Home Primo Piano RIVANAZZANO TERME – VILLA MEZZACANE, «RIPORTARE QUESTO POSTO ALL’ANTICO SPLENDORE»

RIVANAZZANO TERME – VILLA MEZZACANE, «RIPORTARE QUESTO POSTO ALL’ANTICO SPLENDORE»

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Più che un vino, un prodotto culturale dalla tradizione antichissima. Più che un’azienda vitivinicola, il sogno di un gruppo di imprenditori visionari, pronti a scommettere su una filosofia che viene da lontano, e su tecnica enologica ancora in uso solo nella lontana Georgia. Sono in vendita da questo mese le etichette della Cantina Mezzacane di Rivanazzano Terme, il cui prezioso contenuto è ottenuto da uno speciale processo di vinificazione in anfora. A raccontarci la scelta fatta dall’azienda è Caterina Vistarini, giovane responsabile di un’impresa coraggiosa decisa a distinguersi nel ricco panorama delle cantine oltrepadane.

Caterina, cominciamo con le presentazioni. Sei giovanissima e già sei responsabile di una realtà imprenditoriale, per quanto agli inizi. Raccontaci di te. «Ho ventitrè anni, e mi sono laureata in Bicocca l’anno scorso dopo tre anni di Scienze dell’Organizzazione. Si tratta di un corso del dipartimento di sociologia e quindi in realtà aveva poco a che fare con tutto l’ambito vitivinicolo, ma il mio interesse per questo mondo è iniziato prima degli studi, da ciò che negli anni mi ha trasmesso mio papà Andrea. Tutto il progetto (di cui poi parleremo) è nato di fatto dalla passione fortissima che ha nei confronti del vino, e quando ha cominciato a lavorarci per me è stato naturale prendervi parte: anzi, ho pensato che si trattava di un’opportunità eccezionale da cogliere al volo, e così ho fatto. Poi attorno a me ho mia mamma (Loretta Rizzotti) e il mio compagno (Gilberto Neirotti) che entrambi hanno fatto Masterchef, e l’idea con cui siamo partiti era anche quella di trovare un modo per intrecciare tutte le nostre passioni»

Prima di parlare del vostro vino parliamo della cantina. Il nome non è nuovo, e nemmeno la struttura. «No, tutt’altro. Entrambi hanno una storia il cui inizio risale ai primi anni del Novecento, quando alla fine di quel maestoso viale alberato che esiste ancora oggi il Cavaliere rivanazzanese Vincenzo Mezzacane fondò l’azienda agricola omonima. Cavaliere del Lavoro, di professione costruttore (era quello che edificò, per intenderci, il tribunale di Milano e la stazione Termini di Roma) qui diede vita a un’azienda all’avanguardia per l’epoca, dove tra scenografici pergolati e lussureggianti giardini all’italiana si coltivavano campi e si allevavano vacche varzesi. Oggi la proprietà non comprende più i campi intorno, ma è formata dalla cantina e da quello che presto diventerà un agriturismo con bed and breakfast. Stiamo ancora ristrutturando, e l’idea è quella di riportare questo posto all’antico splendore».

Una bella impresa da compiere da soli. «Decisamente sì, infatti siamo in tanti. Il vecchio cascinale è stato rilevato un paio di anni fa da mio padre, Andrea Vistarini, insieme ad altri sette imprenditori del mondo dell’auto. Insieme hanno deciso di dedicarsi a una passione che hanno in comune, affiancandola alla loro attività lavorativa . Il primo passo è stato l’acquisto di quattro ettari di vigne appartenenti all’azienda Litubium, sulle colline di Retorbido. Solo in un secondo momento, quando hanno cominciato a cercare un luogo che potesse ospitare la cantina, si sono imbattuti in questo pezzo di storia dimenticato. Se ne sono innamorati ed è cominciata l’avventura».

