SANTA MARGHERITA DI STAFFORA – «HO CUCITO MASCHERINE PER TUTTO IL PAESE»

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Donatella Muffato originaria di Varese da poco tempo pensionata, vive attualmente a Casanova di Sinistra nella Valle Staffora. Dopo aver conseguito il diploma al liceo artistico nel 1977 e aver vinto il premio istituito per il migliore artista dell’anno dall’accademia di Brera nel 1982 si dedica ad un lungo lavoro di insegnamento. Grazie alla sua manualità e alla sua dedizione per i “meno fortunati” che ha incontrato nel suo lungo percorso da insegnante, Donatella ha cucito centinaia di mascherine per i suoi compaesani: «Ho cucito mascherine a non finire – dichiara –  e quando credevo di non avere più tessuti ne trovavo altri… Un lavoro immane». “Impara l’arte e mettila da parte”.. mai proverbio fu più azzeccato per raccontare questa storia.

Donatella, lei ha cucito un enorme quantità di mascherine salvavita per i suoi compaesani. Quando ha capito che “doveva dare una mano”?

«Mia madre mi aveva insegnato qualcosa da piccola in quanto era una magliaia e poi sarta quindi è successo che una mia cara amica mi ha chiesto di fare per lei una mascherina vista la gravità della situazione ne aveva bisogno, dopo di lei è arrivato anche il parroco che doveva celebrare una funzione e gli serviva una mascherina, infine andando al panificio qui in paese, ho visto che la proprietaria si stava arrangiando con una mascherina di carta. Ho capito che era il caso di mettermi subito all’opera per aiutare il mio paese e ho iniziato a cucire mascherine».

Una curiosità ma dove ha trovato la stoffa in quantità dato che i negozi sono chiusi?

«Ho guardato per tutta la casa e tutto il materiale che potevo utilizzare comprese le fodere dei cuscini tutto quello che si adattava bene allo scopo è stato impiegato. Ho cucito mascherine a non finire e quando credevo di non avere più tessuti ne trovavo altri. C’è stata un’azienda che mi ha mandato gratis della stoffa venendo a conoscenza di quello che stavo facendo in paese… Insomma un lavoro immane».

In che modo le ha distribuite?

«Attraverso il panificio e la salumeria gli unici negozi aperti in paese».

Il sindaco del paese come ha reagito?

«Venuto a saperlo mi ha contattata e mi ha ringraziata perché in un momento così grave, con l’impossibilità di reperire mascherine il mio lavoro è stato per certi versi provvidenziale, ma ho deciso nel mio cuore di fare un dono, tempo e stoffa, per salvare in qualche modo il mio prossimo sono soddisfatta di aver compiuto un lavoro finalizzato al bene comune e non voglio riconoscimento per questo».

Da quanto tempo vive a Casanova e perché ha deciso di stabilirsi proprio qui?

«Mi sono trasferita qui stabilmente da otto anni perché ritengo che questa sia la mia vera casa nel senso che mi sento parte di questo ambiente come se fossi nata qui, in realtà la prima volta che ho visitato questi luoghi, risale alla mia infanzia avevo nove anni e logicamente ero con i miei genitori e ciò che mi colpì di questo luogo fu la natura e le persone eccezionali, rimasi affascinata e osservavo tutto con un occhio scientifico che andava oltre lo stupore e preso un taccuino scrivevo tutto quello che osservavo: quanti petali in un fiore, quanti rami su un albero, le foglie, e così dicendo…Cominciai così a disegnare stimolata da una grande curiosità per il mondo esterno e con il bisogno di scoprire la bellezza in tutto ciò che mi circondava e non solo, ma di ripercorrere la storia di ogni oggetto che attirava la mia attenzione

Qual è stata la sua occupazione principale?

«Ho fatto sempre l’insegnante. Terminato il liceo artistico mi fu offerto subito un lavoro e la persona che me lo stava proponendo era dell’idea che quel tipo di lavoro si addicesse perfettamente al mio carattere. Naturalmente chiesi che tipo di lavoro avrei dovuto svolgere e la risposta fu che avrei insegnato ai disabili e che avrei pertanto dovuto trasferirmi a Milano».

Un lavoro particolare. Come è stato il primo impatto?

«Non avevo mai lavorato, ero alla mia prima esperienza e non sapevo cosa significasse il termine “disabile” o meglio non sapevo a quale specifica disabilità fosse da supporto. Un po’ perplessa chiesi quanto tempo avrei dovuto svolgere quel lavoro e mi fu detto per quindici giorni».

E poi?

«Ricordo che i primi cinque giorni furono molto duri ma poi cominciai a guardare con occhi diversi quella realtà e a vedere i disabili come persone con delle capacità straordinarie. Li guardavo con un amore del tutto naturale, spontaneo e con il desiderio sempre più crescente di aiutare tutti e non mi importava se erano costretti su una carrozzina… E così i quindici giorni divennero undici anni».

Aveva trovato qualcosa di bello e aveva dato un senso a tutto ciò che faceva giusto?

«Sì e sono felice di aver vissuto grandi esperienze di empatia e tutte creative e questo perché ho sempre messo il desiderio di comunicare ed aiutare gli altri al primo posto nei miei valori».

Lei ha avuto modo di lavorare anche nelle carceri, che tipo di esperienza è stata?

«Ho avuto la possibilità di lavorare sempre come insegnante di arte nel carcere di San Vittore a Voghera e sinceramente in un primo momento ho avuto delle perplessità, comprensibili, ma considerandomi una persona senza pregiudizi vedevo i carcerati innanzitutto come esseri umani e come tali con errori commessi alle spalle o con percorsi di vita estremamente complicati e difficili che li aveva portati a scelte sbagliate, ma sicuramente si prospettava loro una seconda chance e la possibilità di fare altro e di migliore nella vita. È stato molto bello per me vedere i detenuti che non vedevano l’ora che io arrivassi…Sono una persona gioiosa e la gioia è contagiosa e produce speranza con loro potevo ridere e scherzare e mandare a quel paese, se necessario, senza remore»

Un episodio che le è rimasto impresso di quel periodo?

«Un giorno fui mandata ad insegnare nel sesto raggio, il settore più difficile della struttura carceraria,  arrivata lì mi vengono incontro alcuni ragazzi e poco distante da loro un giovane titubante, vedendolo capisco che ha un aria familiare ma non riuscivo a ricordare dove avessi visto quel viso. Alla fine lo riconosco nell’attimo in cui mi chiama “prof”. Mi si è gelato il sangue: era un mio ex alunno. Da quel dì seguì il mio corso con grande soddisfazione, la mia in primis».

Lei ha disegnato, restaurato, dipinto, cucito vestiti, organizzato sfilate… Si può definire la stilista locale?

«In effetti ora che ho più tempo faccio un po’ di tutto e voglio scoprire cosa piace di più alla gente quali sono i loro bisogni».

A conclusione cosa le ha insegnato questa esperienza?

«A dare il giusto valore ad ogni cosa e capire che ciò che poteva essere artistico può essere ora oggetto di uso primario per sopperire l’emergenza, si può creare riciclando tantissime cose non solo belle ma soprattutto utili».

di Stefania Marchetti