Santa Maria della Versa: “C’era una volta l’Oltrepò…” di Giuliano Cereghini

17

La cassetta delle lettere aperta distrattamente: pubblicità, solite utenze e, una strana lettera quadrata con l’indirizzo riportato in bella grafia. L’apro con noncuranza e leggo:
“Egregio dott. Giuliano,
chi le scrive è una persona che ha compiuto 92 anni, da tempo volevo dirle che io leggo sempre Il Periodico ed i suoi racconti che mi portano indietro negli anni, mi fanno rivivere e ricordare un passato semplice, povero ma sereno. Oggi leggendo il racconto dell’Alpino mi sono commossa tanto, e malgrado il cambiamento della nostra società, ancora ci sono persone che sanno amare il prossimo”. Sospendo la lettura incredulo. La lettera proviene da Santa Maria Della Versa, è firmata Mariuccia e non riporta mittente. Novantadue anni? Mi sembra impossibile pensare a una signora così lucida e con un italiano così colto e retto da una scrittura chiara, ordinata e precisa come solo chi ha frequentato scuole che prevedevano e premiavano la bella calligrafia. “Io sono nata qui ed ho imparato ad amare la mia terra, l’Oltrepò non lo cambierei con altri posti, peccato che un angolo così bello d’Italia non sia valorizzato”.
Rifletto un attimo sospendendo la lettura: questa signora anziana sulla carta ma estremamente giovane nel cuore e nei pensieri, dovrebbe tenere conferenze ai giovani sulla semplicità, sull’amore per la propria terra e sulla commozione di fronte ad un gesto d’amore, quale è stata la serenata con la fisarmonica dell’Alpino Stefano alla moglie ricoverata in ospedale in tempo di Covid. “Dott. Giuliano la prego di scusare il modo un po’ sbilenco di scrivere e continui a far conoscere il mondo di quando le persone aiutavano chi era in difficoltà. Di nuovo le chiedo di scusarmi se mi sono permessa, ma quando vedrà l’Alpino gli dica che il suo amore e la sua bontà, mi hanno fatto piangere.
Distinti saluti. Mariuccia”
Termino la lettura commosso a mia volta dalle parole semplici, profonde e vere della signora Mariuccia, ripromettendomi di rintracciarne l’indirizzo per rispondere al suo nobile scritto. Telefono ad un amico di Santa Maria della Versa, il geometra Antonio Ghelfi, signore di nome e di fatto che, dopo aver riflettuto pochi attimi, mi dice ridendo, che conosce bene la signora. Prima ancora che mi detti l’indirizzo, gli chiedo di poterla incontrarla per consegnarle a mano la lettera di risposta che ho già preparato. Un pomeriggio di una splendida giornata di un settembre che sembra alleata a chi raccoglie i grappoli turgidi delle uve d’Oltrepò, accompagnato dal geometra Ghelfi, raggiungo in via Begoglio, una grande casa a due piani in periferia della cittadina famosa nel mondo per lo spumante e la grappa. Sulla porta appare una donnina minuta, leggera e ordinata con un sorriso che accoglie. Ci invita in casa, offre il caffè che rimandiamo a dopo la chiacchierata.
Mi parli della sua famiglia Signora Mariuccia.
Piccolina, minuta con i capelli bianchi ben raccolti, mi guarda con due occhietti furbi e mobili che mal si adeguano a quella calma. Con una voce piana e ben impostata inizia: «Sono cresciuta in una famiglia numerosa. Mamma Giuseppina è morta giovanissima, aveva 33 anni, lasciando vedovo papà Ugo Casella, elettricista, con tre figli, me, Lucia ed Ettore che ad 89 anni ancora lavora come elettricista. Una famiglia di artigiani, ma papà era anche dipendente della Edison».
Dalla sua lettera mi pare di capire che lei rimpiange quei tempi, magari grami, ma ricchi di un’umanità oggi difficile da riscontrare.
