Varzi – “Coltivo la patata di Pietragavina, una varietà che sarebbe andata persa”

413

«Ritengo che questo anno in lockdown abbia segnato molto le persone, forse ci stiamo accorgendo che ognuno di noi dovrebbe avere un posticino tranquillo in cui “sporcarsi le mani”. Spero che le persone si siano rese conto quanto avere del terreno possa valere e dare». Questo è quanto afferma un giovanissimo agricoltore, Andrea Livini ,che ha deciso di fare l’imprenditore agricolo partendo da zero, con grande passione in un piccolo paese collinare dell’Oltrepò Pavese, Pietragavina. L’abbiamo intervistato per capire meglio la molla che ha fatto scattare il suo progetto.

Andrea, lei è nato qui in Oltrepò? «Diciamo che sono stato abituato a viaggiare fin da piccolo per motivi di lavoro di mio padre, ho infatti fatto 4 traslochi durante la mia infanzia e vissuto i primi 4 anni di elementari a Londra. Io sono nato a Mantova ma sono sempre venuto a Pietragavina nel periodo estivo o invernale per le vacanze. La mia famiglia (da parte di mia mamma) è originaria di questa zona, mia nonna è nata proprio nella casa dove ora risiedo».

Vuole raccontarci come nasce la sua passione per la coltivazione della terra? Proviene da una famiglia di agricoltori? «Per mia sfortuna no, non provengo da famiglia di agricoltori. Dico per sfortuna perché molte cose sarebbero state più semplici se avessi avuto della terra di famiglia! La mia passione nasce forse da mio nonno, dopo scuola mi portava, quando ero a Mantova, sul seggiolino della bici in giro per le aziende agricole della zona. Abitavamo a Borgo Virgilio e passavamo intere giornate dentro le stalle a vedere cosa succedeva e come funzionava tutto quanto. Da li è nato un po’ tutto, andavo tutti gli anni alla fiera agricola di Gonzaga, per me era un sogno, attendevo settembre solo per quello. Mi sono appassionato alla meccanica agricola in modo particolare negli anni successivi, volevo capire come funzionavano gli attrezzi, cosa servivano, come si dava da mangiare agli animali, da dove veniva fuori quello che si compera al supermercato. Poi nel 2009 (eravamo residenti a Milano all’epoca) mio padre ha acquistato il primo terreno qui a Pietragavina, era un bosco, letteralmente sommerso da rovi, sassi, arbusti… L’abbiamo bonificato e reso nuovamente coltivo creando il primo frutteto. Mio padre non sapeva nulla di agricoltura o di potatura delle piante, abbiamo sempre imparato insieme, sbagliando. Ma fin da subito ha visto il potenziale nel creare il frutteto con piante di varietà antica, cioè piante che non hanno bisogno di molte cure essendo resistenti a virosi e patogeni molto più delle specie attualmente in commercio. In modo particolare la pomella genovese che è la mela dell’ Oltrepò Pavese. Questa scelta dettata dal fatto anche che non potevamo venire tutti i giorni a controllare le piante, abitando comunque fuori zona. Quindi diciamo che da quel primo terreno abbiamo iniziato tutte le sperimentazioni, a livello famigliare, dalle patate, ai fagioli, fragole, zafferano, insomma per vedere cosa andava bene e cosa no. E io ero sempre più dentro l’ottica del crearmi qualcosa di mio, fin dai 14/15/16 anni. Sono sempre stato un ragazzo sportivo, facevo pallanuoto a Pavia e andavo nel tempo libero in mountain bike, scoprendo anche casualmente il bike park di Caldirola e Pian del Poggio. Gli anni del liceo quindi sono stati un misto tra gare e una piccola gestione delle coltivazioni, quasi tutti i weekend venivo su in famiglia e stavo nel mio piccolo angolo di paradiso. All’età di 19 anni, sempre grazie ai miei genitori, sono diventato proprietario di circa 3 ettari di terreno seminativo, un campo che era incolto da oltre 30 anni. Me lo sono messo a posto io praticamente a mano e con pochi attrezzi, é ancora “work in progress” ma decisamente meglio di prima. A maggio del 2019 ho aperto ufficialmente l’azienda agricola. Ripensadoci ora sembra passato tantissimo ma in realtà é stato solo 2 anni fa, ho imparato più cose in questi due anni che in tutti gli scorsi di scuola e studi».

