OLTREPÒ PAVESE – VOGHERA «MI SONO INVENTATA UN PUNTO DI RICAMO CHE NON ESISTEVA»

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Jurema.

L’Oltrepò Pavese è una terra ricca di talento. Imprenditoriale, artigianale, commerciale, sanitario, politico ed artistico. Spero di non aver dimenticato nessuna specifica. Donne e uomini del nostro territorio hanno, da sempre, su vari livelli conquistato spazi importanti grazie alle proprie peculiarità professionali. Alcuni issandosi addirittura alle massime altezze possibili (il primo nome che mi sovviene è Valentino, Re della moda), altri facendosi ben conoscere internazionalmente. Altri ancora, poi, sviluppando un eden felice ospitante la propria nicchia di appassionati. è il caso di questa dolce amica, bella, elegante e charmant, che si è sempre occupata d’arte in senso completo e compiuto. Da alcuni anni produce accessori per la casa davvero unici per creatività, intuizione, ricerca, gusto ed estetica. Abbiamo incontrato Maria Jurema Balma.

Vorrei iniziare dal nome. Dal suo bellissimo nome, particolare e raro. Che origini ha? «Il mio nome è effettivamente raro in Italia, ed ha origini indios brasiliane. In botanica corrisponde ad un tipo di mimosa che si trova solo in Brasile. Ha fiori bianchi profumatissimi e, presso le tribù indios, ancora oggi vige un “Rito della Jurema”: il capo-tribù prepara una pozione, della quale tutti si servono, che pare abbia effetti addirittura allucinogeni! Jurema era il nome della mia nonna materna, nata appunto in Brasile perché i miei bisnonni, originari di Casteggio ove il nonno di mia madre era medico ed era stato anche Primo Cittadino, con grande desiderio d’avventura avevano, ad un certo punto della loro esistenza, deciso di andare a “vedere” questo nuovo villaggio appena fondato, parliamo di quasi fine 1800, nello stato di Santa Catarina, a Sud del Brasile. Urussanga, il nome dell’allora neo-nato insediamento cittadino, si trova esattamente a metà strada tra Florianopolis e Porto Alegre. I miei bisnonni furono l’unica famiglia italiana che non fosse veneta! E per ironia della sorte, avendo i veneti esportato là i vitigni e la cultura del vino, tra le fila di vigneti e la conformazione territoriale autoctona Urussanga si presenta come una cittadina Oltrepadana! Pensi che l’adiacente paese ad ovest si chiama Treviso!»

Lei porta anche il nome Maria «Come molte donne della mia famiglia, ma loro come secondo nome. A me è stato apposto prima per potermi battezzare con il nome Jurema, nel 1959, quando nacqui, non ammesso in Italia in quanto chiaramente straniero».

Affascinante storia ed avvincenti trascorsi familiari! Questa magia che si respira nei suoi racconti ha qualcosa a che fare con il suo innamoramento giovanile per l’arte, a suo parere? «Tutta la mia famiglia, specialmente il ramo materno, ha sempre avuto grande passione per la materia, devo dirle. Io ho avvertito l’imperante desiderio di studiare arte sin da adolescente, decidendo in grande serenità, pur di poter frequentare il Liceo Artistico a Milano, di trasferirmi in vita collegiale presso l’Istituto delle Suore Orsoline in Via Lanzone».

Ha trascorso i cinque anni di Scuola Superiore in collegio a Milano? Non è stato, come dire… antitetico alla sua energica, spontanea umanità? «Tutt’altro! La congregazione che gestiva l’Istituto era, mi passi la formula, “molto avanti” nei tempi! Ho ricordi bellissimi! Mi sono divertita tantissimo studiando in una Scuola davvero d’eccellenza, scuola che era composta da materna, elementari, medie, Liceo Artistico e Liceo Classico! Le faccio un esempio della quotidianità (sorride): di mattina venivamo svegliate con musica diffusa da un grammofono, ma erano brani di Lucio Battisti! Erano modernissime! E pensi che, dato che eravamo tutte adolescenti che iniziavamo a prender atto della nostra femminilità, per evitare di vederci truccate con make-up da maschere carnevalesche, ci avevano prima portato a visitare lo stabilimento di Helena Rubinstein alle porte della Città per poi invitare alcuni visagisti dell’Azienda in collegio per insegnarci come eseguire un trucco adeguato!».

