“VARZI È ANCORA LA “CAPITALE” DELLA VALLE STAFFORA”

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Diceva Calamandrei che “gli avvocati non possono permettersi il lusso di essere malati: ci sono in giuoco gli interessi dei clienti, e i termini che scadono”! Deve saperlo bene chi, pur essendo cresciuta in una famiglia di medici, di professione fa proprio l’avvocato, e svolge i propri compiti con la massima passione. Quella passione che fa scorrere “l’adrenalina nelle vene” ogni volta che il giudice pronuncia l’assoluzione per un cliente, oppure decreta la vittoria in una causa. Claudia Marenzi risponde a questo identikit. Avvocato di successo, ma soprattutto Varzese DOC: l’abbiamo incontrata per una chiacchierata che ha spaziato dai ricordi di famiglia alle questioni professionali. Passando per il legame, forte, con il territorio che le ha dato i natali e nel quale vive tuttora.

Avvocato, la sua una famiglia storica di Varzi ed una famiglia tutta impegnata in campo sanitario, a partire da suo nonno, poi suo padre ed i fratelli di suo padre. Lei ha fatto tutt’altra scelta. Come la prese suo padre? «Grazie per la famiglia “storica”, ma altre lo sono non di certo la mia, perché i Marenzi (famiglia di mio papà) sono approdati a Varzi poco prima della seconda guerra mondiale con mio nonno Gino che medico condotto a Romagnese aveva ottenuto il trasferimento a Varzi, mentre suo fratello Mario è stato sempre medico condotto a Zavattarello, ove la sua condotta era stata prima che a lui assegnata al mio bisnonno Marenzi Faustino, mentre i Palli (famiglia di mia mamma) erano quelli che hanno fondato la Fornace Palli Secondo & Figli di Varzi e le loro origini erano svizzere (Pura in Canton Ticino). Mio padre mi ha letteralmente imposto di frequentare il liceo classico a Voghera poi mi ha lasciato libera di scegliere, lui era anche dentista, ma io ho il terrore del sangue e questo mi precludeva, secondo me, gli studi di medicina e l’esercizio della professione che ne sarebbe conseguita. Ho scelto giurisprudenza perché era un corso universitario più breve di altri e perché pensavo che gli studi classici mi avrebbero agevolato negli studi. Al diritto, meno alle procedure, mi sono appassionata subito, studiandolo e frequentando le lezioni universitarie e poi, scegliendo di fare pratica come avvocato, mi sono letteralmente innamorata di questa professione: il fatto di essere riuscita a superare la prova per diventare avvocato a soli 27 anni mi ha agevolato facendomi desistere dall’intraprendere altre professioni o altri mestieri perché io credo nei segni del destino…. evidentemente anche il grande senso di giustizia, che ho sempre avuto, mi ha aiutato… il resto lo hanno fatto le vicende personali dei miei clienti, la creatività che non ti deve mancare e perché no l’adrenalina che mi scorre nelle vene ogni volta che vinco una causa o riesco a far assolvere un mio cliente».

Essere figlia del medico condotto del paese – una vera istituzione – la fa anche “custode” di storie o aneddoti della Varzi dell’epoca. Qualcuno che suo padre le raccontò e che ha voglia di condividere con i nostri lettori? «Mio papà non era medico condotto, era medico della mutua (si diceva così) e dentista e per un certo periodo ha lavorato anche nel vecchio presidio ospedaliero di Varzi, affiancando mio nonno che lo dirigeva e il mitico Dott. Luigi Muzio, l’urologo, che collaborava con loro. Ricordi ne ho tantissimi: al riguardo mi piace ricordare quando mio padre mi chiedeva di accompagnarlo al pomeriggio a fare le visite domiciliari e in quel modo ho conosciuto tantissime splendide persone che mi trattavano come una “principessa”, perché ero la figlia piccolina del loro dottore: spaziando da Bagnaria a Menconico, località dove oltre a Varzi, mio padre teneva gli studi».

Dei varzesi – è assodato da generazioni – si dice che abbiamo un forte senso di appartenenza che a volte sfocia in una sorte di chiusura e di scontro con altre località vicine. Riconosce questo sentimento nella sua generazione o in quella di suo figlio? «Forse nelle precedenti generazioni, perché sia nella mia che, soprattutto, in quella di mio figlio, gli studi e poi il lavoro ci hanno allontanato entrambi per brevi ed anche lunghi periodi (io ho vissuto a Pavia e poi a Voghera) da Varzi, addirittura mio figlio non si è fatto mai mancare viaggi e soggiorni all’estero dai quali, secondo me, ha imparato a vivere come un cittadino del mondo; la mia generazione meno, e come dico sempre io, noi spesso ci sentiamo “limitati mentalmente” dall’idea dei confini, i nostri figli non più e questo è bellissimo, secondo me. è vero, ho sempre ritenuto “goliardici” gli scontri a cui lei si riferisce ma non ci vedevo e tuttora non ci vedo nulla di male se lo spirito era ed è appunto quello goliardico; quello che invece penso non solo dei varzesi ma anche della Valle Staffora in generale è quella mentalità – che purtroppo è stata secondo me il grande limite di tanti di noi – secondo cui se intraprendere iniziative imprenditoriali significa condividere il successo con altri o arricchire anche gli altri, allora preferisco rinunciare. Io non accetto questo modo di pensare perché la vita mi ha insegnato che il lavoro di squadra porta ad ottimi risultati, inimmaginabili per il singolo».

