Voghera – «Il mio è un mestiere bellissimo»

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è apparso recentemente in un episodio della serie televisiva “Rocco Schiavone” con Marco Giallini ma l’attore vogherese Lorenzo Pedrotti  ha già interpretato molti ruoli con diversi registi cinematografici. L’abbiamo raggiunto telefonicamente a Roma, dove vive stabilmente ormai da diversi anni  per conoscerlo un po’ meglio e farci raccontare qualcosa di più sulla sua carriera.

Lorenzo Pedrotti, lei è nato e cresciuto a Voghera, cittadina di provincia che spera, in un futuro prossimo, di riavere il suo “Teatro Sociale” al massimo dello splendore. Come e quando è nata in lei la passione per la recitazione? «Mi è sempre piaciuto giocare da bambino e “recitare” alla fine è un po’ la stessa cosa. Quindi non saprei dire se c’è stato un quando. Sicuramente mia nonna, la pittrice Lusardi, mi ha trasmesso qualcosa di quella sua vena artistica infinita. E se fosse anche solo un briciolo, sarei fortunato. Spesso un mio amico mi dice: “siamo nati così, non è colpa nostra”, quindi forse questa passione c’è sempre stata. Sul come è nata invece direi che mentre frequentavo le medie, partecipavo agli spettacoli teatrali della scuola e c’era un ragazzo un po’ più grande di me, era molto bravo e credo mi abbia ispirato indirettamente. Da lì in poi la mia curiosità non è mai finita».

Quale percorso di studio ha seguito per diventare attore professionista? «Ho frequentato il Teatro Arsenale a Milano per due anni, poco dopo aver finito il liceo scientifico a Voghera, ma per il resto è stato tutto un imparare sul campo, ho fatto diversi cortometraggi e film indipendenti, ho studiato a modo mio, ho osservato chi il mestiere lo fa da anni. Ho ancora molto da imparare».

L’essere nato in una città di provincia ha penalizzato in qualche modo il suo percorso? «No, non sono stato penalizzato, sapevo già cosa volevo fare. Quello che spiace è che avevo a disposizione un teatro bellissimo a due passi da casa, che ho potuto vedere solo in fotografia, perché quando sono nato era già stato chiuso».

Ci può parlare dei suoi esordi come attore? Con quali registi ha lavorato e quali sono i lavori che meglio hanno valorizzato il suo ruolo? «Mentre frequentavo il teatro a Milano andavo spesso a Torino alla “film commission “ dove penso di aver fatto i primi provini. In quel periodo ho ottenuto delle piccole parti in alcuni film, tra i quali “Giallo” di Dario Argento dove ho recitato in inglese la mia scena con Emmanuelle Seigner e Adrien Brody. Poi mi sono trasferito a Roma, qui ho preso parte a diversi progetti indipendenti come il film “Krokodyle” di Stefano Bessoni e poco dopo, nel 2011 ho fatto diversi provini per avere la parte da protagonista nel film “Paura” dei Manetti Bros. Alla fine mi hanno preso ed è stata una bellissima esperienza e siamo rimasti amici. Prima che la pandemia scoppiasse mi hanno chiesto se mi andava di fare una piccola parte nel loro prossimo film “Diabolik” con Luca Marinelli, Miriam Leone e Valerio Mastandrea. E chi rifiuta? Ci sono i film “E fu sera e fu mattina” e “La terra buona” entrambi di Emanuele Caruso, due bellissime esperienze, che mi hanno fatto riscoprire delle zone uniche in Piemonte. Un regista che sicuramente mi ha colpito è Ridley Scott, anche qui breve ma intensa esperienza sul set di “Tutti i soldi del mondo”, dove recito in inglese con Mark Wahlberg e ogni volta che finivo la scena Ridley si avvicinava e mi chiedeva se ero contento o se avessi voluto farne un’altra. Devo dire che nessun regista mi ha mai fatto sentire a mio agio come ha fatto lui, un vero maestro. Ma se devo essere sincero non ho ancora fatto un ruolo del quale sia totalmente soddisfatto».

Fra cinema, teatro e televisione, qual è il mezzo espressivo che più predilige e perché? «Cinema, da sempre. C’è qualcosa di unico quando mischi immagini e musica, almeno secondo me».

Spesso e volentieri  si leggono interviste di giovani attori che dichiarano di essere approdati al cinema per caso, facendo passare il messaggio che la recitazione si possa basare solo su doti personali e che trovare ruoli adeguati sia molto semplice, cosa ne pensa in merito e quali difficoltà deve affrontare un attore per lavorare a dei buoni livelli e  con continuità? «Quando guardi un musicista suonare uno strumento, ti basta poco per capire se stona, se non tiene il tempo. L’allenamento è tutto, in ogni settore. Se poi hai qualcosa in più già di tuo ancora meglio, ma non basterebbe solo quello. Le doti personali vanno allenate».

Consiglierebbe ad un giovane  di intraprendere la sua carriera professionale? Insieme alla passione per la recitazione di quali altri fattori un ragazzo dovrebbe tenere conto per riuscire al meglio ? «Sì, lo consiglierei. É un mestiere bellissimo, utile non solo al cinema o in teatro. Bisogna essere però sinceri con sé stessi e capire se l’attore lo si vuol fare per inseguire un “sogno americano” o se si vuole fare il mestiere dell’attore. Sono due cose totalmente diverse. Se insegui il successo non è detto che lo raggiungi e soprattutto non è detto che ti diverti, non stai più facendo l’attore per il piacere di farlo, per il piacere del “gioco”. Io faccio tante altre cose e diversi lavori, fare l’attore è una delle tante cose che faccio».

L’abbiamo vista recentemente nella serie televisiva di successo “Rocco Schiavone”, quali sono i suoi progetti futuri? «Dovrei essere in “Body Odissey” di Grazia Tricarico, pandemia permettendo, gireremo in Svizzera in inglese. La parte è piccola, ma sono emozionato dal fatto che è la prima regista donna con cui lavorerò. Finalmente! La cosa a cui tengo di più a livello creativo al momento è la band che ho a Londra i “Gain Altitude”, primo album in arrivo entro fine anno».

Ha un sogno nel cassetto? C’è un regista con il quale le piacerebbe lavorare? «Fin troppi, non ci stanno più in un cassetto solo! No, per me la cosa più bella è vivere la scena nel momento delle riprese, se il progetto mi piace, ci può essere chiunque alla regia».

di Gabriella Draghi

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