«Rimpiango quel mondo povero ma buono, vero. Sono cresciuta con una nonna e una zia sarta. Dopo tre anni di scuola di avviamento a Broni, ho cominciato a lavorare come sarta e, ancor oggi, qualcuno frequenta la mia casa per piccoli lavoretti che mi diverto a fare: chi ha bisogno una cerniera, una fodera o un risvoltino ancora viene e dalla sarta Mariuccia. Avevo imparato dalla zia con la quale ho lavorato in una bottega per oltre sessant’anni dopo aver frequentato una scuola di taglio a Voghera».
Nel leggere la sua lettera avevo pensato più ad una maestra in pensione che ad una sarta, mi spighi come riesce a non sbagliare i congiuntivi tanto ostici a giovani studenti e non…
«Quando andavo a scuola ero molto brava in italiano, prendevo otto o nove nei temi. Dopo il matrimonio con Benito Ghelfi insegnante, ho continuato a lavorare e a leggere moltissimo, passione che tento con scarsi risultati, di trasmettere alla mia adorata unica nipote. Per anni mio marito è stato presidente dei Coltivatori Diretti e, fidandosi di me, in qualche occasione mi inviava a Pavia in vece sua. Chiaramente in corriera; andavo, sbrigavo il mio ufficio e tornavo».
Cosa le manca di quel mondo?
«Mi manca il cameratismo, l’affetto tra le persone e quell’impulso a dare una mano a chi ha bisogno. Come le dicevo eseguo gratuitamente piccoli interventi sartoriali per il piacere di aiutare, per un grazie o un sorriso».
Lei ha vissuto periodi veramente tragici della storia d’Italia, cosa ricorda di quegli anni?
«Anni veramente tragici, ho dovuto interrompere gli studi con tanto dispiacere, mi consolavo leggendo, leggendo molto. Giovani sbandati, pericoli, cattiverie. A volte in casa arrivavano uomini terrorizzati, con mia zia li consolavamo, passavamo ore e ore con loro. A volte mi consegnavano messaggi da recapitare ad altri e, per tale ragione, ritengo di essere stata anche staffetta partigiana».
Come vede il futuro dopo la pandemia?
«Le dico la verità, io non ho paura, ma sono preoccupata per i giovani e…».
Si interrompe, stava per dire per gli anziani, non per lei! 92 anni e mezzo precisa. D’altra parte, Mariuccia non è vecchia, è diversamente giovane. Nel cuore, nella mente, nei piccoli gesti delle mani, negli occhi buoni che di tanto in tanto guizzano indagatori su cose e uomini che le sono prossimi. Grande amabile signora d’altri tempi che ascolteresti per ore e ore senza rimpiangere il tempo che con lei non è scandito dagli orologi, è dettato dal suo sentire buono, dalla sua prosa fluente e piana e da un paio d’occhietti furbi e indagatori. Spengo il registratore, due foto con Mariuccia Casella e Antonio Ghelfi e la signora ne approfitta per offrirci un caffè, nel servizio buono, “ancora un regalo di nozze” dice. Prima di congedarci, mi racconta di fatti accaduti in tempo di guerra e di cui va fiera: «A quel tempo i militari in guerra scrivevano alle mogli, alle mamme o alle fidanzate ma, alcuni di quei ragazzi non avevano nessuno. Per questa ragione alcune ragazze scrivevano a questi soldati e venivano definite ‘madrine di guerra’. A me è capitato un giovane meridionale, un pochino scapestrato che in gioventù era stato espulso da tutte le scuole del regno per aver tirato in faccia alla maestra il calamaio. Era però un bravo ragazzo, solo e al fronte; scrivendogli, mi sembrava di alleviargli un pochino la pena di quegli anni».