Quale percorso di studi ha intrapreso? «Ho frequentato il liceo scientifico “Copernico” a Pavia, e ora sto finendo gli studi universitari nella facoltà di Scienze e Tecnologie Agrarie a Milano. Creare un’azienda da zero non è facile, non mi vergogno di dire di essere indietro per la laurea. Se vi state chiedendo perché non ho aspettato la laurea, il motivo é semplicemente: la vita. Mi sono accorto che la voglia di intraprendere da subito un percorso da zero lavorando per me era maggiore rispetto al restare sui libri ancora un paio d’anni per poi, a prescindere, partire da zero. Ho allora deciso di dare la priorità all’apertura della azienda e proseguire con gli studi in parallelo. Una scelta che mi ha dato conferma di cosa voglio fare nella vita, quali siano le mie convinzioni e priorità: penso che molte cose per il mio mestiere si imparino facendo e sporcandosi le mani, piuttosto che con la testa sui libri».

Perché ha scelto un piccolo paese come Pietragavina per fare della sua passione un vero e proprio lavoro? «Ho scelto Pietragavina perché è sempre stata la mia seconda casa, in un territorio, l’Oltrepò, a cui io tengo e che ho sempre apprezzato moltissimo. Dal clima, ai paesaggi, ai prodotti tipici, alle attività che puoi fare. Ho sempre avuto la passione per la mountain bike come dicevo prima e approfitto per ringraziare i ragazzi di Pian del Poggio in modo particolare perché negli ultimi anni stanno tenendo corsi e guide sulle montagne della zona, oltre a gestire un bike park stupendo! Pietragavina ha del potenziale inespresso che sono sicuro di riuscire a riportare a galla e in vita. Fino agli anni ‘80 era la meta estiva dei pavesi, piacentini, forse anche qualche alessandrino. C’era la discoteca “Kiwi”, la val Trebbia a 40 minuti di auto, il castello, la pineta, i boschi, la riserva naturale del monte Alpe, sagre e feste…».

Quali difficoltà ha incontrato, per l’avvio della sua azienda? Ritiene che i giovani in questo territorio siano più penalizzati rispetto ad altre zone di pianura? «La difficoltà più grossa è stata la terra. Semplicemente non ne avevo abbastanza, per avviare un’azienda bisogna stare dentro determinati parametri e numeri, semplice per chi ha ettari magari già di famiglia o semplicemente accorpati insieme, complicato per chi parte da zero. Specialmente in zone rurali e svantaggiate come la mia dove i pochi terreni a corpo unico che ci sono se li dividono in più proprietari. Un’altra bella sfida, che tuttora sto cercando di superare, è stata la burocrazia. Nessuno a scuola ti spiega come pagare una bolletta, come pagare le tasse, come denunciare prodotti o servizi che offri, che cos’è l’agenzia delle entrate, cos’è l’iva, come varia… potrei andare avanti all’infinito. Io mi reputo una persona che ama lavorare, non c’è niente da fare, fatico di più a stare in vacanza 5 giorni, ho bisogno di fare, di tenere la mente allenata a risolvere problemi e migliorarmi continuamente. Ho fatto il bagnino durante i primi due anni universitari e ho imparato molto: ho imparato cosa vuol dire avere degli orari di lavoro, cosa vuol dire avere uno stipendio, ed è stata la mia prima vera esperienza nell’ambito fiscale alla fine. E dovevo mettermi da parte qualche soldo per la mia futura attività, questa era l’idea! Lascio per ultima la sfida del terreno e del clima, dato che come me, tutti gli agricoltori devono fronteggiarlo. Quest’anno in modo particolare l’estate sembra un miraggio… specialmente qui a 900 metri sul mare. Il terreno invece é molto diverso dalla pianura, non hai appezzamenti regolari e in piano, raccogliere le patate in discesa va bene, in salita é più faticoso!».

