SALICE TERME – «NON CREDO CHE TRASFORMERÒ UNA FANTASTICA DISCOTECA IN UN LOUNGE-BAR RAFFAZZONATO PER L’ANSIA DI FAR QUALCOSA»

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Classe 1984, consegue la Maturità Classica a Voghera. Durante gli ultimi due anni delle scuole superiori si diverte ad aiutare gli organizzatori delle feste studentesche e, parallelamente, gioca a tennis con buoni risultati agonistici… senza immaginare che da lì a poco entrambe le passioni diventeranno due professioni. Allora ventenne, grazie ad un rocambolesca concatenazione di eventi inizia a formarsi nell’ambito dell’insegnamento sportivo: prima al Tennis Club di Bressana Bottarone, ove aiuta il Maestro del Circolo, poi approfondendo la materia tra Verona e Milano, frequentando lezioni ed ottenendo la Qualifica Federale. Questo “mestiere” lo impegnerà per undici anni tra i Club di Tortona e, sopratutto, Sale. Parallelamente, in quegli stessi anni, si cimenta, nei locali di famiglia, come cameriere, barista e/o dj, per poi affacciarsi all’organizzazione dell’intrattenimento serale: dapprima sotto forma di eventi occasionali, che via-via si sono trasformati in routine o in vere e proprie attività stagionali. Spazia tra diversi locali, quali LeoBardo, Foresta, Club House, Golf, Buca, Sporting… provando collaborazioni con gestioni diverse e variando molto sia il team di lavoro che il comparto soci. Con tempo ed esperienza, abbandona l’insegnamento del tennis per concentrarsi, senza attenuanti, al lavoro di famiglia. Abbiamo incontrato Leo Santinoli.

Da che data i suoi locali sono chiusi? Ha già dovuto sostenere spese di ordinaria amministrazione, strutturali, gestionali e fiscali in questo lasso di tempo?

«La chiusura è avvenuta Sabato 22 febbraio scorso: si tennero le ultime due serate al Club House ed allo Sporting. Furono due feste eloquenti: nel giro di 24 ore, dopo un ottimo venerdì, si erano completamente persi i presupposti necessari all’intrattenimento. L’angoscia aleggiava, e questo mi fece propendere il giorno successivo per la chiusura immediata. Qualche giorno dopo il Presidente del Consiglio, con il suo D.p.c.m., rese obbligatorio ciò che era presso le mie strutture era già in essere. I costi, ad eccezione di alcune forniture che sono state stornate per il reso merce e di quelli inerenti al personale in cassa integrazione, non ancora accredita, sono rimasti preoccupantemente invariati. La speranza è avere quanto prima lumi dall’alto su come procedere, perché in questa fase, oltre alla preoccupazione per la crisi sanitaria che ovviamente ha precedenza su tutto, inizia ad aleggiare il timore di non riuscire a garantire nel medio termine la sopravvivenza delle aziende».

La vostra Associazione come si sta muovendo all’interno dell’emergenza?

«Nella prima fase la situazione sanitaria era talmente grave che l’ambito lavorativo è passato in secondo piano. “Asso Intrattenimento”, la nostra associazione, dapprima ha annoverato le criticità dei gestori sparsi sul territorio Nazionale filtrando le informazioni tramite noi delegati di zona, ed in seconda battuta, dopo lunghe riunioni in webcam tra gli associati e gli studi professionali che con noi collaborano, abbiamo riassunto in un protocollo le informazioni che sarebbero dovute servire alla “Task Force” Colao per comprendere le particolarità del nostro settore. La fase attuale è quella di attesa: attesa di un interlocuzione con chi dovrebbe dall’alto indicarci la via da seguire. Potremo riaprire? Se sì, lo potremo fare a condizioni sostenibili? E se ci verrà proibito di aprire, come verranno tutelati in nostri lavoratori e le nostre aziende? Avremo sostegni per resistere a questi lunghi mesi di “fatturato zero” oppure saremo costretti a cambiare lavoro? Queste sono le domande per le quali attendiamo risposta».

Al momento della chiusura forzata, quanti dipendenti erano in carico presso le sue strutture?

«78 persone, tra collaboratori e dipendenti…».

Ha ricevuto e/o attivato contribuzioni statali a tutela della sua Impresa?

«Per ora nulla. Anche se sono state inoltrate già delle prime date utili le richieste della cassa integrazione e dei finanziamenti per le imprese».

Lei è molto attivo, giustamente, anche sul fronte promozionale legato ai Social Networks, sui quali da settimane ormai divampano polemiche, discussioni, reportage e molto altro ancora: ci da un suo feedback a riguardo?

«Ho completamento rinunciato, in questi mesi, a mantenere attivi i Social Networks dei locali che gestisco: non avevo l’entusiasmo giusto, ed ogni messaggio che avrei veicolato mi sarebbe sembrato triste, stucchevole e fuori luogo. Dal mio “Social” personale, invece, mi sono lasciato incuriosire dal trend dilagante “l’opinionismo sempre e comunque” che mi pare chiaramente motivato da un bisogno dilagante di conforto… Probabilmente in questa fase di forte stress c’era la necessità per molti di dare spazio al cogito di pancia, una sorta di sfiato di sopravvivenza. Alcuni spunti li ho trovati interessanti, altri meno, ma, al di là dei contenuti espressi, mi sono reso conto ancor di più di quanto il ruolo del Social sia diventato dominante in moltissime vite. Ed a questo ho dedicato più di una riflessione».

