Varzi: “Non sono una scrittrice professionista, scrivo per pura passione”

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Mariacristina Gazzotti oggi è una maestra elementare in pensione che vive a Varzi. Nacque in tempi molto difficili, nel 1942 durante la seconda guerra mondiale, in un paesello di montagna ad un’altitudine di 768 metri nel comune di Varzi, a Santa Cristina, da una famiglia di origini contadine. Ha vissuto la sua infanzia e poi l’adolescenza, in mezzo alla tranquillità della natura, in un’ottica serena e gioiosa per ogni cosa “buona” le potesse capitare, anche se il mondo intero era in subbuglio.
Per ricordare quel lontano periodo felice della sua vita, ha scritto e pubblicato due libri che hanno riscosso un buon successo.
Siamo andati a trovarla nella sua casa di Varzi per conoscere meglio la sua storia.
Gazzotti, c’è un motivo particolare per cui i suoi genitori l’hanno chiamata Mariacristina?
«Fu mio padre a scegliere il mio nome, Maria e poi Cristina per onorare il paese natio, in quanto, Santa Cristina era la santa protettrice di questo paesino sperduto sui monti».
Lei ha scritto due libri, il primo pubblicato nel 2014 e il secondo nel 2019, che raccontano storie di vita vissuta proprio nell’Oltrepò Pavese. Quali sono state le motivazioni che l’hanno spinta a prendere carta e penna e a raccontare un po’ di sé?
«Voglio fare una premessa: non sono una scrittrice professionista, scrivo per pura passione. È stato il forte desiderio di far conoscere i valori, le usanze, le abitudini di un tempo ormai passato che sicuramente i giovani oggi non conoscono. Per esempio, ai miei tempi, alla nonna non si dava del “tu”, non era permessa tale confidenza, quando ci si rivolgeva ai nonni, in segno di rispetto si dava del “voi”. Tante piccole usanze quotidiane che sembrano così lontane ma meritano di essere ricordate. Ecco che il primo libro si intitola “Album di famiglia”, improntato sui ricordi della mia infanzia».
Quanti racconti compongono questo libro?
«Sono in tutto trenta. Parlano di me, dei miei familiari, del paese natio, degli animali che avevamo, dei nostri amici. Anche se a qualcuno sembrerà strano, quando parlo di povertà, non sono triste ma serena. Non avevamo niente, un dato di fatto per l’epoca in cui eravamo ma ci bastava poco per essere felici, eravamo semplici e come tali riuscivamo a trovare un lato positivo nella vita di tutti i giorni. Mentre scrivevo questo libro, dalla mia penna, sono uscite emozioni, ricordi indelebili di avvenimenti speciali e di affetti straordinari incancellabili nel tempo. Sono stata una bambina povera ma felice. Vado fiera della mia infanzia perché sono cresciuta in una famiglia unita dall’amore, che ha contribuito alla mia sicurezza emotiva nonostante i tempi bui».
A chi ha dedicato questo suo primo libro e quale è stata la risposta del pubblico?
«L’ho dedicato a mio marito, ai miei figli, ai miei nipoti affinché sappiano, conoscano la vita della mamma e della nonna, poi, agli amici e ai miei coetanei perché ricordino quei bei tempi passati insieme. La risposta del pubblico è stata più che positiva. Molti mi hanno contattata per dirmi che si sono riconosciuti, si sono ritrovati attraverso le pagine di questo libro. È stato un vero successo tanto che alcune librerie a Pavia lo hanno esposto in vetrina, dandogli il risalto che a mio avviso meritava».
Perché lasciò il suo paese?
«Mio padre mi diceva spesso: “Studia Mariacristina perché la terra è bassa e dura da lavorare”. Così studiai fino a diventare maestra elementare. Ricordo ancora la scuola dove insegnai per la prima volta, a Bralello nel comune di Brallo di Pregola e poiché non ero ancora di ruolo, al termine dell’anno scolastico fui ricompensata con la somma di centomila lire…».
Il suo secondo libro si intitola “Non c’è posto più lontano da qui”, perché?
«Perché è ispirato da una storia veramente accaduta. La protagonista che ho conosciuto e stimato dal profondo del cuore, morta pochi anni fa quasi centenaria, era nativa dell’Oltrepò Pavese. Ho cambiato i nomi e romanzato la storia per renderla interessante ai lettori. Ho ambientato il romanzo in un piccolo paesino collinare, nel lontano 1940, quando la guerra e la miseria camminavano insieme. Per la protagonista si aggiunge un trauma emotivo non indifferente: il rifiuto. Il suo primo amore l’abbandonerà a se stessa in attesa di un figlio che metterà al mondo e crescerà da sola. A quei tempi un figlio illegittimo era una vergogna. Da sola la protagonista ha proseguito un lungo percorso, faticoso, durato tutta la sua vita. Una storia autentica. Le posso dire che effettivamente i miei due libri sono totalmente differenti l’uno dall’altro».
Ci può dire quali progetti ha in mente per il futuro?
«Continuerò a scrivere. Sto pensando a nuove storie da raccontare.
Sicuramente tra qualche tempo ci sarà un nuovo libro… non aggiungo altro, vi lascio la curiosità in attesa che esca».

di Stefania Marchetti

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