Su quali coltivazioni ha puntato per la sua azienda? «La mia azienda si basa al momento sulla produzione delle patate di montagna (pasta bianca e gialla), e la differenza fondamentale rispetto a quelle classiche del supermercato è prima di tutto l’assenza totale da sostanze chimiche sia in fase vegetativa della pianta, sia in fase di conservazione, perché infatti le patate da commercio sono piene di anti – germoglianti, in cui si trovano metalli pesanti. Esistono anche prodotti più naturali, ma danno meno conservabilità. E da questo punto mi collego alla seconda differenza fondamentale che è il metodo di coltivazione: in pianura si irrigano le patate a dismisura, per farle ingrossare il più possibile. Io non dò acqua, non ce n’è bisogno, d’estate da me si arriva forse ai 30/32 gradi a luglio nel mezzogiorno (cambiamenti climatici a parte), il terreno rimane sempre fresco e umido. Questo poco apporto di acqua mi permette di mangiare le patate che raccolgo ad agosto fino a marzo/aprile dell’anno dopo. Ovviamente con qualche germoglio, che basta togliere a mano. E se siete appassionati di gnocchi, queste patate non vi si appiccheranno mai al palato, sempre per i motivi citati sopra delle irrigazioni. Oltre alle patate produco zafferano puro in stimmi, coltivazione non affatto semplice per il clima, ma si é adattata bene per i terreni sciolti che ho e la loro forte pendenza, in quanto soffre molto i ristagni idrici. Come dicevo prima ho anche un frutteto di piccole dimensioni con varietà di mele antiche, dalla Renetta Champagne, alla Decio, Limocella, Pomella Genovese, Mela Ruggine. Ho creato due diversi sesti di impianto dopo che questo inverno, per l’eccessiva nevicata ho subito la perdita di 120 piante circa, danneggiate irrimediabilmente dai caprioli affamati che hanno completamente rosicchiato la corteccia. Diciamo che quindi sono un po’ ripartito da capo con il frutteto. Sto intraprendendo da un anno anche l’attività di apicoltura, principalmente come salvaguardia delle api e impollinazione per le piante che ho. Produco ortaggi a livello famigliare ma coltivo anche fagioli, apprezzatissimi anche dai ristoranti, di una varietà sempre persa ma friulana. Sono fagioli tipici delle zone montane della val Resia, crescono fino a 2,5 m di altezza e creano questi legumi di 4 colorazioni diverse, dal viola, al rosso al bianco e marrone, molto farinosi e morbidi in cottura, con rapporti proteici altissimi. Sto cercando sempre con l’Università di Pavia di recuperare fagioli nostrani per gli anni prossimi».

Proprio in questi giorni ha seminato una varietà di patata che rischia l’estinzione, la patata di Pietragavina, dimostrando una ricerca e attenzione per la biodiversità, vuol dirci qualcosa di più? «Questa é una bellissima storia che spero di riuscire a riassumere e trasmettere nel migliore dei modi: questa patata risale ai primi del ‘900, se non anche prima, i tuberi venivano tramandati in famiglia dai nonni del sig. Dino Guidi (faccio riferimento al libro “Varietà agronomiche lombarde tradizionali a rischio di estinzione” e al professor Graziano Rossi della facoltà di scienze naturali di dell’università di Pavia), testimone e anche mio parente alla lontana! Infatti il sig. Dino é cugino di mia nonna, mi sento quindi il custode di una varietà che sarebbe probabilmente andata persa, originaria della mia famiglia e del paese. È una varietà molto tardiva, si raccoglie dopo ferragosto, é una patata a buccia rossa e pasta gialla che si presta molto bene in tutto, dalla frittura agli gnocchi, i tuberi sono di medie/piccole dimensioni. La biodiversità é per me sinonimo di natura, non esiste infatti un campo con solo piante uguali, siamo solo noi che a livello produttivo preferiamo avere “tutto uguale”. Specialmente per zone difficili come la mia le varietà antiche sono un tesoro nascosto da riscoprire, perché sono loro le vere varietà resistenti naturalmente, perché adatte al clima da cui provengono. Salvaguardare la biodiversità significa proteggere la natura e le varietà più speciali ed uniche rispetto ai prodotti che troviamo al supermercato. È forse un’azione apparentemente semplice ma alquanto importante perché, oltre a proteggere le diverse specie, facciamo del bene anche a noi consumatori nel prediligere prodotti non trattati. Aggiungo che ho avuto letteralmente una manciata di patate da piantare, mi ci vorrà del tempo per poterle vendere e avere produzione, al momento tutto é in fase sperimentale».