Ci ha appena regalato una fotografia, ritengo personalmente, diametralmente opposta alla comune credenza nei confronti dei collegi religiosi. Ed una volta diplomata al Liceo, come sono proseguiti i suoi studi? «Senza bisogno d’esame d’ammissione, solo con il Diploma del Liceo Artistico, sono passata all’Accademia di Brera. Ho fatto scenografia, la mia grande passione. Erano anni fortunati, di grande fermento artistico e passione smodata tra noi studenti. Per darle l’idea, l’unica “sospensione” dell’Accademia fu in occasione della chiusura della aule per il rapimento Moro. Ed ho avuto fior di professori! Il grande scultore Andrea Cascella, di infinita discendenza artistica familiare, era il direttore accademico, in alternanza con l’altrettanto strepitoso pittore Domenico Purificato, e come professore di Storia dell’Arte ho avuto lo scrittore Raffele De Grada, figlio dell’omonimo pittore, che si è spento 94enne nel 2010 dopo aver ricoperto importantissimi incarichi, tra i quali il ruolo di consigliere al Teatro alla Scala e membro della commissione artistica della Biennale di Venezia! Le confido che il professor Da Grada era talmente comunista (ride) che a tutti i suoi studenti aveva fatto acquistare Il Capitale di Karl Marx!».

Un parterre di nomi strepitosi che certamente le hanno consentito un accesso al suo mondo professionale con un grandissimo bagaglio culturale! Professione che però da subito si è indirizzata all’arredo, vero? «Sì. Io sapevo già all’accesso in Brera che non avrei sviluppato il mio lavoro nel teatro, o nel cinema, bensì nell’arredo. Scenografia ti dà, all’interno proprio del bagaglio culturale, strumenti estremamente utili da applicare all’arredamento. Mi sono infatti trovata benissimo nelle successive consulenze per show-room appunto d’arredamento, nell’allestimento degli spazi! I miei primi tre anni d’attività sono stati all’interno dello spazio Driade in Via Fatebenefratelli angolo Corso di Porta Nuova, la boutique d’arredo più prestigiosa per antonomasia. Ho vissuto gli anni più belli del design! Ad esempio, la nascita del fenomeno Philippe Starck, personalmente lì conosciuto, e poi Nanda Vigo, Paolo Deganello, e molti altri ancora. Dopo questi tre anni, feci una meravigliosa esperienza presso La Compagnia dei Giardini in Via San Maurilio, sempre a Milano: la show-room  più innovatrice d’Italia nel settore degli arredi da giardino. Entrai in un mondo magico! La società AG&P, proprietaria della struttura, fu pioniera negli arredi inglesi in Italia. Super arredi con gusto al top! Ho partecipato a manifestazioni incredibili, ritrovandomi ad avere clienti abituali del Jet-Set come Marella Agnelli e Maurizio Gucci».

Quando poi arriva a decidere di fare il salto nell’imprenditoria, di lasciare le consulenze ed aprire la sua attività? «Circa 15 anni or sono. Il sistema-arredo era completamente cambiato, trasformandosi in grandi gruppi ove i Main Investors non c’entravano nulla con l’apparato artistico-creativo. Le produzioni manifatturiere iniziavano a trasferirsi all’estero per questioni di costi primari di produzione, ed i risultati spesso non mi convincevano più. Insomma… una serie di fattori ai miei occhi non positivi mi hanno spinta ad investire non su di un’impresa, bensì un hobby! Per necessità di avere una nappa per la chiave di un cassettone (sorride)».

Come? Può spiegarmi questo passaggio? «Certamente. Dal giorno che mi sono creata quella famosa nappa che mi serviva… ho iniziato a produrre piccoli accessori per la casa e la persona».