Ed ecco quindi che arriviamo alle scelte imprenditoriali che avete fatto. Avete deciso di affidarvi a un enologo sui generis e di puntare sull’unicità. «Esatto, l’idea è quella di percorrere una strada che sia solo nostra, nonostante i rischi. Ci siamo quindi affidati all’esperienza di Eugenio Barbieri (quello del “Podere Il Santo”) e lo abbiamo coinvolto nel progetto. Lo conoscevamo già da tanto tempo e sapevamo che era la persona giusta per noi, perché avrebbe condiviso la nostra filosofia. Volevamo produrre un vino etico, emozionale, unico nel suo genere. Quando Eugenio ci ha proposto la vinificazione in anfora, mio padre non ha esitato un attimo: ha comprato due biglietti aerei per la Georgia e ci sono andati insieme. Hanno assaggiato, osservato, imparato da chi utilizza questo metodo da millenni. Insieme hanno deciso di tentare questa strana via, e insieme si sono emozionati il giorno in cui hanno visto arrivare il tir con le nostre sei gigantesche anfore».

La vinificazione in anfora è molto antica: un tempo praticata in tutto il bacino del Mediterraneo, è stata riscoperto una ventina d’anni fa dall’enologo Josko Gravner dopo un viaggio in Georgia. Utilizzate lo stesso metodo ancora in uso tra i georgiani? «Non proprio, interpretiamo la vinificazione in anfora a modo nostro, utilizzando una lunga esperienza con le fermentazioni e le macerazioni a cappello sommerso. Usiamo canne di bambù, per confinare le bucce delle uve al di sotto del pelo libero del vino, le manteniamo immerse ma separate dal liquido, per spostare il più in là possibile il momento della loro separazione definitiva. È un piccolo tradimento della tradizione georgiana. Lo sappiamo, ma tradimento e tradizione hanno etimo comune, proprio perché la tradizione cambia e si rigenera, nel tempo, attraverso tanti piccoli tradimenti che noi siamo abituati a chiamare cambiamenti».

Ciò cosa produce nel vino? «La verità è che non sappiamo esattamente ciò che le anfore daranno ai nostri vini. Fa parte del loro mistero. Ci basta sapere ciò che danno a noi e siamo certi che, a nostra volta, noi lo restituiremo ai nostri vini. D’altronde per migliaia di anni, prima che la scienza soppiantasse il mito, prima che i protocolli sostituissero i rituali, l’uomo ha sotterrato oggetti, affidandoli, speranzoso, alle benefiche forze telluriche, capaci di rinnovare e trasmettere energia vitale a tali oggetti. Questa pratica atavica ci ha spinto ad interrare le anfore in terracotta e ad affidare a loro la cura dei nostri vini. Il luogo in cui sono allineate è divenuto la nostra sala di aspetto. Qui, attendiamo fiduciosi i nostri vini prima di condividerli con voi: saranno gli stessi consumatori a dirci, assaggiandoli, quali siano le differenze tra lo steso vino prodotto sia in botte che in anfora. Saranno loro stessi a testare i diversi gusti, e a rimanere affascinati dal modo in cui un vitigno bistrattato come il Cortese, oppure uno inflazionato come il Barbera, possano assumere un gusto del tutto inedito. A riprova che non è tanto l’uva a fare il buon vino, ma piuttosto il tempo. E, ovviamente, la mano saggia di chi lo lavora».

Di cosa sono fatte queste anfore? E come sono arrivate qui? «Alte più di due metri, le anfore georgiane sono fatte di terracotta e contengono tra i 1400 e i 2000 litri l’una. Rivestite internamente di cera d’api, sono state interrate direttamente nel pavimento della cantina dopo un viaggio lungo e pericoloso. Pericoloso perchè nonostante siano tanto grandi sono anche molto fragili, e spesso e volentieri si rompono nel tragitto. Per questo le nostre hanno fatto tappa in Croazia: lì c’è un artigiano che ripara e imballa quelle che sopravvivono alla prima fase del viaggio»

Tutto ciò non sarà molto affascinante ma commercialmente poco appetibile? «Noi non vogliamo piacere per forza a tutti e non puntiamo a raggiungere nessuno standard riconosciuto. Anzi, riteniamo che siano stati proprio gli standard ad appiattire il mercato enologico, motivo per cui cerchiamo di raggiungere risultati originali con un approccio alternativo. Non ci spaventano i tempi lunghi di macerazione e non abbiamo paura di sperimentare, ma soprattutto consideriamo il vino come un prodotto culturale prima che commerciale, frutto del lavoro dell’uomo e della sua esperienza».

di Serena Simula