le mille difficoltà e desuetudini che ciò ha comportato. Volevo con Lei analizzare, in forma generale ed estesa, le possibili problematiche, le  difficoltà della natura umana, in tal senso. Iniziamo con un quadro generale? Cosa ha “visto”/avvertito succedere, nella popolazione? «Il distanziamento sociale, l’isolamento in casa, la paura del contagio, la perdita del lavoro, i numeri dei morti che continuano a crescere: l’emergenza COVID in generale, sta lasciando nella mente degli italiani una lunga serie di conseguenze psicologiche con impatto sulla sintomatologia depressiva, ansiosa, ossessivo-compulsiva e post-traumatica. Non va inoltre sottovalutato il rischio di problemi legati ai disturbi alimentari: il rischio in questo periodo è quello di badare più alla quantità del cibo, che alla qualità. Si è assistito ad un cambio di stile di vita nel quotidiano che ci costringe a resettare i nostri comportamenti: per anni la società moderna ci ha chiesto di fare sempre più cose, generando uno stress da prestazione; ora ci è stato chiesto di “fermarci”, di stare a casa, di NON fare cose… e questo ci ha costretto a rivedere il nostro rapporto con la paura e con il concetto di noia. Una quota di paura è anche in parte “funzionale” ed ha permesso di creare attivazione e maggiore attenzione, per esempio, al rispetto dei protocolli di igiene, come lavarsi le mani ed indossare i dispositivi di protezione individuale. D’altro lato, però, ha acuito i problemi per le persone con maggiori difficoltà a gestire l’ansia. Sono poi stati “sospesi” tutti i gesti che per cultura compiamo nella socializzazione: darsi la mano, abbracciarsi, toccarsi. E molti dei canali di comunicazione che utilizziamo da sempre devono essere modificati. Nei giorni successivi alla fine dell’isolamento, c’è stata una recrudescenza di disturbi acuti da stress, maggiore propensione a vivere stati d’ansia, disturbi del sonno, disturbi dell’umore, depressione, irritabilità con un vissuto di forte esposizione a quei fattori esterni che sono fonte di stress: la paura di essersi contagiati (e anche quella di poter contagiare gli altri, in particolare i famigliari), la noia, la frustrazione, il timore di essere privi di beni necessari, il timore di mostrare difficoltà psicologiche una volta finita la quarantena, il timore delle perdite economiche».

Diamo un tratto generale a come 3 categorie hanno vissuto questo Grande Blocco della vita: i genitori, i figli ed i nonni… «Le fasce di popolazione più a rischio sono considerate gli anziani, i cittadini con malattie croniche e le persone che già soffrono di disturbi mentali anche lievi, persone con disabilità e bambini e ragazzi con patologie neuromotorie. è ancora presto per valutare l’impatto psicologici (e fisico) che il periodo di quarantena ha potuto avere sui bambini costretti a restare in casa, lontani dalla scuola, dalle attività sportive e dalle relazioni con i coetanei. In generale, i genitori hanno riportato aumento dell’irritabilità e problematiche comportamentali, con il ritorno a comportamenti che con la crescita avevano superato:  richiesta di attenzioni e coccole, rinnovato attaccamento alla madre (con ansia da separazione), rifiuto di mangiare alcuni alimenti. I preadolescenti e gli adolescenti, nonostante l’isolamento e l’impossibilità ad incontrare gli amici, hanno potuto mantenere contatti con l’esterno attraverso la connessione al web. Inoltre hanno, in media, una capacità di guardare oltre le difficoltà maggiore di quella degli adulti ed una capacità di riprendersi dalle situazioni difficili più in fretta, per cui si può ragionevolmente pensare che con un ritorno alle attività ed alla vita di relazione dovrebbero avere le risorse per superare i disagi. I ragazzi che hanno sofferto di più per l’isolamento sono quelli nelle cui famiglie, per motivi correlati o meno all’epidemia, c’erano situazioni problematiche (ma anche disagio economico causato da licenziamenti o dalla cassa integrazione, lutti legati al COVID-19, conflittualità o violenze domestiche). Le persone maggiormente vulnerabili sotto il profilo psicologico sono invece quelle in età avanzata, sia perchè l’essere anziano è un fattore di maggiore esposizione in sé, sia per la presenza frequente di patologie concomitanti, sia per lo stato di fragilità psicofisica in cui realmente ci si sente in età avanzata; l’acceso limitato ad internet o agli smartphone, il confinamento a domicilio, la restrizione all’uso di mezzi, lo sconvolgimento delle abitudini che normalmente scandiscono la loro giornata, le difficoltà ad incontrare figli e nipoti, la perdita di coetanei per  l’alto tasso di mortalità da COVID ha causato sintomatologia ansiosa e/o depressiva o ha peggiorato problemi già in atto. Può esserci inoltre un peggioramento dei disturbi cognitivi. Per quanto riguarda I genitori, le reazioni sono molto variabili a seconda delle condizioni socio-economiche, il livello di istruzione, la presenza o meno di difficoltà in famiglia relative alla gestione di figli o anziani».