Da lì ha creato una linea d’accessori? «Esattamente! Dedicandola al mio primo adorato fox terrier, che si chiamava Dream, la chiamo “Little Dream by Jurema Balma”. Ed inizio a produrre piccoli accessori fatti a mano, da me stessa. Inizio a lavorare da sola, partendo da diversi tipi di nappe e fiocchi per la chiavi dei mobili. Può vedere le mie creazioni sulla mia Pagina Facebook “Jurema Balma”, che è ora il nome della Linea».

Quindi non più “Little Dream by…”? «No. Ora esco come Griffe, con il mio nome. E tutto quello che vedrà sulla Pagina Facebook è tutto realizzato a mano da me. Propongo piccoli oggetti ma che in casa si fanno molto notare! Utilizzo materiali poveri come corde, qualsiasi tipo di cordame con varie sezioni di grandezza, oppure iuta, creando prima la forma per poi accostare decorazioni: perline di murano, di vetro, piccoli swarovski, coralli, conchiglie. Normalmente realizzo tre diverse misure, in grandezza. Così, ad esempio, la nappa grande può diventare un embrasse per tende. Il tutto partendo da zero: intrecciando, cucendo, rifinendo… mi diverto molto. è il mio hobby passionale!».

Ma è anche un impegnativo lavoro di precisione! Estrema precisione e dedizione! «Certo che sì! Guardi, quando vedo una dicitura “fatto a mano” apposta su di un oggetto cucito a macchina, provo vero fastidio! Io realizzo tutto davvero a mano, da sola, dalla base alla realizzazione finale! E mi riscalda il cuore l’idea di creare oggetti senza tempo, che niente e nessuno lega ad un genere stilistico: può inserire le mie creazioni nell’antico come nel modernissimo! Calibrando, ovviamente la giusta dose con gusto. Con il mio background accademico, io antepongo sempre prima, davanti a tutto, l’estetica: mai esagerare, non appesantire, ma sempre usare il gusto, essere leggeri. Ad esempio, per le porte di casa… ogni porta può avere un colore».

Mi sta molto incuriosendo. Andrò certamente a consultare la sua Pagina Facebook. Produce anche altri complementi? «Sempre per la casa, negli anni, mi è esplosa questa passione per un tessuto francese che trovo strepitoso, elegantissimo: la Toile de Jouy. Ottimo cotone, nasce in una fabbrica fondata nel 1760 dal tedesco Christophe Philippe Oberkampf in un paese che si chiama Jouy-en-Josas, nel dipartimento degli Yvelines, regione dell’Île-de-France poco a sud di Versailles. Generalmente monocromatico di base con donnine o temi orientali intessuti in contrasto di colore, quando arriva tra le mie mani io inizio a ricamarlo! Con ago e filo, e tutta la gamma possibile di colori, però… inventandomi un punto di ricamo: come usassi un pennello per dipingere! Ovviamente mettendo il colore solo ove lo richiede il mio “occhio scenografo”, il mio senso estetico. Magari ripassando, ribattendo a ricamo alcune parti per evidenziarle… e doppiando il retro per non lasciar “fili in libertà”! Tramite nastri di Gros Grain, questi quadri possono vestire i normali cuscini: li ho definiti infatti “Abiti per Cuscini”. E consiglio sempre di vestire cuscini non bianchi, ma fantasia, per raggiungere la massima resa di bellezza e di sofisticatezza. Diventano in realtà micro-scenografie!».

E poi realizza accessori per la persona, vero? «Produco bracciali, braccialetti, collane e cinture. Sempre nello stesso stile, diciamo. Ed ho inserito anche una produzione su ordinazione che riguarda gli eventi: bomboniere, porta-bouquet con intrecci in organza, che è una tradizione riscoperta dal passato, i lega-tovaglioli per la tavola degli sposi e… “vesto” anche i confetti! Cucendoli nel tulle!».

di Lele Baiardi

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