SANTA MARGHERITA DI STAFFORA «IL NOSTRO UN VINO ECCELLENTE CHE PERÒ RIMANE SUL POSTO»

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Cignolo – piccola frazione del Comune di Santa Margherita di Staffora – sembrerebbe uno dei tanti paesini di montagna, poco abitati e difficili da raggiungere, se non fosse per un particolare che lo distingue da tutti gli altri: la coltivazione della vita e il vino. Un vino così buono al punto da dedicargli una festa. Da venti anni a questa parte infatti, nel mese di agosto la Festa delle Cantine di Cignolo richiama turisti da tutta la provincia e non solo, un evento che oltre al tradizionale giro delle cantine con punti di ristoro offerti dagli ospitali abitanti prevede la tradizionale musica delle 4 province. Ne parliamo con Mattia Masanta, consigliere comunale, che ha deciso di portare avanti la tradizionale cultura del vino di questo territorio e che ci racconta la storia di queste cantine, talvolta usate in un modo un po’ diverso dalle altre classiche disseminate in tutto l’Oltrepò.

Le cantine di Cignolo rappresentano la grande particolarità di questo territorio. Qual è la loro storia? «Ho fatto una ricerca in merito e la loro storia risale al lontano 1700. Solo per questo ci sentiamo dei privilegiati, i nostri vigneti sono indubbiamente storici».

Un territorio montano quello di Cignolo con caratteristiche molto diverse dall’Oltrepò del vino per eccellenza, pensiamo alla Valleversa ad esempio. Che tipologia di vite si adatta a questo territorio? «Le nostre viti sono particolarmente forti, nonostante rimangano meno ore esposte al sole dato che ci troviamo sul lato sinistro dello Staffora e questo perché ci sono fasce di terreno che conferiscono all’uva le sue caratteristiche. Coltiviamo uve Croà (Cruà nella tipica espressione dialettale), coltivazione che è stata tramandata di generazione in generazione, allo stesso modo le cantine. Il nostro è un vino IGT (indicazione geografica tipica) che grazie alla sua straordinaria bontà, è diventato nel tempo molto apprezzato».

Cosa ha reso particolari le vostre cantine? «Non erano “solo” cantine, ma venivano usate un tempo come vere e proprie abitazioni. Per esempio: un contadino sorpreso dal temporale durante il lavoro nei campi, trovava rifugio in cantina, qui aveva tutto il necessario per lavorare, oltre che alla stufa per riscaldarsi ed ad una dispensa ricca di cibo. La stufa in cantina serviva anche per facilitare la fermentazione del vino che con un clima un po’ rigido come il nostro, rischiava di arrestarsi, ecco così che il calore prodotto dalla stufa gli permetteva di fermentare. In queste cantine inoltre i nostri nonni si ritrovavano a fine giornata o durante una pausa tra un lavoro e l’altro, per chiacchierare e confrontarsi e le famiglie qui si riunivano numerose per mangiare tutti insieme».

È vero che qualche tempo fa il governo erogava fondi agli agricoltori di questa zona affinchè estirpassero i vitigni per dedicarsi ad altre colture? «Sì è vero. Ma noi abbiamo preferito tenere i nostri vigneti. Questa è l’unica zona dell’Oltrepò ad avere le cantine, si dovrebbero valorizzare e non distruggere. Penso alla fascia di territorio verso Bosmenso, nel Comune di Varzi, anche lì ci sono tante cantine abbandonate, sarebbe bello poterle recuperare prima che siano coperte interamente dal bosco».

Il vostro vino, riconosciuto come un ottimo vino, tuttavia non riesce a trovare posto nel mercato. Perché? «È buonissimo e non si trova da nessuna altra parte e lo testimonia il fatto che tantissimi turisti vengono da ogni parte della Provincia e non solo per la tradizionale Festa delle Cantine, il problema è che non viene prodotto in quantità tale da consentire l’ingresso sul mercato. Un vino eccellente che però  rimane sul posto».

Si dice che i vostri nonni lo usassero come merce di scambio… «Esatto, in tempo di guerra, come mio nonno mi raccontava, tanti partivano da Genova a dorso di un mulo e percorrendo la via del Sale, arrivavano quassù per barattare le loro merci, sale compreso, in cambio del nostro vino e anche del grano qui coltivato. L’obbiettivo dei nostri nonni era di produrlo per la propria famiglia dato che ne consumavano in gran quantità, di fatti era l’unica bevanda in quell’epoca, sia in estate che in inverno».

Le nuove generazioni continueranno questa attività secondo il suo sentore? «Domanda difficile ma si spera proprio di sì. D’altronde cosa potrebbe fermare qui un giovane se non la passione per il lavoro nei campi? Oltre a questa forte motivazione che sta alla base, sarebbe però necessario che le istituzioni incentivassero i giovani a restare, ci vorrebbe qualcuno con una grande capacità imprenditoriale che attraverso l’istituzione ad esempio di una Cooperativa, unisse le forze, solo così si potrebbero ottenere maggiori risultati e si potrebbe allora parlare di un buon vino prodotto in bottiglia e messo sul mercato».

È faticoso e costoso produrre vino qui in montagna? «Il problema principale è la mancanza di forza lavoro. La raccolta dell’uva e la lavorazione vengono fatte manualmente perché il prodotto sia genuino. Fatti due conti, fatica più eventuali imprevisti, ecco che qualcuno sceglie di lavorare altrove».

Questi vigneti necessitano di particolari trattamenti? «Purtroppo la vite di per sè può avere alcuni problemi durante l’anno, come essere attaccata da alcuni funghi ad esempio la peronospora. Qui siamo abbastanza fortunati, abbiamo un clima particolare che ci aiuta, queste viti nel loro habitat naturale sono molto resistenti e i pochi prodotti che usiamo come il rame, fanno effetto».

Avete mai preso in considerazione di diversificare la cultura? «Certo, già lo facciamo. Coltiviamo anche mele (la pomella), pere, ciliegie, grano. Sul territorio ci sono ancora dei mulini, purtroppo inattivi e anche in questo caso si potrebbero fare tante cose… Occorre qualcuno che si interessi e che intervenga. Tra parentesi, l’agricoltura non può “essere fatta” da seduti all’Università, o meglio non solo, ma stando veramente a contatto con la terra per studiarla, il lavoro manuale e l’esperienza dei nostri vecchi sono i metodi più efficaci».

Per concludere, leggendo un importante portale di vendita case, un annuncio che vi riguarda ci ha colpito “Vendesi casa con Cantina”. In un periodo come questo di emergenza sanitaria e di un ritorno ai piccoli borghi da parte di chi ora vive in città, avere una cantina è un valore aggiunto? «Assolutamente sì, significa aggiungere alla casa un valore non solo economico ma soprattutto storico e culturale».

di Stefania Marchetti