VARZI – «DA 87 ANNI L’AMORE PER IL NOSTRO NEGOZIO NON SI È MAI AFFIEVOLITO»

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Proseguiamo il nostro percorso tra le attività storiche segnalate da Regione Lombardia. Rimaniamo a Varzi, dove ci eravamo lasciati l’ultima volta con Fiori Obertelli, cambiando totalmente categoria merceologica. Protagonista di questo approfondimento, infatti, è Morelli calzature e abbigliamento, ad oggi nelle mani della titolare Laura Morelli. Il negozio compie quest’anno 87 anni. Ripercorriamo insieme alla titolare la storia dell’attività, in continua evoluzione fin dalla sua nascita: la novità più recente è la prossima apertura di uno shop online.

Laura, facciamo un tuffo nel passato. Com’è nata Morelli calzature e abbigliamento? Chi l’ha fondata e quando? «L’attività è nata nel 1933 grazie a mio nonno Giorgio, come negozio di scarpe da lavoro. Nel primo dopoguerra sono state introdotte le scarpe eleganti, da donna e col tacco; finché, negli anni ‘60, mio papà Tino e mia mamma Lina – giovanissimi – aprono il negozio che abbiamo ancora adesso. Quegli anni sono stati fantastici per l’attività: ha ospitato brand molto importanti per l’epoca e il lavoro era tanto. Si sono evoluti nel mondo della calzatura andando a vedere i primi eventi a riguardo, per poi inserire anche la pelletteria. Nel 1990 il negozio è passato a me ed ho deciso di affiancare ai nostri prodotti anche l’abbigliamento, per rendere la nostra offerta più interessante e completa. Da quest’anno anche mio figlio Lorenzo mi ha affiancata in negozio e stiamo pensando di un aprire uno shop online, anche alla luce delle esperienze della quarantena».

A proposito, come avete trascorso quel periodo? «La chiusura è stata devastante. All’inizio l’abbiamo presa proprio male. Aldilà del fattore economico, abbiamo dovuto rinunciare per un lungo periodo a quella che per noi è una seconda casa: io sono cresciuta in quel negozio, così come i miei figli. Anche quando sono nati non ho mai rinunciato a tenere aperto. è sembrato surreale non poter essere in negozio per 67 giorni quando di solito facciamo il possibile per non chiudere nemmeno per ferie. Comunque ci siamo fatti forza, ci siamo sostenuti reciprocamente per uscire dall’amarezza che ci aveva colti e abbiamo cercato di tornare ad una pseudo-normalità, non appena la legge lo ha consentito, organizzando delle consegne a domicilio un giorno alla settimana, di venerdì, a chi ce le richiedesse».

Chi lavora, oggi, in negozio? «Attualmente ci lavoriamo io, mio figlio e una nostra dipendente; mia mamma, nonostante non sia più giovanissima, ha sempre amato allestire le vetrine del negozio e dare un tocco artistico, per cui partecipa sempre attivamente alla loro preparazione, dicendo cosa va bene o meno – è un po’ la nostra consulente in merito».

Qual è, secondo lei, il vostro maggior punto di forza? «Sicuramente è l’amore che proviamo per la nostra attività e che spero venga percepito anche dai nostri clienti. è una passione che dura da 87 anni e non si è mai affievolita. Mandare avanti un negozio in proprio non è sicuramente facile, ma l’affetto è tale da far svanire la fatica. Questa è la nostra caratteristica particolare, ma credo che, in generale, la forza dei piccoli negozi sia l’accoglienza calorosa che si crea naturalmente».

Come fa un’attività di paese come la vostra ad affrontare la concorrenza delle grandi aziende low-cost, facilmente reperibili e con un ricambio di merce pressoché settimanale? «Il motivo è quello di prima, o meglio, una sua conseguenza: abbiamo una clientela affezionatissima, che noi accogliamo e trattiamo come amica – perché lo è. Mi sono sentita dire tantissime volte “Ho comprato da tuo papà le scarpe per il mio matrimonio” oppure “Per questa cerimonia ho preso un abito qui da voi”. Capire che noi e la merce che vendiamo costituiamo un ricordo positivo nella mente delle persone è l’esperienza più appagante di questo lavoro. Sebbene i marchi con tantissimi capi e prezzi bassi che si trovano nei centri commerciali siano una soluzione molto veloce ed economica, non creano un rapporto con l’acquirente, non lo conoscono, non lo guidano all’interno del negozio. E, di certo, quasi mai mantengono livelli di qualità pari ai nostri standard».

Per un periodo, durante la quarantena, le spedizioni di merci non essenziali si sono bloccate, per poi ricominciare dopo poco, senza che però i negozi fisici potessero riaprire. L’e-commerce, anche in tempi non sospetti, è un’opzione di acquisto che danneggia molto i negozi di paese come il vostro? «Per quel che riguarda me, molti clienti ci hanno chiamati e, come dicevo prima, non appena è stato possibile abbiamo subito organizzato delle spedizioni a domicilio. In generale il mio è un settore in cui è preferibile che i prodotti vengano visti dal vivo, toccati e provati, per cui in circostanze normali non saprei dirle quanto l’online danneggi i negozi fisici. Nel periodo del lockdown il danno maggiore è stato dovuto all’assenza di cerimonie, secondo me. Per non parlare dello smart working: logicamente se lavori in casa tua davanti al computer stai in tuta e ciabatte, o comunque vestito comodo, quindi non hai bisogno di comprare vestiti o scarpe nuove da mettere magari in ufficio o per fermarti a pranzo fuori».

Restando in argomento e-commerce: avete intenzione di aprire uno shop online, ancora oggi risorsa abbastanza rara per un negozio di paese. Può approfondire? «Stiamo muovendo i primi passi cercando di puntare sui social: abbiamo una pagina sia su Facebook che su Instagram, ma abbiamo visto che quest’ultima è seguita più volentieri. Perciò quasi giornalmente pubblichiamo contenuti, informazioni e foto dei prodotti, in modo da offrire alla clientela una vetrina virtuale sempre aggiornata e a sua disposizione in ogni momento, in ogni luogo. Abbiamo poi intenzione di creare un nostro sito internet dedicato che, tra le altre cose, conduca proprio al nostro profilo Instagram, al quale affiancheremo lo shop online vero e proprio. Credo molto in questo progetto perché la nostra attività è sempre stata incline al miglioramento di sé e al cambiamento; ogni generazione ha lasciato la propria firma: mio nonno ha dato inizio a tutto, i miei genitori hanno diversificato la tipologia di calzature, io ho introdotto l’abbigliamento e, oggi, la generazione dei miei figli introdurrà l’e-commerce».

di Cecilia Bardoni