VOGHERA – CESARE ROMITI DI LUI DICEVA: «SI FA CAPIRE PERFINO DALLE CASALINGHE»

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È scomparso lo scorso 7 gennaio, e il mondo del giornalismo lo ha salutato con post pubblici, articoli di ricordo, racconti del professionista che fu: Giuseppe (detto Peppino) Turani è stato per decenni un punto di riferimento dell’economia italiana, quello che più di tutti sapeva, e prima di tutti pubblicava. Vogherese, classe 1941, ha esordito sulla carta stampata con “Il Cittadino”, ma è poi passato all’editoria nazionale negli anni Settanta prima a “L’espresso” (dove diventò direttore della sezione Economia e Finanza) e poi a “La Repubblica” (come responsabile della sezione economica). Giornalista aggressivo ma integro, ha fatto scuola a un’intera generazione di cronisti, tra cui un altro noto vogherese, vincitore insieme ai colleghi dell’International Consortium of Investigative Journalists del Premio Pulitzer per l’inchiesta “Panama Papers”: si tratta di Leo Sisti, che lo stesso Turani assunse a “L’espresso” nel 1974. Con lui abbiamo ripercorso la loro collaborazione, per tracciare un profilo di quello che fu il braccio destro di Scalfari, l’uomo che con le inchieste sue e dei suoi redattori ha scrollato il giornalismo italiano dal torpore degli anni Settanta.

Quando vi siete conosciuti lei e Peppino Turani? «Quando è difficile a dirsi perchè Voghera è una città piccola, e ci si conosce un po’ tutti da sempre. Questo era anche il caso nostro: Giuseppe era più grande di me, e quando io ho cominciato ad affacciarmi nel mondo del giornalismo lui era già un reporter affermato a Milano. Però lo ricordavo bene nel suo periodo vogherese: insieme ad altri personaggi noti (uno su tutti Alberto Arbasino, morto poco meno di un anno fa) aveva dato vita a una rivista locale di ottimo livello, raffinata e interessante: “Il Cittadino” fu un’esperienza di breve durata ma capace di lasciare il segno nella realtà provinciale, attorno alla quale è cresciuto un bel gruppo di intellettuali. Io sapevo perfettamente chi fosse Turani, dunque, ma anche lui doveva avermi notato, perché mi contattò personalmente il giorno in cui fu incaricato di assumere nuovi giornalisti per la sezione “Economia e Finanza” de “L’espresso”».

Cosa le disse? «Che aveva letto i miei articoli su “Successo”, il mensile per cui lavoravo all’epoca durante il periodo del praticantato. Mi disse che ero bravo, e che gli sarebbe piaciuto avermi nella sua redazione: mollai immediatamente la mia rivista e andai a scrivere per lui insieme ad altri due colleghi (Gianfranco Modolo e Mario La Ferla, provenienti rispettivamente dall’agenzia Radiocor/Reuter e dal quotidiano “Il Fiorino”) riconoscendo immediatamente che si trattava di un’occasione d’oro. Turani, è il caso di ricordarlo, aveva ricevuto l’incarico da Scalfari, con cui quello stesso anno (il 1974) pubblicò “Razza Padrona”, un libro che ha fatto epoca. Erano entrambi maestri, e anche se insieme abbiamo lavorato per poco tempo (fino al 1976, poi Turani ha seguito Scalfari a “La Repubblica”) ho imparato moltissimo da loro».

Di cosa vi occupavate? «Di inchieste economiche. Parlavamo di borsa e di finanza, tenevamo gli occhi aperti sui movimenti delle imprese e delle banche, raccontando dall’interno quello che succedeva nel mondo degli affari. Avevamo fonti dappertutto, ed eravamo gli unici insieme a Panorama (con cui la competizione era agguerritissima) a fare davvero il nostro mestiere. I quotidiani dell’epoca avevano un rapporto accondiscendente con il potere (pubblico o privato che fosse) e tanti nostri colleghi praticavano il cosiddetto giornalismo “seduto”, quello che si fa alla scrivania. Noi invece facevamo domande e consumavamo le suole delle scarpe, e non ci spaventavamo certo di fronte a una minaccia o a una querela».

