SANTA GIULETTA – “L’UNICA COSA CHE PUÒ RICHIAMARE GENTE AL PAESE È IL MUSEO DELLA BAMBOLA”

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Il Civico Museo della bambola e del giocattolo d’epoca “Quirino Cristiani” nasce a Santa Giuletta nell’anno 2005. In quel tempo l’amministrazione comunale avrebbe dovuto istituire una commissione che si occupasse del museo, tuttavia ciò non avvenne e, sino a tre anni fa, il museo restò chiuso, esisteva però una figura cui era stato dato incarico dal comune di aprirlo nel caso in cui qualcuno richiedesse di visitarlo. Con le elezioni del 2014, il neo sindaco Simona Dacarro insieme alla sua equipe, decide di istituire questa commissione, così, il Museo della Bambola e del Giocattolo riprende la sua attivit? attraverso la nomina della presidente Loretta Ravazzoli: “abbiamo dato il via al museo attraverso una mostra mercato che ripetiamo ormai da tre anni e, con il passare del tempo, stiamo registrando via via numeri sempre più importanti. Siamo molto soddisfatti del lavoro svolto fino ad oggi ed auspichiamo a migliorare sempre di più. Il mondo è pieno di appassionati di bambole, alle nostre mostre mercato sono arrivati collezionisti da tutta Italia e anche dall’estero che hanno trovato molto interessante questa nostra realt? , anche per la storia che ha alle spalle”.

Ravazzoli ci racconta brevemente questa storia?

“Nel lontano 1929 come ben sappiamo ci fu una grande crisi economica. La ‘Fata’, fabbrica che operava nel milanese, era a rischio chiusura per fallimento. Fu in quel periodo che due cugini sangiuliettesi poco più che ventenni, che lavoravano all’interno della fabbrica, decisero di rilevare l’attivit? . Successivamente, nel 1933 portarono una piccola produzione di bambole a Santa Giuletta, il laboratorio allora era molto piccolo e disponeva di sole due macchine da cucire e sette operaie.

Tre anni dopo la produzione andava via via migliorando ed i proprietari decisero quindi di trasferire tutta la fabbrica da Milano a Santa Giuletta. Da qui partì un’importante produzione di bambole artigianali in cartapesta, la ‘Fata’ andava alla grande, produceva e vendeva in quantit? , inutile dire che portò tantissimo lavoro sia agli abitanti di Santa Giuletta che a quelli dei territori limitrofi, oltre che a un numero considerevole di donne: il primo passo di emancipazione femminile sul territorio”.

Per quanti anni andò avanti la produzione?

“Per diverso tempo. Negli anni ’40 aprì un’altra fabbrica importante la ‘Liala’ e con essa ne sorsero di nuove: il costo maggiore per aprire fabbriche di questo tipo era quello del compressore per colorare i corpi, poi bastavano un paio di macchine da cucire e qualche stanza. Così, una volta trovato un finanziatore, il gioco era fatto. In quegli anni a Santa Giuletta c’erano una quindicina di fabbriche, ognuna specializzata per diverse componenti specifiche: chi produceva gli occhi, chi i capelli, chi le voci, chi le scatole”.

Come venivano realizzate queste bambole?

“Inizialmente il materiale era la cartapesta e la lavorazione era fatta esclusivamente a mano. Le bambole venivano realizzate con materiali di primissima qualit? , i capelli erano veri, gli occhi di vetro, gli abiti cuciti a mano, così come pizzi, merletti e le scarpette. D’inverno le bambole venivano fatte asciugare sopra il forno del panettiere adiacente alla fabbrica, mentre d’estate al sole in cortile. Santa Giuletta era conosciuto da tutti come il paese delle bambole ed il mondo di questa piccola realt? ruotava intorno alla loro fabbricazione. Successivamente i materiali utilizzati cambiarono, infatti non si utilizzava più la cartapesta ma il polistirolo, i capelli utilizzati erano sintetici e gli abiti venivano realizzati con i macchinari”.

Perché queste fabbriche scomparvero?

“Arrivò un’industrializzazione massiccia: iniziarono a sorgere le multinazionali, i macchinari erano molto costosi, ci fu una grandissima concorrenza difficile da contrastare che Santa Giuletta non riuscì a vincere. Alla fine degli anni ’60 le fabbriche erano quasi tutte chiuse o avevano cambiato produzione: le poche che andarono avanti ancora qualche anno furono quelle che optarono per la produzione di peluches. Così si abbassarono i prezzi e, di conseguenza, la produzione perse qualit? , le bambole erano sempre più scadenti e questo ne conseguì una chiusura definitiva delle fabbriche”.

Secondo lei quali sono stati gli errori, se così possiamo chiamarli, che hanno portato Santa Giuletta da ciò che era a divenire un paese “dormiente”?

“Probabilmente se ci fosse stata più oculatezza le fabbriche avrebbero resistito, puntando più alla qualit? , magari tornando alla bambola di cartapesta artigianale, ad una produzione limitata ma di maggior pregio. Diciamo che dagli anni ’70 tutte queste aziende erano ormai sparite e con loro il paese si addormentò. L’unica fabbrica che restò sul territorio era la ‘Filo’, che produceva i capelli delle bambole, chiuse definitivamente nel 2009”.

Com’era in quegli anni Santa Giuletta?

“Per chi visse in quel periodo racconta di quegli anni come meravigliosi. A Santa Giuletta bazzicava moltissima gente, c’erano tanti lavoratori che giungevano anche da paesi limitrofi, la Via Emilia nel mezzogiorno era un movimento unico. La Fata, la Liala, la Vinal e tutte le altre fabbriche esistenti in quegli anni portarono un gran popolamento all’interno della cittadina, che purtroppo però scomparve insieme ad esse”.

“L’unica cosa che oggi può richiamare gente al paese è proprio questo museo – conclude Ravazzoli – gli appassionati di bambole esistono in tutto il mondo, le nostre mostre mercato in questi anni hanno portato molta gente a Santa Giuletta. Crediamo davvero molto in questa realt? e lavoreremo sodo per dare il valore che merita al museo della bambola e con esso alla nostra citt? . Vorremmo in particolar modo suscitare interesse nei giovani, che sono il nostro futuro, per fare in modo che portino avanti loro il nostro lavoro”.

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