Nella sua idea personale, quali meriti riconosce alla gestione dell’emergenza e quali demeriti, se ve ne fossero, o comunque, cosa ritiene si possa fare e non si è ancora fatto?

«Farmi recensore di un piano emergenziale che ha affrontato un fenomeno inedito e di portata mondiale non mi va. Certo questa situazione ha messo ancor più a nudo quelle deficienze nazionali note a tutti, ma che per una ragione o per l’altra, per lo meno da quando sono al mondo, non hanno mai vista un’inversione di tendenza, anzi, semmai il contrario. Non mi piace criticare senza addurre possibili soluzioni, quindi soprassiedo perché purtroppo questo argomento mi vedrebbe solo dispensare soluzioni che, alla luce dei fatti, sarebbero solo utopia. Forse ci vuole più visione di quanto io oggi ne disponga, più fiducia nella collettività e nel senso di responsabilità, non so».

Cosa prevedere per questa “fase 2” e la successiva “fase 3” per quanto concerne il suo settore e l’Oltrepo in generale?

«Se la maestra delle elementari mi desse come compito di scrivere un tema sul mio lavoro inizierei così: “mi piace ridurre le distanze tra le persone e con l’aiuto della musica cerco di farle ritrovare tutte nelle stesso posto”. Chiaro è che in un mondo in “fase Covid”, in cui l’assembramento è qualcosa da evitare, non vedo chance per chi ha le mie skills. Ovviamente, fino a che non arriveranno lumi dalla comunità scientifica. La discoteca non la si frequenta perché si ha sete: quella è una conseguenza; per bersi un drink ci sono mille alternative molto più valide, come bar, pub, le taverne di casa, le hall degli hotel…La discoteca è un luogo in cui ci si reca solo se in possesso di una predisposizioni al divertimento ed alla socializzazione. Un posto in cui va garantita la massima sicurezza del cliente facendo attenzione a non minare quella suddetta predisposizione, perché il divertimento non lo crea il locale: semmai lo amplifica, lo potenzia, lo estrae da un animo già predisposto. Se questa predisposizione è minata dall’angoscia, non esiste festa e non esiste futuro per chi fa quel mestiere. Un mestiere bellissimo, che mi manca molto. Per gli altri settori, la situazione, seppur nella criticità, è diversa: chi offre un servizio effettivo e non emotivo può avere qualche chance in più. L’asporto, il delivery e la qualità del prodotto nell’ambito della ristorazione e del beverage credo possano avere qualche chance in più in una finestra temporale più ravvicinata».

Pensa di convertire gli spazi, i locali estivi da lei gestiti in formule adeguate al distanziamento sociale, magari modificandone i servizi?

«Snaturare è un verbo che odio. L’identità di un posto non va cambiata se non a fronte di investimenti e progetti che non vedo realizzabili ora nell’uno-due. Quindi non credo che trasformerò una fantastica discoteca in un lounge-bar raffazzonato per l’ansia di far qualcosa. L’entusiasmo è tanto, la voglia di fare non manca, ma sopratutto, in questa fase, è molto importante ponderare i rischi. Fortunatamente, nelle ultime due settimane, mi è venuta un’idea innovativa ma coerente con le mie skills che forse potrebbe meritare un esperimento estivo. Vedremo…».

Ritiene che la discoteca puramente intesa avrà l’annunciato decorso di praticamente 12 mesi o più ancora di stop?

«Potrebbe darsi che nel giro di due settimane tutto cambi, e quando leggerò questo articolo pubblicato il Naki sarà aperto. Oppure che a Dicembre, per accendere il camino, mi ritroverò questa pagina de Il Periodico tra le mani e, amaramente, sorriderò pensando al Club House ancora chiuso. Ed io, reinventato in qualche altra attività. Chissà… Chi fa l’imprenditore in Italia è abbastanza allenato ad aspettarsi sviluppi improvvisi; la reattività oggi è la qualità che, insieme al buonsenso, fa la differenza. Quindi non mi sento di fare previsione… ma una cosa voglia dirla: che sia tra 20 giorni o fra un anno o fra dieci credo che le persone desidereranno sempre ritrovarsi in uno stesso luogo per divertirsi insieme. Non temo che si possano disabituare? Non temo che possano essere timorose? Non temo che la crisi economica impedirà a molti di uscire con la stessa frequenza di prima? Certo! Ma sono anche sicuro che quella sorta di bisogno primordiale di convivialità nell’uomo permetterà sempre al mio settore di avere ruolo ed un futuro, e quando arriverà il fatidico giorno in cui verrà liberalizzato l’abbraccio, fare festa sarà bellissimo! Anche molto più bello di prima!».

di Lele Baiardi