Voghera – «Ci ho visto lungo su Andrea, sentiremo parlare di lui»

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Se c’è una cosa che la pandemia dovrebbe aver insegnato a tutti noi, questa è l’importanza di saper resistere. Proprio chi in un contesto così ostile ha saputo mantenere la forza necessaria per portare avanti i propri sogni e raggiungere i propri obiettivi, si è ritrovato nelle mani un risultato ancora più meritato. È il caso, per esempio, di un giovane vogherese: Andrea Arbasino, 16 anni. Un cognome “di peso” per un cittadino iriense; Andrea infatti è nipote del noto avvocato Ambrogio Arbasino, cugino dell’ancor più noto Alberto Arbasino, penna fra le più prestigiose del Novecento italiano. Lungi dal prestigio giuridico e letterario dei suoi illustri parenti, il sogno di Andrea è quello di diventare un ballerino professionista. Per intraprendere questa via, era necessario tentare l’ammissione in un’Accademia. Una formazione in un’istituzione prestigiosa è il primo passo per tentare di intraprendere una carriera ricca di soddisfazioni nel mondo coreutico. La difficoltà principale di Andrea (quella che ha reso manifesta la sua grande resilienza) è stata il doversi scontrare con le restrizioni dovute alla pandemia, che hanno sconvolto non soltanto la sua quotidianità, ma anche un momento estremamente delicato della sua formazione. Il più delicato, anzi. Andrea non poteva raggiungere la sua scuola di danza, luogo deputato agli allenamenti. Allo stesso tempo non poteva permettersi di perdere un solo giorno di lavoro, dopo aver già investito tre anni di studio presso l’Accademia del Teatro Alla Scala, e dopo un allontanamento traumatico dall’istituzione meneghina. Ma la preparazione, in qualche modo, è continuata. E alla fine Andrea Arbasino ha trovato la sua destinazione: è stato infatti scelto dalla European School of Ballet di Amsterdam, che gli ha addirittura proposto di trasferirsi immediatamente in Olanda, senza nemmeno attendere l’inizio del nuovo anno accademico di studi, a settembre. E Andrea non se l’è fatto ripetere due volte. Si trova già ad Amsterdam dove attende di concludere la quarantena disposta dalle autorità locali per coloro che provengono dall’estero, e poi inizierà a lavorare ancora più alacremente che nei mesi passati. Chi ha sempre creduto in lui è stata la sua insegnante di danza, Carola Freddi, direttrice della scuola Caput Villae di Codevilla. Un punto di riferimento per il settore, dal quale già in passato giovani artisti hanno spiccato il volo verso prestigiose accademie.

Andrea, tanto per iniziare congratulazioni e in bocca al lupo per questa bella avventura. Quanto hai lottato negli ultimi mesi per ottenere questo risultato? «Ho lottato tanto. La delusione derivata dalle fine dell’esperienza in Scala mi aveva buttato molto giù. Molte volte ho pensato di non essere in grado di andare avanti su questa strada, non mi sentivo all’altezza… tante emozioni, tanti pensieri nella testa, ma la mia fortuna è stata quella di avere dei genitori e un’insegnante fantastica che mi hanno sostenuto anche in questi momenti molto difficili.»

Quali difficoltà hai dovuto sostenere? «Ci sono state molte difficoltà. La pandemia non ci ha permesso di continuare a studiare in scuola di danza; abbiamo dovuto trovare una soluzione che ci permettesse di continuare il nostro studio e di raggiungere il nostro obbiettivo: quello di entrare in un’accademia. Per mesi ho lavorato nella casa di famiglia che avevamo appena ristrutturato… era ancora vuota, quindi abbiamo cercato di renderla il più possibile simile ad una sala di danza. Il risultato non è stato fantastico, ma l’importante era non perdere il ritmo. Ci siamo accontentati; abbiamo lavorato su un pavimento non adatto, duro e scivoloso.»

Qual è stata la prima cosa che hai pensato quando ti è stata comunicata la proposta di trasferirti in Olanda? «Quando mi è stata annunciata la bella notizia, ossia che mi sarei dovuto traferire in Olanda per raggiungere l’Accademia, sono rimasto… scioccato. Tanto che, preso dalla gioia, non riuscivo neanche a parlare! Ma in quel momento tutte le mie emozioni ballavano dentro il mio corpo per la felicità.»

Come si conciliano gli impegni nella danza con la scuola? «Ho iniziato a settembre una scuola professionale, che mi permette di dedicare più tempo possibile alla danza. La mole di lavoro è minore, ma cerco di impegnarmi e di dare il massimo anche a scuola: viaggio con una media alta, ritengo importanti entrambi i due percorsi.»

L’ammissione alla European School of Ballet è ovviamente per te un punto di partenza, non certamente un punto di arrivo. Qual è il tuo sogno nel cassetto? «Per me l’ammissione all’European School of Ballet è un nuovo tutto! Grazie a questo potrò crescere come ballerino e come uomo, e imparerò nuove lingue. È una strada difficile, ma la affronto con determinazione.»