Lo scoop a tutti i costi. «Direi piuttosto la verità a tutti i costi. E non è una frase mia, ma dello stesso Turani. Gliela sentii pronunciare qualche giorno dopo l’uscita di un’inchiesta che avevo firmato io stesso sulla Zanussi di Pordenone. In seguito a quell’articolo l’azienda aveva ritirato qualche milione di lire di pubblicità dal nostro giornale, e per questo fummo convocati entrambi dal responsabile del settore. Turani non si fece minimamente intimidire: gli disse “noi siamo cani da guardia, questo è il nostro lavoro, e anche se perdiamo la pubblicità, guadagniamo qualcosa di molto più importante: la credibilità”. Fu lui a insegnarmi che l’immagine e la reputazione sono ciò che tiene in piedi un giornale, perché più le persone lo reputano serio e più lo comprano. La sua teoria era fondata, perché in quegli anni “L’Espresso” (complice anche il passaggio dal formato lenzuolo al formato tabloid) ebbe un’incredibile esplosione di vendite».

Avrete fatto arrabbiare parecchia gente. «Altroché, ma la scuola di Turani e Scalfari mi ha insegnato a gestire le situazioni delicate. Le nostre inchieste riguardavano gente potente, che maneggiava miliardi come fossero caramelle. Le querele piovevano con estrema facilità, motivo per cui noi dovevamo essere sempre più che certi delle nostre affermazioni. Non si scriveva una riga senza i documenti alla mano, ne andava della nostra sicurezza e di quella delle nostre fonti. Turani ci dava le indicazioni, poi leggeva i nostri articoli e, se non andavano bene, ce li faceva riscrivere da capo. Aveva un’attenzione maniacale per i dettagli. L’insegnamento, ad ogni modo, è stato prezioso: ho ricevuto oltre cento querele in trent’anni a “L’Espresso”, ma ho sempre avuto le carte in regola per vincere in tribunale».

Tra le persone potenti di cui parlavi c’era anche Sindona. «Lui e molti altri. Ma quella di Sindona è una vicenda che ha fatto storia, perché lui e Roberto Calvi sono stati i primi a capire quali possibilità di guadagno (illecito, s’intende) offriva a chi ne conosceva perfettamente i meccanismi. Sindona lo intervistai due volte mentre era latitante a New York, e ci usò per mandare dei messaggi ricattatori chiarissimi alla Democrazia Cristiana. Ricordò ai vertici del partito il denaro con cui li aveva finanziati in vista del referendum abrogativo sul divorzio, e questo scatenò un bel putiferio. Ma ce ne furono tante altre di inchieste di questa portava, Turani stesso e Scalfari in quegli anni si stavano occupando della Montedison di Eugenio Cefis, una storia di intrighi d’alto rango (furono coinvolti ministri, segretari di partito, finanzieri, banchieri, corruttori di professione, agenti di cambio e avventurieri) che è poi diventata un libro epocale: “Razza padrona”, appunto, che nel 1974 è valso ai due autori il “Premiolino”».

Che rapporto aveva Turani con Voghera? E che rapporto aveva la città con lui? «Potrei dire in entrambi i casi di amore e odio. Lui spesso tornava nella sua città natale, si incontrava con gli amici de “Il cittadino” come Giovanni Maggi, e quando usciva un libro nuovo lo presentava anche a Voghera. Ma con il tempo le visite sono diminuite, e tutti coloro che orbitavano attorno a lui (amici, colleghi, fonti) lo incontravano a Milano, in un localino vicino casa sua. Quanto alla città, l’ha trattato come ha sempre fatto con tutti coloro che l’hanno lasciata nel corso del tempo: con un atteggiamento accusatorio. Come se decidere di vivere altrove per poter raggiungere i propri obiettivi costituisse uno sgarbo. E invece, il più delle volte, è proprio una necessità».

Che altro ricorda di Turani? «Che era un fulmine, scriveva a una velocità stupefacente. Seimila, settemila cartelle in venti minuti, e sempre brillanti. Il suo stile era inconfondibile, ma soprattutto era chiarissimo: pur parlando di inflazione, di scalate, di azioni e speculazioni, gli articoli di Turani erano sempre perfettamente comprensibili da tutti. Una volta Cesare Romiti, amministratore delegato della Fiat, aveva detto “Turani si fa capire perfino dalle casalinghe”, ironizzando sulla famosa casalinga di Voghera. E non era una battuta: lo stile narrativo di Peppino (lo stesso con cui impostò tutto il nostro lavoro a “L’Espresso”) era semplice, sobrio e ironico, e si leggeva con facilità anche se l’argomento era ostico. Come riuscisse a farlo trovando uno scoop dietro l’altro e pubblicando anche decine di libri, rimane uno dei grandi interrogativi della sua carriera, continuata a Repubblica (dove divenne prima responsabile delle pagine economiche e poi direttore del supplemento settimanale “Affari e Finanza”) e infine a “Uomini e business”, la rivista da lui fondata che scriveva (manco a dirlo) quasi tutta da solo».

  di Serena Simula