Da varzese doc, dove a suo modo di vedere, negli anni è migliorata Varzi? «No, non è migliorata: io la ricordo come una cittadina in cui avevi tutto… ma allora c’era la Zincor e tantissimi negozi che hanno chiuso, anche se pur con questi grandi limiti, lo so, sono di parte, ritengo Varzi ancora la “capitale” della Valle Staffora perché è riuscita a mantenere i connotati di una cittadina, non di un paese: a Varzi c’è ancora tutto quello di cui uno ha bisogno per vivere bene, senza che debba prendere l’auto per cercare qualcosa altrove: palestre, negozi, ristoranti, bar, ospedale, uffici vari, studi professionali, etc. etc. etc.».

Dove, di contro, è peggiorata? «Varzi non potrà mai peggiorare perché, non so se accade anche altrove nella Valle Staffora, anche le nuove generazioni, come quella di mio figlio, purtroppo costrette a vivere ed a lavorare lontano, se non tutti i week-end, spesso tornano a Varzi perché mantengono qui le loro compagnie: io questo lo ritengo un valore aggiunto di Varzi».

La vede come il punto di riferimento della Valle Staffora come è sempre stata e pensa che negli anni abbia perso un po’ del suo appeal? «La vedo sempre come punto di riferimento della Valle Staffora, ha perso un po’ del suo appeal ma come si fa oggi a non perderlo? Io viaggio per lavoro, Milano, Roma, etc. ma secondo me, anche le grandi città hanno perso oggi un po’ del loro appeal».

Il segnale più incoraggiante che ha colto per il futuro di Varzi negli ultimi anni «Il fatto che vengano avviate nuove attività commerciali e soprattutto già esistano un “call center” ed una Cooperativa che hanno permesso molte assunzioni: quello che a Varzi manca sono un teatro ed un museo storico o delle tradizioni varzesi; d’estate, l’Assessorato competente ha dato vita ad un piccolo cinema all’aperto ed è una lodevolissima iniziativa perchè questi sono i baluardi, secondo me, della cultura, della tradizione e della storia anche nella realtà dei comuni meno popolati, baluardi che non dovrebbero mai mancare sia per una migliore qualità della vita che per il turismo che per le nuove generazioni. Confido moltissimo nella “Greeway” fino a Varzi, i lavori proseguono bene, mi sembra, e nel fatto che finalmente vengano sistemate tutte le strade che portano a Varzi e nelle altre località della Valle Staffora perché possa migliorare, con la prima, l’ecosistema della zona e con entrambi, aumentare l’afflusso dei turisti in Valle Staffora».

Il segnale più preoccupante invece? «Il segnale più preoccupante per il futuro di Varzi sarebbe la chiusura di quel call center, di quella Cooperativa, dell’Ospedale e degli uffici di zona, perché secondo me, Varzi e la Valle Staffora non possono vivere di solo turismo».

Varzi è la Capitale del salame. Qual è la sua opinione in merito: qualità o quantità? «Prima e soprattutto qualità, poi quantità se ciò non avviene a scapito della prima: confido nell’istituzione di una vera e propria Fiera del salame almeno un week-end all’anno con per esempio, il posizionamento di una tendostruttura per la vendita, gli assaggi, etc. ; mi ricordo il successo della Festa della Frutta che si teneva a Varzi quando ero ragazzina…».

Varzi è anche il mitico Carnevale che ha fatto divertire intere generazioni e che ha richiamato trasversalmente gente da ogni dove. Ragionando al di là dell’emergenza sanitaria, come mai il Carnevale di Varzi ha perso un po’ della sua tipicità e attrattività nell’ultimo decennio? «Da “mascherina” io non posso che sostenere che il motivo vada ricercato soprattutto nel fatto che abbiano chiuso il cinema e la sala da ballo Comolli: il fascino del carnevale di Varzi era dovuto alla location… se dicessi che è anche perchè oggi non ci sono più le “mascherine” di una volta… non sarei obiettiva…sarei di parte… se guarda oggi la mia storia su Fb… c’è una mia foto col mitico Campari…(Il Campari era la bevanda alcolica tipica del Carnevale di Varzi ndr) Un nuovo teatro sicuramente aiuterebbe a tornare agli “antichi splendori”».