Abbiamo rivolto alcune domande all’insegnante di danza classico-accademica di Andrea Arbasino. Si tratta di Carola Freddi, diplomata all’Accademia del Teatro Alla Scala di Milano.

Ci racconti come ha conosciuto Andrea. «Ho conosciuto Andrea cinque anni fa. Un giovane con occhi vivaci e i capelli rossi, impossibile da non notare. Aveva desiderio di iniziare lo studio della danza classica e si rivolse a me; la mia scuola ha uno staff specializzato nell’insegnamento del classico.»

È stata lei a vedere in Andrea la possibilità di una carriera come danzatore, tanto da proporlo per un’audizione alla Scuola di Ballo del Teatro alla Scala, nel 2015. Come andò quell’esperienza? «Alla prima lezione notai del potenziale fisico notevole in Andrea e facilità nell’apprendere i gesti tecnici della danza, quello che si definisce talento naturale. Dopo pochi mesi decisi di indirizzarlo verso una scuola professionale, l’Accademia del Teatro alla Scala, dove io stessa mi sono formata come insegnante. Secondo il mio pensiero, gli allievi talentuosi devono essere indirizzati il prima possibile nelle grandi accademie, per studiare giornalmente ogni forma di danza e tutte le materie ad essa legate.»

Le cose sembravano andare per il meglio. Andrea aveva calcato già in alcune occasioni il prestigioso palcoscenico del Piermarini. Ma, inaspettatamente, a un certo punto qualcosa è andato storto… «Ricordo ancora il giorno della sua bocciatura, dopo tre anni di studio, sacrificio e lontananza dalla famiglia. È stato un duro colpo per Andrea e una grande sconfitta per me. Per un attimo ho temuto di essermi sbagliata sul suo conto.»

Il giovane ballerino ha saputo poi ritrovare la voglia di mettersi in gioco e, proprio in queste ultime settimane, è arrivato il premio ai molti sforzi: l’ammissione alla European School of Ballet di Amsterdam. Un’istituzione di grande prestigio. «Io e Andrea abbiamo deciso che non sarebbe finita lì. Abbiamo ricominciato lo studio, fino a quando siamo stati bloccati dalla pandemia. La scuola di danza è stata chiusa, ma la preparazione di Andrea doveva proseguire. Abbiamo allestito un salotto con tappeto specifico per la danza, portato la sbarra e lì, online, abbiamo continuato.»

Vuole raccontarci come si è svolto il programma di allenamento? «Andrea si allenava 3/4 ore al giorno per sei giorni a settimana con lezioni di danza classica, pilates e rinforzo muscolare. Doveva allenare pirouette, salti, tecnica maschile e nel frattempo mantenere il corpo forte ed elastico. La pandemia ci ha permesso di avere la possibilità di fare audizioni direttamente da casa, attraverso selezioni con lezioni online. Step dopo step Andrea si è guadagnato questo nuovo traguardo all’European School of Ballet. Ottenerlo è stato difficile. Ci sono stati momenti di grande fatica fisica e mentale, io col mio staff abbiamo seguito Andrea in ogni passo. È la mia più grande soddisfazione. Ci ho visto lungo su Andrea, ha un talento artistico particolare e sentiremo parlare di lui.»

Cosa insegna la vicenda di Andrea a tutti i giovani aspiranti danzatori? «La vicenda di Andrea è di una bellezza rara, non solo di esempio ad altri aspiranti danzatori, ma anche per tutti quelli che in questo anno di pandemia hanno visto la propria vita svuotarsi: voglio dire loro che bisogna ritrovare se stessi, cercare nuovi obiettivi e proseguirli seguendo e superando un passo alla volta le difficoltà che si incontrano.»

La sua scuola di danza è nota anche per avere alla base una certa “filosofia”. Vuole raccontarcela? «Ho aperto la mia scuola con l’idea di un luogo adatto a tutti. Amo estremamente trasmettere le conoscenze e la mia passione ai miei allievi, ho allievi di 3 anni e altri di 65, ma ad ognuno di loro dedico sempre la massima attenzione. Tutti quanti possono danzare, ognuno seguendo il proprio ritmo e rispettando i propri limiti.»

Come accennato anche poco fa, il mondo della danza ha subito un grave colpo durante l’ultimo anno. Cosa serve ora per ripartire? «Aver tolto la danza, come tutte le altre attività sportive di base, ai giovani è un danno sociale, psicologico e motorio. Fare sport è un diritto dell’uomo per il suo benessere psico-motorio. Tanti miei colleghi hanno dovuto chiudere i battenti, noi abbiamo fatto fatica a portare avanti questo lungo periodo senza aiuti di nessun tipo, ma sentiamo vicini i nostri allievi che non vedono l’ora di tornare a scuola di danza.»

di Pier Luigi Feltri

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