Stradella – Professione “esploratore”: Nicola Ardenghi il massimo esperto in botanica dell’Oltrepò

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Il primo ottobre scorso, lo stradellino Nicola Ardenghi è stato nominato curatore dell’Orto Botanico di Pavia. Una nomina che lega per l’ennesima volta la struttura pavese con il nostro territorio. Quasi un secolo fa un altro oltrepadano venne nominato direttore della struttura: si trattava del botanico Luigi Montemartini di Montù Beccaria, che mantenne la direzione fino al 1926, quando il governo fascista lo inviò al confino di polizia. Classe 1986, dallo stile vintage e carismatico, Ardenghi dopo laurea in Scienze Naturali, conseguita presso l’Università di Pavia, un dottorato e un assegno di ricerca in ambito botanico, ha proseguito la sua formazione naturalistica concentrandosi sullo studio della flora locale. Come curatore dell’Orto Botanico di Pavia, si occupa della tutela delle collezioni presenti all’interno dell’Orto, di divulgazione scientifica, di ricerca collegata alle piante custodite, della comunicazione e del coordinamento degli eventi della struttura.

Nicola, la sua è stata una carriera da ricercatore iniziata in giovane età. A tredici anni aveva già pubblicato il suo primo “Uccelli rari d’Egitto” … «È stata la mia prima pubblicazione, scritta mentre frequentavo la terza media a Il Cairo, insieme ad Ettore Grugni, mio professore di matematica e scienze casualmente anche lui originario di Pavia».

Come si è appassionato alla vegetazione e allo studio della natura? «Ho scoperto questa passione per la natura e per le piante, fin da bambino, quando andavo con i miei nonni di Stradella nel loro orto. Negli anni successivi ho sviluppato questo interesse anche all’estero, grazie ai viaggi che ho fatto con i miei genitori, principalmente in Egitto e Tunisia, dove ho avuto modo di conoscere un altro tipo di natura: dopo queste esperienze ho deciso di iscrivermi alla facoltà di Scienze naturali».

Lei è un vero e proprio esploratore della natura e ha setacciato la nostra regione alla ricerca di piante rare o inedite. Si sarà trattato di un lungo lavoro… «Mi sono interessato della ricerca della flora spontanea della Lombardia e in particolare della provincia di Pavia, dove ho censito 2969 tra specie e sottospecie, pari a circa il 70% della flora della nostra regione. Ma il lavoro di cui sono più orgoglioso l’ho pubblicato nel 2016 e riguarda la flora dell’Oltrepò Pavese. Questo studio mi ha permesso di entrare in intimità con il nostro territorio, visitandolo in ogni angolo e scoprendo piante che all’epoca non erano ancora ben conosciute o diffuse. A distanza di cinque anni è tutt’ora l’opera più completa sull’argomento».

Come si è svolto questo lavoro? «L’esplorazione si basa sulla conoscenza del territorio, ed è per questo che è stato fondamentale suddividerlo in zone di pianura, collinari e montane. Per esempio, con questa divisione so che se sono alla ricerca di una specie di montagna andrò a muovermi nelle zone appenniniche, magari verso il Lesima o il Penice. Però va aggiunto che molte specie sono state scoperte con casualità, camminando e osservando con molta attenzione quelle piante più curiose o strane».

In queste sue ricerche ha rilevato alcune anomalie, cioè piante che non si sarebbe mai aspettato di trovare in Oltrepò Pavese? «Ho trovato parecchie piante esotiche, non estranee soltanto alla flora del nostro Oltrepò, ma anche a quella italiana ed europea. Sono piante che arrivano da continenti diversi, solitamente attraverso l’uomo: questo avviene sia volontariamente, perché interessato a coltivarle, come accaduto più di un secolo fa con la vite americana, oppure casualmente, attraverso mezzi di trasporto. Diverse piante esotiche le ho scoperte nei pressi della stazione di Stradella. Tanti anni fa trovai accanto ai binari una pianta americana (lo zigolo di Schweinitz), imparentata con il papiro, che prima di allora non era mai stata segnalata in Italia: sicuramente era arrivata con i treni merci, tant’è vero che altri esemplari sono stati registrati in Francia sempre lungo la ferrovia».

Quindi voi esploratori segnalate i luoghi di scoperta di ogni esemplare anche per scoprirne il movimento? «Certamente, perché col tempo possono scomparire oppure contrariamente diffondersi in modo minaccioso, come è accaduto per l’ambrosia».

Quindi confrontando questi suoi studi recenti con quelli effettuati ad inizio secolo, ha notato qualche evoluzione, diversità o discrepanza? «Ci sono stati parecchi cambiamenti: alcune specie autoctone sono diventate più rare se non addirittura estinte, come alcune erbe infestanti all’epoca presenti nei campi di cereali».

Questo immagino sia avvenuto per merito e/o colpa della chimica e dei diserbanti… «Esattamente, per le modifiche nelle tecniche colturali. Ma anche l’aumento dell’attività edilizia industriale che nelle zone di pianura ha causato l’estinzione di diverse specie che crescevano in ambienti umidi».