Con quanta facilità e/o difficoltà gli adulti si sono adeguati a ciò che è stato a mo’ di slogan definito “Smart Working”, che tanto Smart a mio parere non è stato… piuttosto, “Isolated Working”? «Gli svantaggi dello Smart Working sono relativi al rischio di sovra-lavorare e di lavorare più a lungo dell’orario previsto: in assenza di impegni improrogabili e definiti nel tempo, in assenza di un confine netto tra lavoro e casa, il lavoro assorbe molto tempo  sottraendolo alla quota di tempo libero. In sostanza, si rischia di passare al lavoro molto più tempo delle 8 ore prevista per la maggio parte dei contratti lavorativi e di impegnare anche le sere e il weekend. La tecnologia irrompe ormai a qualsiasi ora nella vita degli individui, impedendo di vivere gli spazi affettivi, sociali e di riposo che sono invece fondamentali. In alcuni ambiti lavorativi poi si risente dell’assenza del contatto fisico tra colleghi e la mancanza del rapporto con chi sta alla scrivania accanto, cui si chiede un’informazione al volo o con cui si condividono sentimenti e confidenze. Manca la possibilità di condivisione di una criticità, mancano i discorsi formali ed informali tra colleghi compreso il ritrovo alla macchinetta del caffè ed altri momenti di confronto (in certi casi anche l’affrontare un aspetto conflittuale), il mancato accesso a rapporti che rafforzano anche lo spirito di appartenenza ad un’azienda e concorrono ad aumentare la produttività. L’essere umano è un animale sociale ed a fare le spese dell’isolamento potrebbero essere le fasce più deboli della popolazione, da sempre a maggior rischio di isolamento e segregazione. Le donne sono inoltre maggiormente esposte al rischio di un sovraccarico di stress (stando a casa si sentono in dovere di occuparsi dei figli e delle faccende domestiche ad esempio tra una mail e l’altra). Il rischio della solitudine sociale e professionale, nel caso di vissuti negativi, può sfociare in “burnout“, cioè una serie di sintomi di stress cronico per cui la situazione lavorativa è ritenuta logorante e stressante. Un altro problema nella nostra cultura è la attuale bassa concezione sociale dello Smart Working, sia in famiglia sia nell’azienda: il lavoro a distanza viene talvolta visto come “di serie B” con la conseguenza che le richieste familiari aumentano (la tentazione soprattutto per le donne di sbrigare faccende tra una mail e l’altra con il rischio di una mancata concentrazione e aumento dello stress), con la fatica derivante dall’accudimento dei figli durante l’orario di lavoro. Tale concezione può essere presente anche nell’azienda dove colleghi e superiori vedano il lavoro da casa come una “vacanza”, con conseguenti sentimenti di invidia ed iniquità. Tra gli effetti positivi dello s.w. organizzato bene c’è la possibilità di trascorrere più tempo coi propri cari, di dedicarsi ad una preparazione di cibo più sano, di ricavare tempo per l’esercizio fisico. Quando si lavora a casa da soli, per evitare il rischio di lasciarsi un po’ andare e prendere brutte abitudini, come ad esempio alzarsi tardi o lavorare in pigiama, bisognerebbe quanto meno darsi delle regole fisse».

