Voghera – «Quando hai un sogno vivi in funzione di quello»

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Vogherese, Classe 1985, fin da bambino si appassiona alla musica, al canto, ma soprattutto alla scrittura di brani propri, inediti. Una passione, quella creativa, con la quale convive ormai da anni. Che lo ha obbligato ha far molta strada. E di strada ne sta ancora facendo. Come ben descrive anche in un suo romanzo, edito nel 2015: “Strade”. Abbiamo incontrato Gianluca Giagnorio, in arte MaLaVoglia.

Mi racconta qualcosa dei suoi inizi? «Mi crede se le dico che non mi ricordo quando ho iniziato a cantare? Avevo sette anni quando sono salito sul palco per la prima volta. Questo lo ricordo bene. Mio zio Antonio organizzava sempre concerti estivi a Sannicandro Garganico, il paese d’origine dei miei genitori, in Puglia. Iniziai grazie a lui, praticamente. Poi grazie a mio fratello Marco imparai a suonare la chitarra e mi ritrovai a cantare ciò che scrivevo. Iniziai relativamente tardi a trovare interessante quello che scrivevo in musica, avevo ventun anni. Anche se a otto già scrivevo pensieri e poesie. Leggevo Kavafis e Machado grazie alla mia maestra delle elementari. A nove anni mi facevo le interviste da solo, in inglese, e dichiaravo al mondo i miei problemi con la droga (ride). Erano gli anni dei Guns, di Kurt e i Nirvana. Insomma, ero una rockstar!».

Mi ha detto che ha iniziato relativamente tardi a cantare le sue canzoni. Presumo quindi abbia dovuto fare altro prima di raccogliere qualche frutto dal suo percorso artistico. «Il mio primo passo importante l’ho fatto a venticinque anni, ad Amici 11, il programma televisivo. Arrivai fino alla selezione della classe e rimasi in gara per le sfide, ma non ebbi accesso al “serale”. Ringrazierò sempre quell’esperienza perché mi ha dato tanto. Mi ha fatto capire che io volevo veramente provarci con quello che avevo da dire. E da allora mi sono messo in testa di riuscirci. Poi, ovvio, sappiamo cosa c’è di mezzo tra il dire e il fare. E per mantenere vivo il mio sogno mi sono dovuto per lungo tempo auto-finanziare, facendo qualsiasi tipo di lavoro. Chiudendo anche la parentesi di Scienze Politiche all’università di Pavia. Passai dallo spennare i polli all’Esselunga al barista, l’assicuratore, il modello per qualche pubblicità. Poi iniziai ad avvicinarmi al mondo moda e ci rimasi per un po’, come Sales Assistant (anche se poi ero un commesso ma fa più figo in inglese) fino ad arrivare in Montenapoleone a Milano, nella Boutique di un grande brand. Non mi è mai interessato il lavoro che facevo. Volevo solo sfruttarlo per avere la forza economica di finanziarmi. Quando hai un sogno, vivi in funzione di quello e fai di tutto per non perderlo. Ne sei innamorato, è totalizzante. Ma è bellissimo perché è il motore della tua vita. Ho così potuto fare tante esperienze musicali; alcune belle e ricche di soddisfazioni, altre meno. Poi sono arrivate tante cose inattese. L’apertura di concerti ad artisti come Tozzi, i Nomadi, Raf, Vecchioni, Alex Britti, Albano Carrisi. La vittoria dell’accademia di Sanremo nel 2018 con il brano “Camoscio”, e la finale al Premio Mia Martini a Bagnara Calabra. Fino ad arrivare all’ultima inattesa esperienza dell’estate scorsa alle Isole Tremiti, alla Furmicula, lo storico locale dove Lucio Dalla era solito andare a suonare. Ho fatto sessantadue concerti su quello stesso palco dove Lucio si esibiva ogni tanto, in compagnia di qualche suo amico. Tipo Pino Daniele, De Gregori, Venditti, Anna Oxa, Ron. Sappiamo tutti cosa fossero le Isole Tremiti per lui, e poterne respirare gli stessi luoghi, conoscere le persone a lui più vicine, entrare in contatto e stringere un bellissimo rapporto con la Fondazione Dalla… insomma, è stata una cosa meravigliosa».