Il lavoro dell’agricoltore è molto duro anche se oggi viene molto aiutato dai mezzi per la lavorazione, richiede dedizione e passione ma dà anche grosse soddisfazioni. Si sente orgoglioso dei risultati ottenuti? «Io penso che sia un lavoro faticoso, e pericoloso. Molte persone non se ne rendono conto, ma specialmente in montagna, sbagliare una manovra può portare a grossi incidenti. Io penso sempre che se ti piace un lavoro lo fai senza quasi fatica, la vera bellezza dell’agricoltura é la sensazione del piantare un seme che poi coltivi, allevi fino alla sua maturazione. Sta molto nelle tue mani, una sensazione bellissima che ritengo tutti gli agricoltori provino, come anche il saper interpretare i segnali di bisogno o di cure. Ho sempre ritenuto che noi agricoltori siamo un po’ tutto: da meccanici, biologi, climatologi, medici delle piante, imprenditori. Altra grandissima soddisfazione é vedere le persone che ritornano e si affezionano a te, la tua idea, i tuoi principi, al tuo prodotto. È qualcosa di impagabile! Oggi poi siamo aiutati molto dai mezzi, dagli smartphones e app per la gestione aziendale fino alle macchine agricole, ma io vi garantisco, sulla mia pelle, che ogni giorno, 365 giorni l’anno, c’é sempre qualche intoppo! Dal più piccolo al più grosso, c’é sempre qualcosa, ti porta a ragionare molto per trovare soluzioni anche in poco tempo, questo lo ritengo davvero un aspetto straordinario, non ci si annoia mai».

In questo periodo molti giovani appassionati di agricoltura e allevamento sono intenzionati ad intraprendere  progetti per il loro futuro in campo agrario. Ritiene che le istituzioni agevolino adeguatamente i giovani in questo settore? «Ritengo, come ho detto prima ,che ci sia una grossa carenza nell’insegnamento più vero ed utile che ci sia: come vivere. So bene che non sia facile, per nulla. Per quanto riguarda invece agevolazioni in campo economico diciamo che dalla mia esperienza viene ancora premiato “chi ha già”. Non che non ci siano bandi o fondi per iniziare una propria attività, ma che questi siano difficili da aggiudicarsi. Inoltre dovrebbe esserci davvero una valutazione più grossa per i prodotti di montagna e soprattutto biologici».

Quali sono i suoi progetti futuri? Quali sogni vorrebbe realizzare? «Progetti futuri sono l’ampliamento dell’azienda, sperimentazioni nuove su varietà locali e antiche, provare ad implementare la Luffa, che é una specie di zucchina, ma non si mangia, e se ne ricava una spugna 100 % naturale, atossica e compostabile, una promessa personale sul tenere a parità di importanza la produzione e la qualità, collaborazioni con associazioni quali “Adolescere” per sensibilizzare i bambini sulla campagna, promozione del territorio. Da qui anche il significato del logo e di Pietra Viva, rendere Viva Pietragavina, rappresentata inoltre dal sasso sorretto dalla formica (io) con sopra ciò che coltivo. Il problema però é che vogliamo sempre troppo dal terreno. Spero in futuro più sostenibile e cauto sui consumi, non é possibile che a maggio 2021 l’Italia abbia già esaurito tutte le risorse consumabili per quest’anno, “l’overshoot day” é ogni anno più anticipato.  Deve essere prodotto cibo buono e di qualità, rispettando tutti i cicli fisiologici e biologici delle piante. Questa qualità deve avere un valore, ci si focalizza sempre e solo su cose materiali, invece di pensare ad acquistare l’ultimo modello di telefono, perché non spendiamo qualche euro in più per comprare locale e di stagione? Per la produzione alimentare del settore primario oggi si é chiamati a scegliere su cosa puntare tra quantità e qualità. Io prediligo in primis la qualità dei prodotti che andremo a mangiare, é un investimento che si fa dalla semina fino al consumo finale. Questo senza dubbio richiede più tempo, più attenzioni, più risorse ma é anche un investimento su un futuro migliore, sia per la Terra sia per le generazioni future. Noi siamo quello che mangiamo. Ogni singolo consumatore dovrebbe provare a vedere sul campo la differenza tra una coltivazione intensiva e una biologica, forse rimarrebbe più colpito per la sua salute ed inizierebbe a fare scelte migliori nei suoi acquisti. Mi auguro che queste mie parole arrivino soprattutto ai giovani – coetanei o addirittura più piccoli – affinché possano proseguire con questa prospettiva da ora in avanti .Concludo dicendo a tal proposito che se siete curiosi di vedere cosa faccio e come lo faccio, potete venirmi a trovare sul posto, potrete apprezzare con i vostri occhi quanto valore ancora da scoprire si cela tra le montagne dell’Oltrepò Pavese, mentre se avete poco tempo mi trovate anche su You Tube, sul mio canale, ogni venerdì alle 18:30. Per quanto riguarda i sogni, sto già vivendo il mio, ma come dico sempre: sono un contadino di montagna… sogno più in alto».

di Gabriella Draghi

Articolo precedenteVoghera – «Quando hai un sogno vivi in funzione di quello»
Articolo successivoStradella – “Nidi Gratis” è un aiuto concreto per chi ha bambini piccoli