Quanto ha riavvicinato, o “allontanato”, i figli ai genitori, la “vita in famiglia”, questa lunga pausa? «Molti genitori non erano abituati ad avere ore ed ore di convivenza coi pargoli… questo dipende da molti fattori: le condizioni socio-economiche, il grado di istruzione, la presenza o meno di problematiche psichiche o fisiche nell’ambito familiare ed anche dagli spazi di condivisione della vita durante il lockdown. In condizioni di bassa criticità, le restrizioni legate alla pandemia hanno rafforzato e migliorato, nella stragrande maggioranza dei casi, le relazioni di coppia e il rapporto tra genitori e figli anche per il sentimento comune di dover farsi forza insieme per “combattere il nemico”. Sono migliorate la comunicazione ed il dialogo, la collaborazione domestica, e le famiglie sono uscite rafforzate nei propri legami con la prole pur avendo vissuto momenti di alto stress. Quando invece si parla di famiglie problematiche e conflittuali,  il quadro cambia drasticamente».

Qualcuno scrisse sui social networks “quando tutto sarà passato, ci ritroveremo migliori di prima”: è avvenuto ciò, a suo parere? «Questo periodo di radicale cambiamento dello stile di vita quotidiano ha dato l’opportunità di ripensare ai valori “che contano”, ai rapporti con le persone care, alle nostre passioni, alla cura del cibo, allo sforzo per creare condizioni per una migliore qualità della vita. Di fatto il cambiamento, quello vero, è un percorso e non una condizione in cui magicamente ci si ritrova dopo una situazione di alto stress… chi non ha strumenti o non è interessato difficilmente avrà accesso ad un miglioramento vero».

Quali potrebbero essere ulteriori problematiche subentranti, in caso di un nuovo Lockdown? «I periodi di quarantena possono avere effetti psicologici profondi e duraturi, soprattutto sulle fasce della popolazione più deboli. Secondo i ricercatori, è possibile rendere i periodi di isolamento “più tollerabili per il maggior numero di persone possibile” seguendo una serie di accorgimenti:  in ambito domestico, strutturare la giornata, dividere i tempi e gli spazi in base a schemi e ritmi, rassicurando in particolare i bambini e sostenendo i membri deboli. Per chi lavora a casa, definire spazi e tempi. Dovremmo aspettarci, se dovesse avvenire una seconda emergenza, una gestione istituzionale rafforzata: un governo in grado di spiegare con chiarezza che cosa sta succedendo, garantendo una comunicazione istituzionale trasparente e rinforzando il senso di altruismo nella cittadinanza anche attraverso il potenziamento di attività di supporto istituzionali affiancate magari al volontariato. Sarebbe inoltre auspicabile che a livello mediatico i cittadini non vengano travolti solo con le notizie angoscianti, dando anche enfasi alle buone notizie: per esempio, i casi di persone guarite dopo aver contratto il nuovo coronavirus o la comunicazione di terapie che contrastano l’aggravarsi dei quadri di contagio; una buona comunicazione deve essere in grado di trasmettere l’effettiva realtà del problema in corso senza allarmare, ma senza sottovalutare. Inoltre, un altro elemento molto importante, che ha un impatto significativo sulla dimensione psicologica dei cittadini, è quello di garantire con facilità l’accesso a beni primari, come quelli alimentari, al servizio sanitario e alle consulenze di supporto psicologico. E’ una carta che un governo lungimirante deve giocare. Studi condotti su precedenti condizioni traumatiche che abbiano implicato periodi di isolamento hanno osservato come il confinamento sia un fattore predittivo di mortalità alla pari di fumo, obesità, pressione arteriosa elevata e colesterolo alto. Un rischio invece da non sottovalutare nel futuro prossimo è che passata questa crisi potremmo trovarci molti casi di burnout tra il personale sanitario che era in prima linea nel contrastare l’emergenza coronavirus con grosse difficoltà a gestire gli aspetti sanitari. Un approccio multidisciplinare che possa prevedere il coinvolgimento di più figure, quale medico di famiglia, medico del lavoro, psicologo e, nei casi più gravi, dello psichiatra potrebbe rappresentare un buon approccio».

di Lele Baiardi