Come scrive? Da dove prende spunto per scrivere le sue canzoni? «Devo dire che è strano il mio rapporto con la scrittura. Vado a periodi dove scrivo tantissimo, e altri dove non prendo in mano nemmeno la chitarra. Li chiamo periodi di accumulo, dove sono più concentrato a vivere, vedere, pensare. Raccolgo le idee, registro bozze di melodie e scrivo frasi o pensieri sul mio telefono o sul mio quadernino che mi porto sempre dietro. Questo è uno di quei periodi. Vengo da un autunno dove avevo tanto da raccontare, dopo appunto l’esperienza alle Tremiti, e il lockdown. Penso di essere cambiato molto in questo anno difficile. Mi è servito. È stato un anno dove tutti abbiamo perso qualcosa, ma sono convinto che sia stata un’ottima occasione per guardarci dentro, migliorarci e diventare più forti. Proprio in questo anno ho avuto molte idee. E a volte mi vengono fuori da nulla. Da una parola, una frase. Le chiamo chiavi, mi aprono un mondo. Come quando su una scatola di uova ho letto che provenivano da allevamenti di galline libere. Allevate a terra. Ho scritto “ALLEVATI A TERRA”. Come quando, dopo aver visto l’ennesimo successo di Hamilton, mi sono chiesto che tipo di rapporto potesse avere con la sua macchina. Penso debbano essere una cosa sola, una bellissima storia d’amore da raccontare. L’ho immaginata, l’ho scritta, l’ho fatta ascoltare al mio produttore Davide Maggioni ed è piaciuta. Il 14 maggio uscirà su tutte le piattaforme digitali online. Ho cercato di costruire un mio team di persone, che stimo e che mi stimano. Accanto a me ci sono quelle persone che fanno parte del mio percorso e sono molto importanti. Lei è tra queste: mi ha sempre seguito, dai miei primi passi, e questa è una cosa che ho apprezzato tanto. Devo dire grazie anche a Francesco Tripicchio, il mio bassista, che mi sostiene, consiglia e, ovviamente, suona il basso in tutte le mie canzoni. La mente del video di “Hamilton” è Cesare Bobbiesi, che ringrazio infinitamente per la sua pazienza e bravura. La copertina del singolo l’ha elaborata un mio carissimo amico e l’attrice protagonista è una mia altra grande, bellissima amica: Flavia Locascio (nonché grande amica anche del più noto Lodo Guenzi della band “Lo Stato Sociale”). Nel mio team ci metto dentro anche la mia famiglia, che nonostante tutte le difficoltà, mi ha sempre sostenuto».

Com’è il suo rapporto con la discografia italiana? «Urca! Entriamo in un ginepraio! Penso che il periodo storico sia particolare, di transizione, ma già da prima della pandemia. Quindi tutto deve essere preso con le pinze e rapportato in base a quelli che sono i tempi. Se in Italia la trap, l’indie e il rap stanno monopolizzando le “hit parade”, un motivo ci sarà. Innanzitutto, la discografia, in generale è cambiata. Partendo dal presupposto che la figura del vecchio discografico è quasi estinta, oggi gran parte della discografia (parlo soprattutto di  mainstream) si affida più ai numeri che un artista già ha su Spotify, Instagram, Tik Tok che alla qualità musicale. A mio modestissimo parere, è limitante perché taglia fuori tutta quella fetta di musica che non viene dai Social. Motivo per cui la musica live, per gli artisti che propongono i loro inediti, è in grave difficoltà già da molto prima del Covid. Non so come si possano cambiare le cose, ma devono essere cambiate. Sono tanti i fattori che hanno scatenato questa situazione particolare. Dal fatto che oggi chiunque possa creare musica e caricarla sulle varie piattaforme digitali, a tanti produttori che si limitano a fare “marchette” pur di fare uscire i prodotti e poi si lamentano che il mercato musicale è saturo. La colpa è anche di noi artisti che a volte pensiamo di aver scritto capolavori incredibili della musica italiana e non collaboriamo tra di noi perché pensiamo di essere migliore dell’altro. Non funziona così. Io ad esempio sono stato coinvolto in una bellissima iniziativa di artisti pavesi, ideata da Beatrice Campisi. È stata creata una playlist Spotify (Radio Carovan) di artisti della zona dove ci supportiamo a vicenda e devo dire che sta nascendo una bella interazione tra tutti. è una bella cosa, bisogna collaborare, condividere, fare gruppo e crearci quegli spazi che non abbiamo. Voglio dire: tanto “Caruso”, “Il mio canto libero”, “Sally”, sono già state scritte. Dovremmo essere tutti un po’ meno convinti di aver cambiato le sorti del mondo con un nostro brano. “Take it easy” come direbbero gli Eagles».

Cosa si aspetta da “Hamilton”? «Non mi aspetto niente, mi crede? Non voglio crearmi aspettative inutili su un brano che, personalmente, rappresenta molto di più di un’uscita discografica. È il primo dei miei nuovi brani che ho scritto durante questo difficilissimo anno. Per me rappresenta la rinascita dopo un periodo che ha avuto  un effetto Tsunami sulla mia vita. Ho vissuto un incubo e ora voglio solo ripartire. Veloce, come Hamilton. Il brano mi piace molto, anche a livello di sonorità. È stato prodotto e arrangiato da Davide Gobello (Elephant Studio) e il mio produttore Davide Maggioni (Matilde Dischi). Nel mastering finale c’è il tocco,e si sente, di Luca Vittori. Penso che Hamilton sia il brano giusto con il quale ripartire. Tutto quello che succederà, non ci è dato saperlo. Anzi, lo scopriremo solo vivendo…».

Come descriverebbe questo nuovo lavoro? «La lascio con la presentazione del brano ai Media: “L’amore più bello è quello che arriva quando non te lo aspetti più, che ti spiazza e di colpo mette a posto tutte le tessere sballate di quel puzzle che non sei mai riuscito a completare. Si diventa una cosa sola senza rendersene conto, si incollano le anime, la pelle, la carne, si diventa come il Louvre e la Gioconda, il Napoli e Maradona, Netflix e le serie Tv… come Hamilton e la sua prima McLaren. E ti senti forte, vivo. Perché in fondo, l’amore, ci accende e ci fa andare veloci. Hamilton è un inno all’amore, è per tutti quei cuori ricuciti che aspettano soltanto una nuova scintilla per ritornare a battere più forte di prima. È per tutti quelli che hanno raccolto i pezzi di due vite da buttare e ora, insieme, vanno veloce. Velocissimo”».

di Lele Baiardi

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