STRADELLA – «SIAMO ANCORA LONTANI DAL NUMERO DI INTERVENTI CHE FACEVAMO NEI MESI SCORSI»

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La Croce Rossa stradellina è da sempre un fiore all’occhiello della cittadina oltrepadana, con un bacino d’utenza che si aggira intorno ai 42.000 abitanti, distribuiti in 29 comuni collocati in un territorio diversificato, che va dalla pianura all’alta collina, oggi rappresenta la maggiore associazione di Volontariato operante sul territorio. Nata nel 1984 con 35 volontari, oggi, ne conta più di 220.  Un altro dato estremamente positivo  caratterizza il comitato di Stradella, la presenza di volontari giovani, come si legge sul sito “al fine 2017 il Comitato di Stradella dispone di n. 226 volontari attivi di cui n. 101 under 32 (Giovani)”. Dal febbraio scorso è stato eletto nuovo Presidente Fabio Bianco, che ha sostituito l’uscente Morini. La sua elezione è arrivata in un momento di particolare “sofferenza” del territorio a causa dell’emergenza sanitaria, «Sono stato eletto il 20 febbraio e subito dopo è cominciato il periodo Covid. Posso dire che ho cominciato in salita…». Dichiara il presidente.

Lei è nel mondo della Croce Rossa da tantissimi anni. Come ha vissuto questo periodo e come lo avete affrontato tutti insieme come Comitato? «Se parliamo del primo periodo del Covid, da fine febbraio a fine aprile, dico che è stato particolarmente difficile, una cosa nuova per tutti. Personalmente sono in CRI da 37 anni e non avevo mai visto niente di simile. Abbiamo dovuto affrontare una nuova tipologia di intervento e ci siamo dovuti confrontare con metodologie diverse, con dispositivi di protezione individuale nuovi. Noi siamo già abituati ad utilizzare i guanti sempre e, in passato, ci è capitato di dover usare la mascherina, ma questa è stata una situazione diversa. Tutte le chiamate che ci arrivavano che erano Covid conclamate o comunque legate a patologie che riconducevano a questo virus ci hanno obbligato a mettere dispositivi come tute particolari, con determinate caratteristiche, calzari, mascherine, guanti doppi, occhiali, visiere. Tutto materiale monouso che va cambiato ogni qual volta si fa un intervento diverso: c’è anche un protocollo per la vestizione che va rispettato e il materiale una volta tolto va messo in sacchi, che poi vanno smaltiti da società che si occupano di rifiuti particolari. E non dimentichiamo la sanificazione dei mezzi: anche per questo c’è un protocollo sia di sanificazione manuale, utilizzando prodotti che vengono indicati da precise circolari di Asst e Areu, sia attraverso apparecchiature dedicate, come gli ionizzatori, cioè sostanze che sterilizzano mediante la produzione di ozono».

La prima difficoltà dunque è stata quella di abituarsi al nuovo approccio negli interventi. Quale altra difficoltà ha caratterizzato il primo periodo dell’emergenza sanitaria, quando si sapeva ancora poco o nulla? «Tolta la prima grossa difficoltà riscontrata di doversi approcciare a una metodica e a materiali particolari che nella quotidianità di prima non si utilizzavano, il periodo di marzo e aprile soprattutto ha visto un numero di interventi mediamente elevato. Noi in provincia di Pavia non abbiamo avuto i “numeri” di Bergamo o di Cremona, ma abbiamo avuto comunque un gran da fare… era anche laborioso trovare gli ospedali dove scaricare i pazienti, quindi non era detto che potevamo utilizzare gli ospedali della nostra zona, ma si andava spesso fuori provincia, con, a volte, tempi di attesa notevoli fuori dai pronto soccorso».

Dal punto di vista di approvvigionamento del materiale avete avuto difficoltà? «Sì. Ci siamo ritrovati tutti a fare riferimento ai canali istituzionali, ovvero alla nostra centrale operativa regionale di Croce Rossa, alla centrale del 118 e altro, ma anche loro nella prima parte dell’emergenza ne erano sprovvisti. Ogni presidente, nell’ambito del suo territorio, si è dovuto dare da fare per contattare direttamente le ditte e cercarne di nuove: dopo un primo periodo non facile, però, ci è stata data una grande mano anche dai privati e da associazioni che acquistavano, attraverso i loro canali, i dispositivi di protezione che noi indicavamo essere quelli necessari in un determinato periodo, come guanti, mascherine, tute. La tranquillità abbiamo iniziato a vederla intorno a metà/fine aprile. Poi abbiamo riposto un po’ di materiale perché i casi Covid sono diminuiti nei mesi successivi, da maggio ad agosto. Adesso però ci ritroviamo ad affrontare la seconda ondata, purtroppo…».

Siete tornati operativi come nella prima ondata? «Numericamente devo dire non siamo ai livelli di marzo. Siamo ancora lontani dal numero di interventi che facevamo nei mesi scorsi. Ne stiamo facendo diversi, ma non come prima. Anche perché questa seconda ondata si sta manifestando con caratteristiche diverse».

Cioè? «Adesso si fanno più tamponi e si vanno ad identificare i portatori sani, ossia gli asintomatici, che noi non vediamo perché non siamo noi a trasportarli nelle strutture, e magari restano nelle proprie abitazioni a fare la quarantena».

Oltre al dover affrontare l’emergenza  vi occupate anche del “dopo”. In che modo? «è un aspetto che non sempre viene preso in considerazione, ma la parte socio-assistenziale è molto importante. Noi abbiamo dato continuità, anche nei mesi estivi, al fatto di portare pacchi con generi alimentari alle persone in difficoltà e abbiamo sempre dato un aiuto concreto ai bisognosi. Abbiamo dato spesso anche un soccorso di tipo psicologico, soprattutto per le persone anziane. è un lato del nostro lavoro che forse rimane più sommerso e non viene considerato, ma è molto importante. A volte ci piacerebbe che quello che facciamo venisse riconosciuto un pochino di più: chi ha scelto, come me, di occuparsi di questa associazione da così tanti anni, lo fa senza cercare secondi fini o ringraziamenti da qualcuno. Di solito le soddisfazioni ce le portiamo a casa direttamente dagli utenti».

di Elisa Ajelli