SANTA GIULETTA – «LA MIA RIABILITAZIONE? HO COMINCIATO NEL 2016, CONQUISTANDO UN METRO PER VOLTA I SENTIERI DELL’OLTREPÒ»

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La tragedia sfiorata, il lunghissimo recupero, la rinascita nel segno dell’attività fisica. E poi l’impegno per incoraggiare le persone a intraprendere la sua stessa strada, senza arrendersi mai. Quella di Nicoletta Aldecca, quarantenne di Santa Giuletta, non è stata una vita facile, ma ciononostante non si è mai data per vinta, e ha da poco pubblicato il suo secondo libro dedicato alle difficili esperienze che si è trovata ad affrontare.

Nicoletta, gli ultimi anni sono stati per lei una vera montagna russa. Può raccontarci quando la sua esistenza è cambiata per sempre? «Era il 2017, e sono stata colpita da un’emorragia cerebrale. Anzi, da una “emorragia subaracnoidea”, la cui particolarità sta nel fatto che la fuoriuscita di sangue “vernicia” l’intero cervello, e non soltanto una parte. Le probabilità di farcela sono poche: cinque persone su dieci che ne soffrono non arrivano neppure in ospedale, due o tre subiscono danni permanenti di varia entità, e forse un paio riescono a rimettersi in salute. Non esagero, quindi, quando dico che nel momento in cui mi hanno trasportata d’urgenza all’ospedale San Matteo di Pavia ero a un passo dalla morte. Rischiavo di non farcela o di rimanere segnata a vita in maniera imprevedibile. Invece ho superato l’operazione, e solo dopo le dimissioni mi sono resa conto che il percorso di fronte a me era tutt’altro che in discesa».

Cioè? Cos’è successo una volta a casa? «Quando sono uscita dall’ospedale e sono tornata a Santa Giuletta il mio corpo era come azzerato, e non riuscivo letteralmente a stare in piedi. Compiere qualsiasi piccola azione mi stancava terribilmente. Avevo perso (e a dire il vero non ho più recuperato) la vista da un occhio, ero spesso in stato confusionale, e il fisico semplicemente sembrava avesse perso ogni energia. Ho capito dopo qualche settimana che se lo avessi assecondato, non mi sarei mai più alzata dal letto».

E quindi ha reagito. «Sì, ma è stato tutt’altro che facile. Per riuscirci mi sono dovuta dare un obiettivo nuovo ogni giorno. La prima volta è stato il giro intorno alla casa, poi il raggiungimento del primo lampione della via, fino a che un paio di mesi dopo ho conquistato il primo chilometro. Tutti i giorni sfidavo il mio corpo e arrivavo fino in paese, bevevo il caffè e tornavo indietro. Poi, cinque mesi dopo, incoscientemente ho deciso di affrontare l’anello del Lesima: sono sempre stata una sportiva, ho praticato nordic walking, trail running, ho sempre corso e camminato fuori pista, e ogni anno ho immancabilmente fatto quei cinque chilometri, superando con tranquillità i 600 metri di dislivello. Quel giorno, a metà strada, sono rimasta un’ora sdraiata in un campo, convinta che andare avanti fosse impossibile».

Ma nemmeno questo l’ha fermata. Si è rialzata ed è arrivata alla fine. «Non è stato tutto merito mio: l’amico che era con me mi ha fatto forza, mi ha aspettata e spronata ad andare avanti. è stato allora che ho capito che non è il corpo che comanda, ma la mente. E dunque la mente può convincere il corpo a fare qualunque cosa voglia. L’ho sperimentato la prima volta sul Lesima e l’ho dimostrato pochi mesi dopo, quando ho deciso di incamminarmi lungo la Via del Sale: era un sogno che avevo nel cassetto da tanto tempo e che, seppur con notevoli sforzi, sono riuscita a realizzare. Ho raccontato l’esperienza in un libro, “La mia via del Sale, nonostante tutto”, pubblicato per beneficenza. Il ricavato viene devoluto all’HHT Onlus, associazione che si occupa dei malati di Telangiectasia Emorragica Ereditaria. Si tratta di una patologia ereditaria che colpisce uomini e donne indistintamente, caratterizzata da malformazioni vascolari».

A questa stessa associazione sta destinando i proventi dalla vendita del suo secondo libro: è uscito in questi giorni ma lo distribuirà di persona quando si potrà di nuovo organizzare delle presentazioni. Lo ha pubblicato in un momento particolare, al termine di un anno difficilissimo per tutti, ma infernale per lei. «Si intitola “Da qui ricomincio”, e come il precedente è edito da Lina Brun. Racconta del nuovo intervento al cervello a cui ho dovuto sottopormi in questo 2020, in seguito al quale sono stata costretta a un lungo stop e alla successiva riabilitazione. Ho iniziato a scriverlo a marzo, quando come tanti ho dovuto sospendere la mia attività lavorativa. Avevo perfettamente in mente il punto di partenza, vale a dire la riabilitazione che ho cominciato nel 2016, conquistando un metro per volta i sentieri delle mie colline. L’idea era quella di raccontare la mia seconda vita, quella che avrebbe dovuto ricominciare ufficialmente in questo 2020. Volevo scrivere dell’anno della mia rinascita, ma si è rivelato un nuovo percorso a ostacoli: prima, a febbraio, l’arrivo del Covid-19, e poi, a luglio, un secondo delicato intervento neurochirurgico (eseguito brillantemente dal dottor Elvis Lafe del San Matteo) affrontato questa volta totalmente da sola. Nessun volto familiare ammesso in ospedale, nessuno accanto a me se non il personale di neurochirurgia: a loro che mi hanno sostenuta, consolata e coccolata vanno tutto il mio affetto e tutta la mia gratitudine. è stata una prova dura, e averli al mio fianco mi ha aiutato davvero molto».

Appena uscita è stata costretta a quaranta giorni di fermo totale, ma appena trascorso quel periodo ha ripreso gli allenamenti. L’attività fisica è il suo segreto, e ha deciso di condividerlo con tutti. «Direi proprio di sì. è stato il nordic walking a permettermi di fare di nuovo ciò che facevo prima, il movimento mi ha letteralmente rimessa al mondo. Ecco perché ho fondato l’associazione “Walking in Oltrepò”, ed ecco perchè dedico tutto il mio tempo ad accompagnare le persone alla scoperta del nostro territorio, sensibilizzandole nei confronti dell’attività fisica all’aria aperta. Noi che viviamo in Oltrepò abbiamo anche la fortuna di avere intorno a noi un luogo meraviglioso che funge da palestra naturale: il minimo che possiamo fare è goderne, passeggiando nei suoi boschi e salendo e scendendo dalle sue colline»

La sua vita finora è stata complicata, ma il messaggio che ha scelto di divulgare è semplice. Mai arrendersi, mai abbattersi, ma vivere ogni giorno con ottimismo. «Esatto. Dobbiamo avere il coraggio di trovare il lato positivo in ogni situazione, anche la più negativa. Non dobbiamo mai smettere di cercare in noi la forza per rialzarci e inseguire i nostri sogni».

di Serena Simula