Sappiamo che lei si occupa anche dello studio di fiori ed erbe spontanee commestibili. Ci sono varietà diffuse che noi sottovalutiamo ma che invece possono rivelarsi ottimi ingredienti per i nostri piatti? «Ce ne sono diverse: mi sono interessato principalmente di quelle consumate a livello tradizionale, tra le quali il “vartis”, cioè i germogli del luppolo selvatico, che è un classico della cucina oltrepadana. Ma poi abbiamo anche l’ortica, la gallinetta, le foglie basali del papavero o la cicoria selvatica. In realtà ce ne sono parecchie altre che potrebbero arricchire questo “bagaglio gastronomico”. Nei vigneti dell’Oltrepò, negli ultimi sessant’anni, si è insediata un’altra pianta non autoctona ormai ampiamente diffusa, la rucola selvatica dai fiori bianchi: si tratta di una varietà mediterranea non tradizionalmente consumata in Oltrepò, ma che si presta molto a tale scopo come già accade in Italia meridionale, dove viene cucinata in padella con aglio, olio e peperoncino o come semplice condimento».

Il secolo scorso in Oltrepò esistevano piante ampiamente diffuse che ora non esistono più? Com’è cambiato l’ecosistema? «A livello di specie legnose possiamo dire che non sia cambiato molto. Ciò che si è modificato riguarda essenzialmente l’estensione dei boschi, soprattutto nella fascia collinare. Decenni fa i boschi di roverella e carpino nero erano molto più estesi, ora si sono ridotti soprattutto perché sostituiti dai vigneti. Per questo motivo sono diventate meno diffuse, ma sono ancora lontane dall’estinzione».

Invece, per quanto riguarda la zona montana, il pino è stata una di quelle specie introdotte dall’uomo, vero? «L’introduzione delle conifere, in particolare del “pino nero”, è stata una grande modifica avvenuta agli inizi del Novecento, che ha cambiato anche il paesaggio dell’Oltrepò. Questa varietà proviene dall’Europa centro-orientale, era stata impiantata artificialmente nell’Oltrepò Montano, ma successivamente è “scappata” da questi impianti ed è diventata selvatica, presente ormai nei boschi e negli arbusteti completamente integrata con il nostro ecosistema. Quelle che noi chiamiamo generalmente “pinete” in realtà non sono boschi spontanei, ma impianti artificiali creati un secolo fa per avere più legna e per poter consolidare i versanti franosi dell’Oltrepò».

Parlando di viticultura, alla fine dell’Ottocento arrivò dall’America la fillossera, che causò lo sterminio di diverse varietà di Vitis vinifera. Da allora la coltivazione è cambiata, passando dal “piede franco” all’innesto su vite americana. Anche questa nuova tipologia di cultura è stata una modifica importante per il nostro ecosistema? «Mi sono interessato molto dello studio del “selvatico”, cioè della vite americana portainnesto. Ho trascorso tanti anni a studiare queste varietà. Anche loro sono “scappate” dalla coltivazione in impianti e spesso le si trovano nei boschi o addirittura lungo gli argini del Po. Anche questa è stata un’introduzione del secolo scorso che ha cambiato il paesaggio e gli ecosistemi, soprattutto nella zona collinare e di pianura. Essendo oltrepadano ci tengo molto che l’Orto Botanico possa in qualche modo aiutare il nostro territorio. Nei prossimi mesi terremo alcune conferenze sulla malattia della vite ed in particolare mi occuperò personalmente di quella dedicata alla peronospora. Tra l’altro molti non sanno una curiosità a riguardo: questa malattia è stata scoperta per la prima volta in Italia nel 1879 a Santa Giuletta dai botanici di Pavia (Romualdo Pirotta, collaboratore di Santo Garovaglio, allora direttore dell’Orto Botanico), i quali ritornando dall’Oltrepò hanno poi involontariamente portato la malattia all’interno dell’Orto causando la morte di tutte le viti presenti al suo interno».

Quali progetti intende sviluppare durante il suo nuovo incarico di curatore dell’Orto Botanico? «La pandemia ha bloccato molti nostri progetti ed eventi in programma. Come tutti i musei, siamo rimasti chiusi al pubblico sia durante la zona gialla che la zona rossa. Questo però ci ha dato modo di trovare metodi alternativi per la presentazione delle nostre collezioni, migliorando la nostra comunicazione social con video divulgativi, in sinergia con il Sistema Museale di Ateneo, di cui l’Orto fa parte. Assieme ai due giardinieri, ai volontari del servizio civile e agli studenti part-time che quotidianamente ci danno una mano fondamentale nella gestione dell’Orto, abbiamo colto l’occasione della chiusura forzata per poter svolgere diversi lavori di ristrutturazione, sistemando antiche aiuole e ricontrollando i tanti alberi presenti nell’Orto, tra i quali il “Platano di Scopoli”, alto 45 metri e seminato nel 1778 dal naturalista Giovanni Antonio Scopoli. Uno dei mei obbiettivi è quello di catalogare tutte le piante presenti per metterle al meglio a disposizione del pubblico».

di Manuele Riccardi

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