Suo nonno e poi suo zio sono stati direttori del vecchio ospedale. Come vede lei oggi  “nuovo” ospedale? A suo giudizio è necessario intervenire  riadattandolo? In che modo? «Mio nonno Gino Marenzi ha diretto il vecchio ospedale che era situato dove oggi è sorto l’asilo comunale. Forse la domanda andrebbe fatta a mio zio Vittorio che per anni è stato il primario della Medicina dell’ospedale di Varzi. Quello che penso io? La verità? Io potenzierei il pronto soccorso con la predisposizione di una base per un elicottero fisso a Varzi perché credo molto nel concentramento delle specializzazioni ospedaliere, mentre temo le dislocazioni, ma penso che i pronto soccorsi debbano essere potenziati e che vi debbano essere più mezzi anche di terra, sempre presenti, che trasportino i malati dalle zone periferiche agli ospedali».

Varzi ha conosciuto tanti avvocati illustri, ne ricorda qualcuno in particolare e perché? «Io conosco di nome l’Avvocato Negri, ma penso di non averlo mai conosciuto personalmente: conoscevo le sue figlie e le loro famiglie perché erano amiche di mia mamma. Altro illustre avvocato di Varzi è stato Angelo Giacobone presso cui ho svolto, a Voghera, la pratica: oggi a Varzi siamo in diversi e operiamo tutti anche a Varzi e questa è la dimostrazione che Varzi è ancora viva ed è ricca di studi professionali, non solo legali e questo per me, è un valore aggiunto».

Insieme all’avvocato Marcello Lugano ha redatto una sorta di “Manifesto” sull’incostituzionalità delle leggi anticovid. Come è partita questa idea? «L’iniziativa è partita dall’Avv. Lugano, che conosco da una vita, essendo lui poco più giovane di me anche da un punto di vista professionale e siamo oltre che colleghi, amici anche da lunga data: veniamo entrambi da una scuola in cui ci hanno insegnato, prima delle tecniche di avvocato, i principi basilari del vivere civile, del buon senso oltre che ovviamente le norme di diritto tra le quali spiccano quelle costituzionali e quando ci imbattiamo in decreti come quelli a cui lei fa cenno, che violano diritti tutelati addirittura dalla nostra Costituzione e che in quanto tali, non si possono eludere con siffatti provvedimenti, non possiamo che inorridire ed essere pronti a difendere, noi per primi, la nostra Carta Costituzionale e quindi la libertà, il lavoro, etc. etc. etc.».

Lei è un avvocato di successo, ma prima ancora una donna con grinta ed energia da vendere. Ha mai pensato di entrare in politica? «Non ho mai pensato di entrare in politica, come aveva fatto mio nonno materno, Cipriano Palli, che per anni è stato amministratore provinciale e si era battuto perché restasse il trenino della Voghera/Varzi e poi, dopo la sua soppressione, perché detta strada venisse realizzata a doppie corsie anziché come è rimasta ancora oggi, ma purtroppo anche allora, la sua idea è stata sacrificata per idee meno “nobili” e meno “interessanti” per la popolazione locale ma qui mi fermo, non intendendo polemizzare con nessuno, tanto meno rinvangare il passato. Per quel che mi riguarda, sono stata tentata dal fare il sindaco di Varzi in ben due occasioni in cui me l’avevano richiesto persone amiche: ho rinunciato in entrambe perché essendo io una libera professionista, e pure una mamma, ritenevo che da un lato, l’impegno che metti in queste cariche deve essere totale per il rispetto che devi alla comunità e fare in contemporanea l’avvocato e la mamma avrebbe sicuramente ostacolato un impegno siffatto a danno del Comune e dall’altro lato, ritenevo che quella dedizione totale a quest’ultimo avrebbe potuto, a lungo andare, danneggiare gli interessi dei miei clienti e di mio figlio, a meno che la squadra di cui avrei fatto parte meritasse la mia totale fiducia durante le mie assenze; purtroppo non conoscevo bene i miei compagni di lista, non avevo neppure il tempo di conoscerli meglio e non potevo permettermi di fare queste valutazioni “a posteriori”, rinunciando ad un mandato dopo essere stata eletta. A casa Marenzi mi hanno sempre detto che un medico o un avvocato non dovrebbero mai scendere in politica, io invece ritengo che lo si possa fare ma unicamente se si ha una squadra di cui ci si fida ciecamente e che abbia la tua stessa voglia e passione, perché come ho già detto, credo molto nel lavoro di squadra che dà ottimi risultati quando si è leali l’uno verso l’altro e nessuno prevarichi gli altri per i propri interessi personali o per mania di protagonismo».

di Silvia Colombini