Ci congediamo mentre lei è impaziente di leggere la lettera che le ho consegnato all’inizio della nostra chiacchierata. Che dire di una donna di 92 anni e mezzo, lucida come una ventenne, entusiasta di una vita vissuta tra gioie e tribolazioni, ma vissuta in modo vero? Che dire di una memoria portentosa che riporta all’oggi fatti e persone di tantissimi anni or sono? Che dire di una donna innamorata della sua terra e di gesti d’amore che gli uomini sanno mettere in campo in momenti tragici? Non ho le parole giuste per ringraziarla, vorrei abbracciarla ma non oso, la lascio promettendole di rivederla magari portandole qualche copia del suo amato Periodico. Si congeda parlando per la prima volta in dialetto «chisà si dirän i me vsën quänd im vädrän in säl giurnal?». (Chissà cosa diranno i miei vicini quando vedranno la mia foto sul giornale?). Ci saluta e rientra in casa curiosa di leggere la lettera di risposta alla sua che gli ho consegnato prima dell’intervista. Curiosamente penso che, prima ancora di vederla o di parlarle, da quelle poche righe che mi aveva inviato, mi sembrava di conoscerla.
“Carissima Mariuccia,
signora nella vita e, soprattutto, nell’animo. L’animo buono dei principi della zolla, come amava definire i figli della terra il grande giornalista Gianni Brera, Gioanbrerafucarlo dei miei anni giovanili. La devo ringraziare dal più profondo del cuore per le nobili parole che mi ha indirizzato dopo aver letto un mio articolo sul Periodico. Da come scrive e per quello che scrive, non dimostra i 92 anni che confessa anzi, i contenuti profondi e la prosa scorrevole, sembrano nascere dalla mente di una ragazzina e il tratto grafico da quello usato dagli impiegati comunali che trascrivevano a penna, con pennino e inchiostro, i documenti anagrafici loro affidati. D’altra parte, lei è un eccellente esempio dei figli di inizio secolo di questo magico Oltrepo dai boschi smeraldini e dai vigneti multicolori. Nell’esplosione dei furiosi temporali di primavera, l’acqua scrosciante bagna i fiori nuovi e i giovani virgulti delle viti segnando l’aria di profumi antichi e colori laccati dalla ruvida carezza. Ecco, lei la immagino così: un donnino figlia della magia del tempo passato che faceva premio a difficoltà, tempi grami, fatiche e dolori, sfociando come un ruscello in piena, nell’umanità sincera di una vita improntata al rispetto, alla comprensione umana e alla cultura. A quella vera, fatta di letture e di esperienze, di gioie e traversie, di albe e di tramonti. Cara Signora, lei si scusa per “il suo modo un po’ sbilenco di scrivere”, in realtà la sua grafia curata, chiara e ben leggibile è gradevolissima e di facile comprensione. Vorrei saperla imitare ma preferisco risponderle con questo freddo mezzo per evitare figure. Dopo averla rassicurata sul messaggio che trasmetterò volentieri al mio amico alpino Stefano, le voglio ancora dire che la sua lettera, la sua umanità e i suoi ringraziamenti per i miei scritti e per il giornale, sono il premio più bello alle mie umili fatiche letterarie e la soddisfazione di aver sfiorato l’animo buono di una grande donna. Scrivo da tanti anni ma nessuno era mai riuscito a toccare le corde del mio essere e rendermi orgoglioso di raccontare l’Oltrepò e la sua gente. Raccontare sì, come a noi raccontavano le favole, ricorda? “C’era una volta…..”.
Ecco Signora mia, la mia rubrica su Il Periodico da oltre quattro anni, si intitola proprio così “C’era una volta… l’Oltrepò”.
Non conosco il suo indirizzo e quindi, un giorno di questi splendidi di un autunno magico, come magico è il nostro Oltrepò, sarò costretto a scendere a Santa Maria della Versa e a consegnarle personalmente la presente lettera.
Nel frattempo, l’abbraccio caramente.
Cereghini Giuliano”.

Articolo precedenteStradella: approvato il progetto di nuovi loculi al cimitero di via Ruta
Articolo successivoLungavilla: operaio metalmeccanico ma con un grande sogno, fare l’artista